{"id":4163,"date":"2022-06-18T15:10:07","date_gmt":"2022-06-18T13:10:07","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4163"},"modified":"2022-06-18T15:10:09","modified_gmt":"2022-06-18T13:10:09","slug":"lestrema-destra-nelleuropa-centro-orientale","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/06\/18\/lestrema-destra-nelleuropa-centro-orientale\/","title":{"rendered":"L\u2019estrema destra nell\u2019Europa centro-orientale"},"content":{"rendered":"\n<p>di\u00a0Monica Quirico da Volerelaluna del 15\/6\/2022<a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/volerelaluna.it\/allarmi-son-fascisti\/2022\/06\/15\/lestrema-destra-nelleuropa-centro-orientale\/?print=pdf\" target=\"_blank\"><\/a><a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/volerelaluna.it\/allarmi-son-fascisti\/2022\/06\/15\/lestrema-destra-nelleuropa-centro-orientale\/?print=print\" target=\"_blank\"><\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto&nbsp;<em>The Many faces of the Far Right in the Post-Communist Space<\/em>&nbsp;del Centro per gli studi sul Baltico e l\u2019Europa orientale (CBEES) di Stoccolma rappresenta un contributo prezioso alla comprensione di una regione geograficamente vicina ma di cui noi occidentali sappiamo, e capiamo, davvero poco. Un punto di forza \u00e8 che i quattro saggi e i tredici&nbsp;<em>country report&nbsp;<\/em>che lo compongono si sottraggono allo scontro tra opposte tifoserie (pacifisti vs guerrafondai ecc.), essendo stati scritti poco prima dell\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina. Poich\u00e9 \u00e8 impossibile in questa sede discutere l\u2019intero rapporto, mi limiter\u00f2 alle sezioni pi\u00f9 utili a far luce sulla crisi attuale. Il filo conduttore \u00e8 costituito dal ruolo svolto dal revisionismo storico nel saldare tra loro due orientamenti apparentemente agli antipodi: il nazionalismo e l\u2019europeismo; del secondo le reti transnazionali dei gruppi ultranazionalisti rappresentano la naturale diramazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Come ricorda Mark Bassin nel saggio di apertura,&nbsp;<strong>il luogo comune secondo cui l\u2019estrema destra costruisce la sua identit\u00e0 sulle pulsioni nazionaliste impedisce di vedere come in questa galassia politica circolino diverse, e confliggenti, immagini dell\u2019Europa, che si fondono con il nativismo&nbsp;<\/strong>in una sinergia dirompente. Se qualcuno pensava che l\u2019inclusione nell\u2019UE di molti dei paesi dell\u2019ex blocco orientale avrebbe permesso di superare il divario tra Est e Ovest, oggi bisogna prendere atto che non solo l\u2019obiettivo \u00e8 stato mancato (un esito prevedibile fin dall\u2019inizio, in una visuale marxista), ma anche che questa alterit\u00e0 \u00e8 riattualizzata dall\u2019estrema destra attraverso la contrapposizione tra un\u2019Europa corrotta e agonizzante, identificata con l\u2019Europa occidentale (l\u2019\u201c<em>homo Brusellicus<\/em>\u201d) e la \u201cvera\u201d Europa, collocata nella regione centro-orientale, in particolare nel Gruppo di Visegr\u00e1d (Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia).&nbsp;<strong>L\u2019Europa autentica viene celebrata come comunit\u00e0 spirituale fondata su tre pilastri: la famiglia, lo Stato nazionale e il cristianesimo<\/strong>; essa va preservata dalla penetrazione di teorie corrosive (come gli studi di genere o il multiculturalismo) e dall\u2019immigrazione extraeuropea (soprattutto quella islamica). La crisi del 2015, con l\u2019imponente afflusso di profughi siriani, ha esacerbato in modo parossistico la paura di un collasso demografico e culturale dell\u2019identit\u00e0 europea. La resistenza offerta dai paesi del Gruppo di Visegr\u00e1d al totalitarismo sovietico, spiega Bassin, \u00e8 vista come prova della loro fortitudine morale, che oggi pu\u00f2 essere di nuovo dispiegata per combattere i nemici, interni ed esterni, della cristianit\u00e0. A dover essere salvata, si badi, \u00e8 l\u2019Europa tutta, non solo quella centro-orientale (anche per non dover rinunciare ai finanziamenti dell\u2019Unione europea, ironizza l\u2019autore). In questo discorso paneuropeista, il compito dei singoli Stati discende da una rilettura della storia che in ciascuno di essi intreccia in modo specifico la simbologia della nazione come baluardo (pi\u00f9 evidente in Ungheria) con quella della nazione-martire (radicata in Polonia).<\/p>\n\n\n\n<p>Francesco Zavatti esplora le infinite possibilit\u00e0 aperte offerte da Internet al revisionismo storico, anche grazie all\u2019amplificazione una \u201ccosmologia politica dualistica\u201d (Apocalisse vs. Redenzione). Comune ai paesi analizzati \u00e8 la&nbsp;<strong>torsione della seconda guerra mondiale da Grande Guerra Patriottica contro l\u2019hitlerismo (la narrazione ufficiale sovietico-russa) a eroica resistenza contro l\u2019URSS staliniana di formazioni filo-naziste<\/strong>&nbsp;(di cui vengono accuratamente rimosse le responsabilit\u00e0 nello sterminio degli ebrei e in altri massacri<strong>). Il revisionismo\/negazionismo ha conquistato terreno persino nella Bielorussia di Lukashenko, che intrattiene un rapporto ambivalente con l\u2019estrema destra<\/strong>&nbsp;(quella nazionale come quella straniera), come racconta Andrej Kotljarchuk. Alcuni gruppi, infatti, simpatizzano con la sua politica illiberale e nazionalista (il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, \u00e8 andato in pellegrinaggio a Minsk nel 2016). Nello stesso tempo, l\u2019eredit\u00e0 della propaganda filonazista condotta in Occidente nel dopoguerra dai veterani bielorussi (alcuni al soldo della CIA) \u00e8 stata raccolta in patria dalle generazioni successive, in chiave anti-Lukashenko. Pur dovendo fare i conti con la repressione del KGB e con la legge introdotta nel 2020, che criminalizza qualsiasi forma di riabilitazione del nazismo e dei collaborazionisti, le nuove leve sono riuscite, grazie a Internet, a far penetrare nel discorso pubblico il loro pantheon di \u201ceroi\u201d e le loro idee tossiche.&nbsp;<strong>Militanti neonazisti bielorussi hanno attivamente partecipato, dal 2014, al conflitto in Donbass ingrossando le fila del battaglione Azov, per difendere la vera Europa dall\u2019assalto dell\u2019impero orientale: la Russia<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Su quest\u2019ultima si sofferma Stephen D. Shenfield, partendo dalla duplice declinazione che vi assume il nazionalismo: quella etnica e quella di Stato. Nel corso della storia, la russificazione forzata e l\u2019idea che russi, bielorussi e ucraini costituiscano un\u2019unica etnia si sono alternate a ordinamenti multietnici. Le tre costituzioni sovietiche (1924, 1936 e 1977) ribadivano il carattere federale e multietnico dell\u2019URSS; Stalin tuttavia rimpiazzava le concessioni fatte dai bolscevichi alle etnie non russe (come compensazione per le ingiustizie subite nel passato) con l\u2019etno-nazionalismo pi\u00f9 aggressivo, pur conservando la facciata dello Stato federale. Con Gorbachev esplodevano i movimenti nazionalisti, sia russi che di altre etnie. Se negli anni di Yeltsin essi apparivano pi\u00f9 una prerogativa dell\u2019opposizione nazional-patriottica che del regime, con Putin la situazione \u00e8 cambiata radicalmente. \u00c8 vero che&nbsp;<strong>la Federazione russa \u00e8 stata confermata come \u201ccivilt\u00e0 multietnica\u201d, ma al suo interno l\u2019etnia russa gode di uno status nettamente privilegiato<\/strong>; nondimeno, esso si scontra con cambiamenti sociali e demografici (l\u2019afflusso di migranti dall\u2019Asia centrale e dal Caucaso, ad esempio) che accrescono il peso delle altre etnie. L\u2019oscillazione tra le due varianti di nazionalismo si riflette nella nostalgia per differenti costellazioni storiche: 1) la Russia zarista (di scarso richiamo); 2) l\u2019Unione Sovietica (il multietnico Lenin per i non russi, il nazionalista Stalin per i russi); 3) l\u2019amalgama Russia zarista-URSS (la variante pi\u00f9 influente: \u00e8 la favorita di Putin, di Alexander Dugin, del comunista Gennady Zyuganov nonch\u00e9 degli esponenti dell\u2019euroasianismo); 4) il rifiuto di entrambe (si va dall\u2019idealizzazione delle trib\u00f9 slave pagane alla ricerca di interstizi storici democratici, alternativi tanto allo zarismo quanto al regime sovietico).&nbsp;<strong>Anche nel caso russo, il nazionalismo si accompagna all\u2019attaccamento a un\u2019Europa che non \u00e8 quella liberaldemocratica e atlantista, bens\u00ec quella conservatrice quando non reazionaria<\/strong>. A partire dal 2014, le tensioni con Kiev hanno acuito tanto il nazionalismo di Stato quanto quello etnico.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019<strong>Ucraina<\/strong>&nbsp;sono dedicate due sezioni. Il&nbsp;<em>country report<\/em>&nbsp;di Vyacheslav Likhachev ne mette a fuoco la fragilit\u00e0 della democrazia, in bilico tra est e ovest e segnata da corruzione, scarsa trasparenza e flebile rispetto del diritto. Con la guerra nelle repubbliche filorusse e la rivoluzione di Maidan \u2012 uno spartiacque, sottolinea l\u2019autore, nella formazione dell\u2019identit\u00e0 nazionale \u2013&nbsp;<strong>simboli, slogan ed \u201ceroi\u201d (quelli del passato, come Stepan Bandera, e quelli del presente, come Andriy Biletsky, il creatore del Battaglione Azov) fino ad allora patrimonio dell\u2019estrema destra vengono incorporati nel discorso&nbsp;<\/strong><em><strong>mainstream<\/strong><\/em>, con buona pace dei crimini a essi correlati. Alla legittimazione pubblica tuttavia non si accompagna il successo elettorale: i gruppi ultranazionalisti, apprezzati per il contrasto militare all\u2019aggressione russa, sono diventati infatti politicamente superflui: la retorica bellicista ed emergenziale ha ormai conquistato l\u2019intera arena politica (tranne i partiti di sinistra, che non a caso sono spariti dalla scena).<\/p>\n\n\n\n<p>Se questi processi sono ormai noti, la storia della diaspora dell\u2019estrema destra ucraina, ricostruita nel saggio di Per Anders Rudling, dischiude scenari inediti e sconcertanti. Dopo il 1945 l\u2019ala radicale dell\u2019Organizzazione dei nazionalisti ucraini, capeggiata da Bandera (OUN[b]), riponeva le sue speranze di vendetta nei confronti di Mosca (l\u2019incarnazione di Satana) in una terza guerra mondiale \u2013 tra l\u2019Occidente e l\u2019URSS, appunto. Nell\u2019attesa, essa proseguiva la sua attivit\u00e0 di propaganda al di fuori della madrepatria. In particolare a Toronto (una delle mete predilette della diaspora ucraina), l\u2019OUN[b] si scontrava fisicamente con i connazionali filosovietici, intrattenendo al contempo rapporti con la Spagna franchista e Chang-Kai-Shek a Taiwan. Dopo il crollo dell\u2019arcinemico, i suoi militanti tornavano in patria, ottenendo nel 1993 la legalizzazione.&nbsp;<strong>Pur rimanendo marginale nel sistema politico, l\u2019OUN[b] ha svolto un ruolo di primo piano nel plasmare la memoria pubblica e il sistema educativo, impedendo il confronto pubblico sui massacri di ebrei e polacchi perpetrati durante la guerra<\/strong>. Lo stesso ha fatto in Canada, dove la lobby ucraina \u00e8 tuttora una delle pi\u00f9 potenti del paese; in nome del multiculturalismo, i governi canadesi (compreso quello attuale) hanno elargito sostanziosi fondi a organizzazioni di chiara ispirazione banderista, che li hanno utilizzati anche per fondare scuole. La battaglia per la memoria ha investito soprattutto la carestia degli anni Trenta: i tre milioni e mezzo di morti accertati (pi\u00f9 che sufficienti per suscitare orrore) sono diventati, nella propaganda ultranazionalista, dieci, una cifra che legittima l\u2019interpretazione (avallata anche dal primo ministro canadese, Justin Trudeau) della politica staliniana come&nbsp;<em>genocidio<\/em>. Non sorprende che i rapporti tra queste organizzazioni e gli storici non siano armoniosi. Per\u00f2 un conto \u00e8 il dissenso, un conto l\u2019intimidazione. Ne hanno fatto le spese, tra gli altri, John Paul Himka (Universit\u00e0 di Alberta) e l\u2019autore del saggio, Rudling (Universit\u00e0 di Lund), entrambi colpevoli di \u201crevisionismo\u201d per aver sfidato la narrazione ultranazionalista della carestia \u2013 e della seconda guerra mondiale. Mentre&nbsp;<strong>l\u2019Ucraina consacrava Bandera come eroe nazionale e approvava leggi liberticide sulla memoria in nome della decomunistizzazione<\/strong>, questi e altri studiosi venivano denigrati sul piano personale e intellettuale e le loro Universit\u00e0 subivano forti pressioni dalla lobby ucraino-canadese perch\u00e9 ponessero fine alle loro scomode ricerche.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto del CBEES ci consegna&nbsp;<strong>elementi inquietanti sull\u2019estensione e le risorse della rete transnazionale dell\u2019estrema destra<\/strong>, ma anche sulla convergenza tra Est e Ovest in termini di restrizione delle libert\u00e0: quella accademica (in Ucraina e in Ungheria come in Francia e negli USA) e quella di espressione. A beneficiare di quest\u2019ultima ormai sono soprattutto \u2013 in Occidente come nell\u2019Europa orientale \u2012 i gruppi neofascisti e neonazisti, che abilmente la sfruttano per riscrivere la storia \u2013 e cancellare la democrazia.<em>&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La versione integrale del rapporto \u00e8 accessibile al link:&nbsp;<a href=\"http:\/\/sh.diva-portal.org\/smash\/record.jsf?pid=diva2%3A1640388&amp;dswid=-4827\">http:\/\/sh.diva-portal.org\/smash\/record.jsf?pid=diva2%3A1640388&amp;dswid=-4827<\/a>.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0Monica Quirico da Volerelaluna del 15\/6\/2022 Il rapporto&nbsp;The Many faces of the Far Right in the Post-Communist Space&nbsp;del Centro per gli studi sul Baltico e l\u2019Europa orientale (CBEES) di Stoccolma rappresenta un contributo prezioso alla comprensione di una regione geograficamente vicina ma di cui noi occidentali sappiamo, e capiamo, davvero poco. 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