{"id":4002,"date":"2022-02-20T21:54:16","date_gmt":"2022-02-20T20:54:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=4002"},"modified":"2022-02-20T21:54:16","modified_gmt":"2022-02-20T20:54:16","slug":"bosnia-trentanni-fa-la-guerra-la-memoria-e-come-uno-sputo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2022\/02\/20\/bosnia-trentanni-fa-la-guerra-la-memoria-e-come-uno-sputo\/","title":{"rendered":"BOSNIA: Trent&#8217;anni fa la guerra, la memoria \u00e8 come uno sputo"},"content":{"rendered":"\n<p>di Pietro Aleotti da East Journal del 16\/2\/2022<\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>Siamo alla vigilia del trentennale dell\u2019inizio della guerra in Bosnia. Un conflitto che ha cambiato irreversibilmente il paese. La memoria \u00e8 un dovere.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Si inerpica ripida questa salita. Dalle viuzze del quartiere turco di Ba\u0161\u010dar\u0161ija s\u2019arrampica lungo le prime pendici settentrionali del monte Trebevi\u0107 promettendoti, a compensazione, ci\u00f2 che resta del bastione giallo e della sua storia di duecento anni. Da quass\u00f9 si gode della pi\u00f9 bella vista della citt\u00e0. Chi la percorre oggi, lo fa col groppo della fatica e del disorientamento, ascoltando cuore e polmoni palleggiarsi il sangue. E come quel sangue, l\u2019ascesa \u00e8 forzata tra i vicoli stretti del cimitero musulmano di Kova\u010di, che s\u2019attorcigliano e si ingarbugliano, inestricabili come le vene del dorso di una mano.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono identiche l\u2019una all\u2019altra le piccole lapidi bianche: si rizzano, a centinaia, direttamente dalla terra nuda, senza altri fronzoli se non un nome difficile da dire e una data. Nulla di strano, ma qui siamo a Sarajevo, e quelle date sono tutte innaturalmente vicine, millenovecento-novantadue, millenovecento-novantacinque, non un anno di pi\u00f9, non uno di meno. Sono memoria, quei numeri, memoria scolpita a ricordarci i morti ammazzati nel pi\u00f9 lungo assedio cittadino della storia contemporanea. Millequattrocento-quarantaquattro giorni. Ci sono molti altri luoghi come questo, in Bosnia Erzegovina: cattolici, ortodossi, ebrei. \u00c8 una terra cos\u00ec, questa e, si sa, la morte non va troppo per il sottile: si piange con occhi uguali dappertutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono passati trent\u2019anni dall\u2019inizio di<a href=\"https:\/\/www.eastjournal.net\/archives\/84876\">&nbsp;quell\u2019assedio<\/a>&nbsp;e di quella guerra. Trent\u2019anni da quando la Bosnia Erzegovina fu teatro, nella quasi incredulit\u00e0 dei suoi stessi abitanti, di un drammatico scontro che si tent\u00f2 subdolamente di far passare per conflitto etnico, quasi si trattasse di una lotta tribale. Fino all\u2019ultimo tra gli abitanti di Sarajevo ci si era illusi che alla fine avrebbe prevalso il&nbsp;<em>kom\u0161iluk<\/em>, parola di origine turca che indica rapporti di buon vicinato tra persone di diverso credo, e che la pace l\u2019avrebbe spuntata sull\u2019odio. Come dubitarne, d\u2019altra parte? Non era forse Sarajevo la citt\u00e0 conosciuta in tutto il mondo come \u201cla Gerusalemme d\u2019Europa\u201d? Non era Sarajevo la citt\u00e0 della tolleranza, della multiculturalit\u00e0, della convivenza?<\/p>\n\n\n\n<p>Non era forse Ivo Andri\u0107 che scriveva \u00ab<em>A Sarajevo chi soffra d\u2019insonnia pu\u00f2 sentire strani suoni nella notte cittadina. Pesantemente e con sicurezza batte l\u2019ora della cattedrale cattolica: le due dopo mezzanotte. Passa pi\u00f9 di un minuto ed ecco che si fa vivo, con un suono pi\u00f9 flebile, ma pi\u00f9 penetrante, l\u2019orologio della chiesa ortodossa. Poco dopo, con voce sorda, lontana, il minareto della moschea imperiale batte le undici: ore arcane, alla turca, secondo strani calcoli di terre lontane, di parti straniere del mondo. Gli ebrei non hanno un orologio proprio che batta le ore, e solo Dio sa qual \u00e8 in questo momento la loro ora [\u2026]. Cos\u00ec, anche di notte, mentre tutto dorme, nella conta di ore deserte d\u2019un tempo silenziose, \u00e8 vigile la diversit\u00e0 di questa gente addormentata, che da sveglia gioisce e patisce, banchetta e digiuna secondo quattro calendari diversi e invia al cielo desideri e preghiere in quattro liturgie diverse<\/em>\u00bb?<\/p>\n\n\n\n<p>I morti furono centomila, sebbene nemmeno sulla loro conta sembri sia possibile mettersi d\u2019accordo. Di questi, oltre ottomila solo a Srebrenica, bosniaci musulmani assassinati a sangue freddo nel giro di una manciata di giorni nella colpevole indifferenza del mondo intero e dell\u2019Onu, che aveva promesso protezione e che invece lasci\u00f2 quella gente sola al proprio destino. Un orrore tanto grande da \u201ccostringere\u201d le Nazioni Unite a riconoscere che \u201cSrebrenica\u201d fu genocidio, una parola che \u00e8 tornata a riecheggiare in Europa mezzo secolo dopo l\u2019olocausto.<\/p>\n\n\n\n<p>Non bast\u00f2, al mondo non bast\u00f2. Per arrivare agli&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Dossier\/Vent-anni-dopo-Dayton#:~:text=Gli%20Accordi%20di%20Pace%20di%20Dayton%20decretarono%20la%20fine%20della,Wright%2DPatterson%2C%20in%20Ohio.\">accordi di Dayton<\/a>, che nel novembre del 1995 posero formalmente fine al conflitto, fu necessario passare anche attraverso lo scempio dell\u2019eccidio di civili al mercato di Markale, a Sarajevo. Cinque granate, che il 28 agosto 1995 provocarono quarantatr\u00e9 morti tra la gente in fila per il pane, quarantatr\u00e9 morti che finalmente colmarono la misura e che portano all\u2019intervento dell\u2019Occidente e i contendenti al tavolo della pace. Markale \u00e8 una rosa rossa incastonata nell\u2019asfalto, ora. Ce ne sono disseminate dappertutto in citt\u00e0, hanno sostituito i crateri delle bombe, a ricordo di chi sotto quelle bombe ha perso la vita.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<em>Durante l\u2019assedio eravamo suddivisi tra quelli che hanno con le loro vite piantato le rose, e quelli sopravvissuti che le annaffiavano con le loro lacrime<\/em>\u00bb (Jasminko Halilovi\u0107).<\/p>\n\n\n\n<p>Camminando per strada schivo quelle rose per rispetto e per pudore, giro in tondo senza distogliere lo sguardo. C\u2019\u00e8 forse anche un sentimento di vergogna per il pezzetto di responsabilit\u00e0 che mi spetta per quella guerra avvenuta a un\u2019ora di volo da casa mia. Ma l\u2019impressione che si ha \u00e8 che quelle rose non suscitino pi\u00f9 alcuna emozione tra i sarajevesi. Non \u00e8 indifferenza, non potrebbe. \u00c8 stanchezza, piuttosto, desiderio di passare oltre. Se la guerra si \u00e8 portata via tutto \u2013 vite, case, ponti come quello che, a Mostar, rappresentava anche simbolicamente la capacit\u00e0 di stare insieme \u2013, \u00e8 la pace che sembra non essere mai iniziata. E a prevalere \u00e8 la consapevolezza che se \u00e8 vero che i trattati di Dayton siano stati in grado di far tacere le bombe, essi abbiano, contestualmente, avallato la suddivisione della Bosnia Erzegovina su basi etniche e religiose. L\u2019ostilit\u00e0 tra gruppi nazionali non \u00e8 stata la causa della guerra ma, di sicuro, ne rappresenta l\u2019indotto pi\u00f9 pesante.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una discesa che mi aspetta. Il ritorno ai vicoli di Ba\u0161\u010dar\u0161ija, ai caff\u00e8 all\u2019aperto, alle piccole botteghe artigiane dove viene lavorato il rame con una destrezza senza pari. Negli ultimi anni sui banconi di queste botteghe hanno fatto capolino piccoli resti della guerra passata e non \u00e8 difficile imbattersi in bossoli di proiettile trasformati in penne biro. Non vedo irriverenza in questo, piuttosto una specie di catarsi, un piccolo pezzo di memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 la memoria \u00e8 come lo sputo che tiene insieme tutto. Il suo contrario non \u00e8 l\u2019oblio, ma la negazione.<\/p>\n\n\n\n<p>(<em>Foto: Pietro Aleotti\/East Journal<\/em>)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Pietro Aleotti da East Journal del 16\/2\/2022 Siamo alla vigilia del trentennale dell\u2019inizio della guerra in Bosnia. Un conflitto che ha cambiato irreversibilmente il paese. La memoria \u00e8 un dovere. Si inerpica ripida questa salita. 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