{"id":4141,"date":"2022-05-31T21:12:39","date_gmt":"2022-05-31T19:12:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4141"},"modified":"2022-05-31T21:12:40","modified_gmt":"2022-05-31T19:12:40","slug":"anniversario-della-strage-peteano-un-dovere-parlare-di-quella-stagione-eversiva-e-oscura-su-cui-mancano-allappello-tante-verita","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/05\/31\/anniversario-della-strage-peteano-un-dovere-parlare-di-quella-stagione-eversiva-e-oscura-su-cui-mancano-allappello-tante-verita\/","title":{"rendered":"Anniversario della strage Peteano, un dovere parlare di quella stagione eversiva e oscura su cui mancano all\u2019appello tante verit\u00e0"},"content":{"rendered":"\n<p>da Friulsera de\u00f2 31 maggio 2022<\/p>\n\n\n\n<p>Era il 31 maggio 1972 quando una tremenda esplosione tolse la vita al Brigadiere Antonio Ferraro, e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni. Un attentato terroristico che port\u00f2 il piccolo abitato di Petano, in provincia di Gorizia, sulle prime pagine di tutti i giornali italiani per poi uscirne velocemente e per lungo tempo. Oggi \u00e8 giusto commemorare quelle vittime, ma altrettanto giusto ricordare i pesanti depistaggi che seguirono alle indagini, depistaggi portati avanti proprio da alcuni appartenenti ai carabinieri. Ricostruiamo l&#8217;accaduto come gi\u00e0 fatto in passato aggiungendo che a 50 anni esatti non tutta la verit\u00e0 \u00e8 emersa, una costante in tutte le stragi che sono legate, comprese quelle di mafia, da un filo nero che oggi qualcuno, pi\u00f9 o meno timidamente su alcuni media, cerca di mettere in discussioni con strane teorie criminologiche. Ma la realt\u00e0 \u00e8 che tutte le stragi inaugurate proprio da quella di Peteano sono state caratterizzate da depistaggi non certo casuali e dal tentativo di incolpare l&#8217;area di sinistra. In realt\u00e0 quella attuata era quella che ormai \u00e8 assodata storicamente come la strategia della tensioni di cui si intuiscono i burattinai nazionali ed esteri, ma sui quali tutta la verit\u00e0 non \u00e8 ancora emersa, ma che riconduce comunque ad ambienti neofascisti. Tornando a Peteano, quel 31 Maggio 1972 pioveva come pu\u00f2 accadere agli inizi d&#8217;estate, un temporale con scrosci potenti. Le cronache del tempo raccontano che da poco era terminata a Rotterdam la finale della Coppa dei campioni tra l\u2019Ajax e l\u2019Inter, battuta grazie a due gol del bomber Cruijff. E&#8217; a quel punto che da un bar, il \u201cNazionale\u201d di Monfalcone, parte una telefonata anonima ai carabinieri di Gradisca d\u2019Isonzo. Erano le 22.35 come riportava il canovaccio del centralino perch\u00e8 allora non vi era nulla di digitale e la penna era il metodo pi\u00f9 rapido per tenere gli appunti. A ricevere e a registrare su nastro la chiamata fu il centralinista di turno. Il testo della comunicazione, in dialetto, fu il seguente: \u00abC\u2019\u00e8 una 500 bianca vicino alla ferrovia, sulla strada per Savogna, con due fori sul parabrezza\u00bb. Un allarme che i carabinieri non potevano ignorare, cos\u00ec sul posto segnalato giunsero ben tre gazzelle dei carabinieri. La prima pattuglia ad arrivare fu quella dei militari dell\u2019Arma di Gradisca, con l\u2019appuntato Mango e il carabiniere Dongiovanni. L\u2019utilitaria era ben visibile parcheggiata in un viottolo di terra battuta, subito dopo una curva. Mango decise di chiamare il suo ufficiale, il tenente Tagliari, che part\u00ec anche lui accompagnato dal brigadiere Antonio Ferraro e dal carabiniere Donato Poveromo. I tre arrivarono sul posto con una seconda gazzella alle 23.05. Successivamente arriv\u00f2 sul posto una terza pattuglia da Gorizia. Fu a quel punto che i carabinieri Antonio Ferrero, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni tentarono di aprire il cofano del mezzo, innestando un detonatore e provocando l\u2019esplosione dell\u2019auto. Un esplosione tremenda ben documentata dalle foto della 500 sventrata, i tre rimasero uccisi sul colpo mentre altri due militari rimasero gravemente feriti. Saltando alle conclusioni come stanno facendo tutti i giornali si dice che Peteano \u00e8 uno dei pochi attentati dell\u2019epoca di cui si conoscano i responsabili: Carlo Cicuttini, Ivano Boccaccio e il reo confesso Vincenzo Vinciguerra. Ma quella di Peteano \u00e8 una ferita ancora aperta, una delle prime pagine di quello stragismo italiano che ha seminato morte in tutta Italia, da piazza Fontana a piazza della Loggia, dalla stazione di Bologna all\u2019Italicus. Pagine di morte su cui non \u00e8 stata ancora scritta tutta la verit\u00e0, sperando di poter semplificare tutto e chiudere la stagione con delle belle commemorazioni sulle vittime. Ed allora aggiungiamo un pezzo di storia che gli atri giornali, almeno oggi quelli web, stanno tacendo ma che siamo sicuri non trover\u00e0 spazio neppure sui giornali di domani, parliamo dei depistaggi su Peteano.<br>Iniziamo per inquadrare se pur in poche righe il periodo storico. Una fase di delicato contesto storico-politico, il 7 maggio poche settimane prima dell&#8217;attentato si erano svolte le elezioni politiche anticipate, che avevano assegnato la guida del paese a un nuovo esecutivo presieduto da Giulio Andreotti, mentre il 17 maggio si era verificato l&#8217;omicidio Calabresi. Un periodo caldissimo nel quale vi erano anche voci di un possibile colpo di Stato che avrebbe avuto, secondo molte teorie, burattinai atlantici. In quel contesto si colloca l&#8217;attentato di Peteano, una strage anomala perch\u00e8 indirizzata verso l&#8217;arma dei carabinieri. A dirigere le indagini sulla vicenda arriv\u00f2 il colonnello Dino Mingarelli, vecchio collaboratore del chiacchieratissimo generale Giovanni de Lorenzo. Mingarelli diresse subito la sua inchiesta verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, ma le indagini non ottennero gli esiti previsti, dalla magistratura milanese giunse l&#8217;informazione secondo cui l&#8217;attentato sarebbe stato attuato da un gruppo terrorista neofascista. L&#8217;informazione era stata data da Giovanni Ventura, nel frattempo arrestato per la strage di piazza Fontana: il colonnello tuttavia scart\u00f2 l&#8217;indicazione milanese, in quanto un ordine del SID (Il Servizio informazioni difesa il servizio segreto italiano nato nel 1966 e poi sciolto nel 1977) lo invit\u00f2 a sospendere le indagini sul gruppo terrorista di estrema destra. Il colonnello, con il suo braccio destro l&#8217;allora capitano Antonino Chirico, rivolse le attenzioni investigative verso sei giovani, conducendoli a processo: secondo il Mingarelli essi si sarebbero vendicati di alcuni sgarbi subiti dai carabinieri. Ma il movente proposto non convinse i giudici, che assolsero i sei giovani, i quali, una volta liberi, denunciarono Mingarelli per le false accuse, dando inizio a una nuova inchiesta contro ufficiali dei carabinieri e magistrati per aver deviato le indagini. L&#8217;istruttoria sulla strage a quel punto si era indirizzata verso gli ambienti neofascisti. Ma praticamente per una dozzina di anni le indagini e i procedimenti giudiziari ignorarono i veri colpevoli, focalizzandosi invece su una variet\u00e0 di indiziati e imputati che non hanno nulla a che fare con il crimine. Tra l\u2019altro, all\u2019inizio viene imboccata una pista rossa legata a Lotta Continua, che poi viene abbandonata per la sua palese inconsistenza, una pista che era per\u00f2 politicamente utile. Soltanto nel 1984 la responsabilit\u00e0 dell\u2019attentato viene confessata da Vincenzo Vinciguerra, un militante di Ordine Nuovo che, dopo essere stato latitante prima in Spagna e poi in Argentina, si \u00e8 costituito nel 1979 ed \u00e8 gi\u00e0 in carcere per un\u2019altra accusa. Da detenuto, dunque, Vinciguerra confessa spontaneamente l\u2019attentato di Peteano, senza ripudiare il suo passato, rivendicando anzi con orgoglio la propria qualit\u00e0 di soldato politico. Egli afferma di confessare allo scopo di \u201cfare chiarezza\u201d, avendo compreso che tutte le precedenti azioni della destra radicale, incluse le stragi, in realt\u00e0 erano state manovrate dallo stesso regime che si proponeva di attaccare. Dichiara infatti Vinciguerra: \u201cMi assumo la responsabilit\u00e0 piena, completa e totale dell\u2019attentato, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato\u2026\u201d L\u2019unico fatto realmente rivoluzionario, secondo Vinciguerra, \u00e8 proprio quello di Peteano, \u201cazione di guerra contro lo Stato (nelle persone dei carabinieri) e non contro la folla, in maniera indiscriminata\u201d\u00bb. Ma come si direbbe in una spy story l&#8217;intrecci si infittisce e vengono fuori poco edificanti \u201caltarini\u201d che spiegano il perch\u00e8 la strage di Peteano venne da subito circoscritta al territorio goriziano, tenuta lontana dalle cronache e ancora pi\u00f9 lontana dagli avvenimenti stragistici che per primi avevano scosso l\u2019opinione pubblica e la vita civile degli italiani. La risposta la diede l&#8217;allora giudice istruttore Felice Casson secondo cui la strage era tutt\u2019altro che locale e venne \u201cdepotenziata\u201d dai servizi deviati per nascondere la strategia della tensione che era collegata con Gladio, la struttura clandestina paramilitare sorta per contrastare la minaccia comunista.<br>Proseguendo sulle indagini sulla Strage di Peteano, il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra \u2013 reo confesso per la strage parl\u00f2 come un torrente in piena e rivel\u00f2 nel 1982 come il segretario del MSI Giorgio Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari al latitante Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano e coautore della strage, affinch\u00e9 modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali: tale intervento si rendeva necessario poich\u00e9 Cicuttini, oltre ad aver collocato materialmente la bomba assieme a Vinciguerra, si era reso autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata identificata mediante successivo confronto con la registrazione di un comizio del MSI da lui tenuto. Nel giugno del 1986, a seguito dell&#8217;emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l&#8217;avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Furono rinviate a giudizio 18 persone, tra militanti di destra e ufficiali dei carabinieri, mentre il magistrato triestino Bruno Pascoli mor\u00ec durante il processo. Vinciguerra e Cicuttini vennero condannati all&#8217;ergastolo, Carlo Maria Maggi a 12 anni per reato associativo, Carlo Digilio e Delfo Zorzi rispettivamente a 11 e 10 anni per lo stesso reato; altri militanti locali sono stati condannati a pene tra i 4 e i 6 anni (Gaetano Vinciguerra, Giancarlo Flaugnacco e Cesare Benito Turco). Eno Pascoli \u00e8 stato condannato a 3 anni e 9 mesi, la moglie Liliana De Giovanni a 11 mesi, mentre Almirante usufru\u00ec dell&#8217;amnistia. Gli ufficiali ritenuti colpevoli di depistaggio (Antonio Chirico, Dino Mingarelli, Giuseppe Napoli e Michele Santoro) furono condannati a pene comprese tra i 3 e i 10 anni e 6 mesi.<br>La sentenza d&#8217;appello conferm\u00f2 solo l&#8217;ergastolo di Carlo Cicuttini (Vinciguerra non aveva fatto ricorso) assolvendo tutti gli altri imputati ma la Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annull\u00f2 con rinvio le assoluzioni di Chirico, Mingarelli e Napoli, confermando invece le altre decisioni . Nel nuovo processo fu accertato il depistaggio dei tre ufficiali, condannati a 3 anni e 1 mese (Giuseppe Napoli) e a 3 anni e 10 mesi (Antonio Chirico e Dino Mingarelli)[12], condanne diventate definitive nel 1992. Nell&#8217;ultima inchiesta \u00e8 stato accertato anche il depistaggio di un perito e di altri Ufficiali dei Carabinieri, accusati di falsa testimonianza. Cicuttini, fuggito in Spagna, venne catturato a ventisei anni dalla strage, nell&#8217;aprile del 1998, quando fu vittima egli stesso di una trappola: la procura di Venezia gli fece offrire un lavoro a Tolosa dove, recatosi convinto di intraprendere le trattative contrattuali, venne arrestato dalla polizia ed estradato dalla Francia in Italia dove mor\u00ec nel 2010. Attualmente Vincenzo Vinciguerra sta scontando una condanna all&#8217;ergastolo in qualit\u00e0 di reo confesso della strage. Mentre il terzo uomo che oper\u00f2 l&#8217;attentato Ivano Boccaccio entro nelle indagini da morto, infatti il 6 ottobre del 1972 quatro mesi dopo Peteano tent\u00f2 il dirottamento di un velivolo all\u2019aeroporto di Ronchi dei legionari. Boccaccio ex par\u00e0 chiede un riscatto di 200 milioni e un salvacondotto per fuggire all&#8217;estero. Inizia una lunga trattativa telefonica durata circa 11 ore: l\u2019equipaggio e i passeggeri per\u00f2 riescono a mettersi in salvo e la situazione scappa di mano gli agenti in forze attaccano il piccolo aereo fermo sulla pista. Il Boccaccio che \u00e8 solo nella cabina, lancia una bomba a mano. Tre agenti, non indietreggiano e riescono a nascondersi sotto un\u2019ala del Fokker. Boccaccio li intravede e dalla cabina, esplode un colpo che colpisce a una mano l\u2019appuntato di Ps Michele Barbarossa. I tre agenti, erano presenti oltre a Barbarossa, l\u2019appuntato dei carabinieri Alessandro Piscopo e il maresciallo di polizia Nino Valente, aprono il fuoco, un proiettile colpisce Boccaccio alla testa e lo uccide. Ci sar\u00e0 ancora molto da scoprire su quella stagione folle, e anche se con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono pi\u00f9 coperti dal segreto di Stato e sono perci\u00f2 liberamente consultabili da tutti, \u00e8 passato troppo tempo , troppo tempo a disposizione per manipolatori e le forbici dei molti che dall&#8217;interno dello Stato hanno avuto opportunit\u00e0 e volont\u00e0 di inquinare prove, fatti e testimonianze.<a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/om.elvenar.com\/ox\/it?ref=out_it_it_001&amp;external_param=$section_name$&amp;pid=$publisher_name$&amp;bid=00d965805f0f14f3075f76eff6b5ca207c&amp;ob_cvr_pixel_domain=elvenar.com&amp;obOrigUrl=true\" target=\"_blank\"><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da Friulsera de\u00f2 31 maggio 2022 Era il 31 maggio 1972 quando una tremenda esplosione tolse la vita al Brigadiere Antonio Ferraro, e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni. 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