{"id":4165,"date":"2022-06-18T15:12:34","date_gmt":"2022-06-18T13:12:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4165"},"modified":"2022-06-18T15:12:35","modified_gmt":"2022-06-18T13:12:35","slug":"i-tunnel-della-mia-vita","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/06\/18\/i-tunnel-della-mia-vita\/","title":{"rendered":"I tunnel della mia vita"},"content":{"rendered":"\n<p>di Irma Hibert del 18\/6\/2022<\/p>\n\n\n\n<p><strong>NEL GREMBO MATERNO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sono qui dentro da 9 mesi. \u00c8 buio e umido, ma si sta bene. Stamattina quando ho aperto gli occhi il mio spazio vitale si \u00e8 fatto ostile per la prima volta. Le pareti della mia casetta hanno cominciato a muoversi, a spingermi. Una specie di forza mi direziona verso la parte opposta di un tunnel del quale comincio a intravvedere l\u2019uscita. Ho provato a resistere ma non ci riesco pi\u00f9, penso che sia arrivata l\u2019ora di abbandonare questo posto sicuro che mi piace e intraprendere il mio nuovo cammino. Ho sentito dire, dalle voci che in questi mesi ho ascoltato quotidianamente, che questo si chiama nascita. Suppongo abbiano ragione. Non ho un manuale d\u2019istruzioni da quando sono qui dentro, sento che mi batte il cuore, ho fame e sete, sento gioia e felicit\u00e0 quando la mamma mi parla, quando ride, quando accarezza la sua pancia perch\u00e9 so che mi sta pensando. Ma sono in pensiero. E se la fine di questo tunnel non mi piacesse, se ci\u00f2 che mi aspetta fosse spaventoso, se il mio unico momento di gioia fosse adesso? Vedo una luce, si \u00e8 fatta strada sempre di pi\u00f9 verso di me in queste ultime ore, il tunnel si \u00e8 allargato contestualmente alle pareti della mia casa che hanno cominciato a spingermi. Va bene, trattengo il fiato per un momento. Mi incanaler\u00f2. In fondo sono giorni che sto a testa in gi\u00f9, questo stare sottosopra non mi piace. In qualche modo che non riesco a spiegarmi so che devo venire al mondo, so che devo abbandonare la mia casa sicura per trovarne una nuova. Dovr\u00f2 imparare a cavarmela da sola. Qui dentro non mi dovevo preoccupare di nulla. Dall\u2019altra parte per\u00f2 dovr\u00f2 fargli capire se ho sonno, se mi danno fastidio, se ho bisogno di mangiare. Questo viaggio che sto per intraprendere \u00e8 di sola andata, una volta venuta al mondo non potr\u00f2 pi\u00f9 tornare indietro. Ma forse in fondo non sar\u00e0 cos\u00ec male. Mi \u00e8 stata data un\u2019opportunit\u00e0 di fare qualcosa di nuovo, di fare nuove esperienze.&nbsp; Dicono che quando soffia il vento del cambiamento non bisogna nascondersi ma costruire un molino a vento. Il mio cambiamento sta per accadere. \u00c8 il 21 luglio, 1980.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;IL TUNNEL DI SARAJEVO<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Questo tunnel \u00e8 stato costruito durante la guerra civile in Bosnia, con lo scopo di collegare la citt\u00e0 di Sarajevo con il territorio libero in seguito a 1700 giorni di assedio, uno dei pi\u00f9 lunghi dell\u2019epoca contemporanea. I suoi abitanti erano privati dell\u2019acqua, luce e tutti gli altri bisogni primari, sottoposti a costanti bombardamenti e un\u2019esistenza infame. Io all\u2019epoca dei fatti avevo undici anni, ero una ragazzina che si affacciava alla vita, e nel 1995 a soli quattro mesi prima della fine del conflitto, i miei genitori avevano deciso di salvarmi la vita, organizzando la mia fuga attraverso il Tunnel di Sarajevo, conosciuto anche come il Tunnel della salvezza. Nel corso degli anni mi sono spesso chiesta se questo tunnel mi abbia davvero salvato la vita. Attraversarlo mi dato la possibilit\u00e0 di continuare ad esistere e respirare. Ci\u00f2 che all\u2019epoca non potevo sapere era che quella salvezza non avrebbe significato la libert\u00e0. Andavo infatti incontro ad una guerra diversa. Una guerra invisibile. Una guerra psicologica. Andavo incontro ad una nuova vita che avrebbe tardato anni a restituirmi anche un minimo briciolo di serenit\u00e0 e pace interiore. Oggi a distanza di tanti anni, guardandomi indietro sento che attraversare quel tunnel sia stata l\u2019azione pi\u00f9 coraggiosa che io abbia mai fatto nella mia vita. Ero da sola, con due pesantissime valigie in pelle che appartenevano ancora a mio nonno e al loro interno un sacco di sogni, timori e speranze che si mescolavano in un vortice turbolento e agitato, in un vortice che mi avrebbe portato molto lontano. Ci\u00f2 che mi ricordo di quell\u2019attraversamento \u00e8 una spinta interiore che probabilmente \u00e8 il senso stesso dell\u2019esistenza e della vita. Quella sensazione che ti spinge ad agire, andare avanti, non pensare, non riflettere, non fermarti, non guardarti indietro a qualunque costo. Quella spinta che ti fa camminare sulla sottilissima linea che separa la speranza dalla disperazione, la vita dalla morte, la tragedia dalla salvezza, la speranza dall&#8217;abisso. Ricordo che una di quelle due valigie, che portavo con me la notte in cui attraversai il tunnel, racchiudeva alcuni cimeli della nonna. Mia madre mi aveva messo dentro qualche pezzo della preziosissima argenteria di famiglia che a quanto pare era degna di essere salvata, assieme alla mia vita. Mi sono sempre chiesta perch\u00e9 avesse deciso di mettere nella mia valigia quelle suppellettili che la maggior parte di noi oggi considera come cianfrusaglie, oggetti obsoleti che accumulano polvere. Per tanto tempo non sono riuscita a darmi una risposta ma poi l\u2019illuminazione mi era arrivata in una notte insonne, come il fulmine a ciel sereno, come spesso accade quando la ragione viene messa a tacere. Quella notte avevo capito che quei semplici pezzi di metallo, infatti, sono stati lucidati, tenuti in tutta la loro brillantezza per pi\u00f9 di mezzo secolo, forse anche di pi\u00f9. Erano il simbolo di un tempo che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Erano il simbolo di tutto quello che era scomparso. Facevano parte di quel gruppo di oggetti attraverso i quali puoi ricordare un momento, una persona. Forse mia madre pensava proprio a questo. Preservare la memoria di chi ero, di chi eravamo, delle nostre radici. Infatti, ad ognuna di quelle posate in argento e piccoli fiori decorativi io attribuivo un ricordo, mi aiutavano a far tornare alla mia mente un\u2019infinit\u00e0 di momenti felici della mia infanzia. Ah, le Vigilie di Natale a casa della nonna, con quel profumo dei suoi dolci, la tavola finemente decorata, con la sua argenteria al posto giusto. Di cose cos\u00ec non se ne vedono pi\u00f9, non se ne vendono pi\u00f9. Cos\u00ec in quella valigia che io portavo a fatica verso la luce, non ero ben consocia che trasportavo un mondo. Non stavo accompagnando me stessa verso una nuova vita, ma portavo le fondamenta per poterla costruire. Non potevo e non dovevo dimenticare la persona che ero. Ma in quel lontano 1995 non potevo saperlo. Anzi, da l\u00ec a poco avrei cercato di rinnegare tutto ci\u00f2 a cui ero appartenuta fino a quel momento. Nell\u2019approdare alla nuova citt\u00e0 volevo essere una persona nuova. Peccato per\u00f2 che tutti siamo solo ed unicamente il risultato delle esperienze vissute e non capitoli chiusi di un libro che si possono dimenticare impressionandosi di fronte al suo finale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il TUNNEL DELLA MIA NUOVA CITT\u00c0<\/strong><strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sono arrivata a Trieste nel 1995. Era estate. Mi ricordo ancora del caldo, dell\u2019afa, del sudore che mi si appiccicava sulla pelle. Ma non era solo per la temperatura torrida, era anche per l\u2019emozione, il nervoso, l\u2019incertezza verso la quale andavo incontro. Avrei dovuto incontrarmi con i cugini di mia madre, persone che non conoscevo, persone che per me avevano avuto un aspetto e una storia solo grazie ad alcune fotografie di famiglia. Invece ora me li trovavo davanti e con un sorriso imbarazzato provavo a salutare in una lingua a me sconosciuta. S\u00ec, perch\u00e9 l\u2019italiano proprio non lo parlavo. A parte Ciao e Arrivederci, non sapevo dire altro. Ero arrivata a Trieste in seguito al periodo pi\u00f9 buio della mia vita. Avevo passato quattro anni in guerra, ero provata dalla paura, dalla fame, dalla mia adolescenza rubata, dai sogni infranti ed ero appena approdata ad un nuovo mondo che avrebbe dovuto risanarmi da tutte le mie ferite e restituirmi la vita. O almeno io lo credevo allora. Quant\u2019ero ingenua! La vera \u201clotta per la sopravvivenza\u201d stava appena per cominciare. La lotta per essere accettata, la lotta per non essere considerata, diversa, straniera, profuga, la lotta per trovare un mio posto nel mondo era soltanto all\u2019inizio, ed era un percorso tutto in salita. In quei primi mesi, ho frequentato un corso di lingua italiana in modo da poter cominciare a comunicare almeno i miei bisogni primari. Passavo tutto il tempo a studiare perch\u00e9 avrei voluto imparare tutto e subito. Desideravo confondermi il prima possibile con gli altri, omologarmi, mimetizzarmi. Arrivavo talvolta davanti alla scuola di lingue ancora prima della sua apertura, e molto diligentemente aspettavo l\u2019arrivo della direttrice o della segretaria.&nbsp; Loro dopo aver aperto le luci e le finestre per cambiare l\u2019aria stantia mi lasciavano entrare e io mi fiondavo nell\u2019aula di ascolto e non uscivo quasi fino all\u2019ora di pranzo. Ogni mattina prima delle ore 9 mi materializzavo in Via delle Zudecche e aspettavo. La segretaria deve avermi odiato un po\u2019 perch\u00e9 sicuramente col passare dei giorni deve aver sentito la responsabilit\u00e0 di essere estremamente puntuale (cosa alla quale non era particolarmente portata) dato che sia con la pioggia sia con il vento e il freddo c\u2019era una ragazzina che aspettava il suo arrivo. Talvolta di mattina mi chiedeva se volessi un caff\u00e8 ma io, non essendo sicura se intendesse offrirmelo lei, rifiutavo sempre con gentilezza, anche perch\u00e9 non sapevo come spiegarle che nelle tasche non avevo una lira. Mi chiudevo cos\u00ec nell\u2019aula immergendomi nello studio. Ero instancabile. Ero pronta a tutto pur di integrarmi il prima possibile, pur di cominciare a far parte, in modo serio, di quel mondo che ai miei occhi sembrava meraviglioso e aveva ancora molto da darmi. All\u2019epoca avevo lasciato del tutto in disparte la mia lingua madre. L\u2019avevo respinta in un angolo del mio cervello come inutile e dannosa, era infatti per me, l\u2019ostacolo verso una lingua nuova nella quale dovevo ricominciare a vivere, cogliendo appieno la seconda occasione che la vita stessa mi aveva dato. Ci\u00f2 che allora non avevo chiaro era il fatto che una lingua mai e poi mai poteva essere appresa dai libri, ma che andava sperimentata e vissuta. Quel mio chiudermi a riccio e proteggermi dal mondo con la mia corazza era il vero ostacolo che mi allontanava dalla mia meta. Avrei dovuto fare amicizie, ascoltare la radio, le canzoni, la televisione, cercare di parlare con le persone perch\u00e9 solo nella comunicazione avrei perfezionato i miei apprendimenti teorici e avrei cominciato ad integrarmi per davvero. Ma forse ero troppo giovane allora per capirlo. Il desiderio dall\u2019altra parte di essere in tutto e per tutto uguale agli altri mi offuscava la ragione e non mi faceva vedere le cose nella giusta prospettiva. Oggi per\u00f2, quando mi sono seduta per scrivere questo piccolo racconto, la lingua che \u00e8 fluita fuori di me \u00e8 stata l\u2019italiano. Non era una scelta razionale bens\u00ec una scelta del cuore. In questa lingua nel corso degli anni ho imparato ad amare, odiare, arrabbiarmi, gioire. Per questo oggi posso definirmi italiana? Che identit\u00e0 ho? Cosa sono io? \u00c8 la lingua che parliamo a definirci? Forse lo fa la nostra religione? Il nostro luogo di nascita? Oggi mi piace pensare che la mia identit\u00e0 sia semplicemente qualcosa che \u00e8 un costante divenire, in costante trasformazione. Voglio essere tutto e niente, voglio essere il fiume che scorre; ci\u00f2 che si trasforma e cambia. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, dicono. Questo \u00e8 vero, solo il cambiamento \u00e8 vita, il cammino, la strada, la scoperta.&nbsp; Un tunnel da ripercorrere dall\u2019inizio alla fine, sapendo che in quel punto finale del nostro arrivo gi\u00e0 non saremo le stesse persone che eravamo nel punto in cui l\u2019abbiamo imboccato. Io dunque dove sono? Sono in un unico tempo: il mio, ed oggi \u00e8 il 18 giugno 2022.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Irma Hibert del 18\/6\/2022 NEL GREMBO MATERNO Sono qui dentro da 9 mesi. \u00c8 buio e umido, ma si sta bene. Stamattina quando ho aperto gli occhi il mio spazio vitale si \u00e8 fatto ostile per la prima volta. 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