{"id":4254,"date":"2022-09-17T19:57:23","date_gmt":"2022-09-17T17:57:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4254"},"modified":"2022-09-17T19:57:24","modified_gmt":"2022-09-17T17:57:24","slug":"istria-slovena-dopo-lesodo-in-cerca-di-una-propria-identita-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/09\/17\/istria-slovena-dopo-lesodo-in-cerca-di-una-propria-identita-2\/","title":{"rendered":"Istria slovena: dopo l&#8217;esodo, in cerca di una propria identit\u00e0"},"content":{"rendered":"\n<p>In Slovenia la parola &#8220;esodo&#8221; \u00e8 nei fatti bandita. Non per l&#8217;antropologa Katja Hrobat Virloget che ha pubblicato un libro sulla slovenizzazione delle cittadine istriane di Capodistria, Isola e Pirano: mettendo di fronte il lettore ad un territorio complesso ancor oggi in cerca della sua identit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p><strong>di Stefano Lusa<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se ne sono andati perch\u00e9 fascisti, se ne sono andati per ragioni economiche, se ne sono andati perch\u00e9 non erano altro che \u201cregnicoli\u201d venuti ad italianizzare le terre slovene, se ne sono andati perch\u00e9 hanno scelto di farlo liberamente, se non sono andati perch\u00e9 forviati dalla propaganda italiana e se ne sono andati perch\u00e9 non potevano accettare che a comandare non fossero pi\u00f9 loro. Nella narrazione dominante slovena dello svuotamento dell\u2019Istria e delle altre zone passate sotto amministrazione jugoslava ci sono mille modi e mille scuse per dire che gli italiani in realt\u00e0 non furono cacciati e che la loro non fu altro che una scelta spontanea.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che \u00e8 certo, comunque, \u00e8 che la parola \u201cesodo\u201d \u00e8 praticamente bandita. Ad usarla recentemente \u00e8 stata Katja Hrobat Virloget, antropologa dell\u2019Universit\u00e0 del Litorale, che ha pubblicato uno studio dal titolo \u201cNel silenzio del ricordo. L\u2019esodo\u2019 e l\u2019Istria\u201d, pubblicato in coedizione dalla sua universit\u00e0 e dalle Edizioni Stampe Triestine, una casa editrice della minoranza slovena in Italia. La Hrobat ha usato intenzionalmente la parola esodo, seppur virgolettandola, partendo dalla considerazione che se ad andarsene furono centinaia di migliaia di persone quella non poteva che essere una \u201clibera scelta\u201d a cui si era costretti. Il volume nei mesi scorsi ha riscosso un grosso interesse in Slovenia, meritandosi articoli ed interviste sui principali quotidiani nazionali. Lo studio non affronta tanto il tema dell\u2019esodo, quanto quello della slovenizzazione delle cittadine istriane di Capodistria, Isola e Pirano, passate all&#8217;allora Jugoslavia e di conseguenza alla repubblica socialista di Slovenia.<\/p>\n\n\n\n<p>La Hrobat non ha l\u2019ambizione di raccontare la storia, gli antropologi fanno un altro mestiere, cos\u00ec parla della vita di quegli italiani che decisero di rimanere e di coloro che arrivarono ad occupare le case rimaste vuote. Una ricerca durata dieci anni, un puntiglioso lavoro sul campo, fatto di silenzi, rifiuti e anche di lacrime, che ha prodotto una narrazione durissima, l\u2019anatomia di un territorio rimasto senza identit\u00e0. La Hrobat d\u00e0 cos\u00ec voce ad una comunit\u00e0 lacerata e ridotta al silenzio, visto che il ricordo di chi rimase ed anche di chi venne non coincide con quello dominate che si \u00e8 sviluppato dall\u2019una e dall\u2019altra parte del confine. Il lavoro fa riemergere una serie di ricordi individuali censurati, perch\u00e9 non coerenti alla \u201cvisione collettiva\u201d che la societ\u00e0 ha del proprio passato. Il risultato \u00e8 la creazione di una sorta di \u201cnon luogo\u201d, un territorio dell\u2019obsolescenza culturale che fa fatica a trovare, anche a decenni di distanza una nuova sintesi per definire e ripensare s\u00e9 stesso. Lo spiega bene nel rapporto che la popolazione locale ha con il mare, dove sembra che non viva con esso, come accade nelle zone costiere, ma solo accanto ad esso.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che la Hrobat ci propone \u00e8 il racconto di identit\u00e0 forti, ma anche di identit\u00e0 mobili come quelle delle campagne: aree miste, dove nelle stesse famiglie quelli che scelsero l\u2019esodo non ebbero difficolt\u00e0 a diventare italiani, mentre i loro parenti che rimasero diventarono senza grandi problemi sloveni o croati. Diversa era, invece la situazione nelle citt\u00e0, molto pi\u00f9 omogenee etnicamente. Sta di fatto che gli italiani che rimasero divennero d\u2019un tratto stranieri a casa propria. Dovettero non soltanto imparare una nuova lingua, ma anche accettare un cambio copernicano della societ\u00e0 in cui vivevano. In un battibaleno vennero cancellati una serie di riti e tradizioni delle loro cittadine legate alle festivit\u00e0 religiose, mentre le loro citt\u00e0 mutavano volto, con riassetti architettonici ed un profondo&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.cci.tn.it\/eng\/Media\/Multimedia\/Rijeka-Fiume-in-flux-tour-Citta-divisa\">mutamento della toponomastica<\/a>. Come se ci\u00f2 non bastasse le autorit\u00e0 non ci misero molto a cambiare nomi e i cognomi e nemmeno a spostare forzatamente i bambini dalla scuola italiana alla scuola slovena. Non and\u00f2 meglio nemmeno a molti sloveni d\u2019Istria, che rimasti senza scuole slovene nel periodo fascista, si ritrovarono con una conoscenza manchevole della lingua standard, e proprio per questo erano guardati dall\u2019alto e considerati portatori di una cultura contadina di basso livello che non andava valorizzata. Quelli che arrivarono, invece, non vennero in paradiso. Nelle case malsane e senza servizi delle cittadine costiere molti si trovarono a vivere in condizioni peggiori di quelle che avevano lasciato nelle loro localit\u00e0 di origine. Poi ci furono quelli che arrivarono dalle altre repubbliche jugoslave a partire dagli anni Sessanta, per edificare la costa slovena ed il suo porto: i \u201cbosanci\u201d, nei confronti dei quali tutti gli altri avevano un complesso di superiorit\u00e0, e ancor oggi si sentono cos\u00ec \u201cstranieri a casa loro\u201d, perch\u00e9 non sono mai stati accettati come parte integrante del territorio, ma sanno che sono stati proprio loro a modellarlo, costruendo i complessi industriali e le palazzine delle periferie.<\/p>\n\n\n\n<p>Un lavoro unico nel suo genere, che mette di fronte il lettore sloveno alla realt\u00e0 di un territorio complesso che ancor oggi \u00e8 in cerca della sua identit\u00e0. Un vero e proprio pugno nello stomaco. Katja Hrobat Virloget ha messo uno specchio di fronte ad una delle aree che dal punto di vista identitario \u00e8 la pi\u00f9 degradata e schizofrenica della Slovenia. Quello che ne esce non \u00e8 una bella immagine.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fonte originale:<\/strong>&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Areas\/Slovenia\/Istria-slovena-dopo-l-esodo-in-cerca-di-una-propria-identita-215722\">https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Areas\/Slovenia\/Istria-slovena-dopo-l-esodo-in-cerca-di-una-propria-identita-215722<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Slovenia la parola &#8220;esodo&#8221; \u00e8 nei fatti bandita. 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