{"id":3831,"date":"2021-11-10T23:51:25","date_gmt":"2021-11-10T22:51:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3831"},"modified":"2021-11-10T23:51:25","modified_gmt":"2021-11-10T22:51:25","slug":"la-guerra-fa-bene-alleconomia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/11\/10\/la-guerra-fa-bene-alleconomia\/","title":{"rendered":"La guerra fa bene all\u2019economia?"},"content":{"rendered":"\n<p>di Loredana Panariti del 10\/11\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSi va dritti a casa, senza pi\u00f9 pensare che la guerra \u00e8 bella anche se fa male\u00bb cantava De Gregori in una sua famosa canzone che si intitola Generale. E se i soldati della canzone al fatto che la guerra fosse bella non ci credevano pi\u00f9 (e chiss\u00e0, forse la maggior parte non ci aveva mai creduto), la retorica nazionalista e maschilista, le due cose, effettivamente, spesso viaggiano insieme, ha spesso avanzato l\u2019idea della guerra come qualcosa da amare. Giovanni Papini nel suo Amiamo la guerra sosteneva che \u00abLa guerra \u00e8 spaventosa e appunto perch\u00e9 spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi\u00bb<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Chris Hedges ne Il fascino oscuro della guerra<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a> ha descritto l\u2019attrazione che essa esercita sui giornalisti e Alessandro Baricco, nel suo testo sull\u2019Iliade, ha sottolineato la \u00abmeraviglia\u00bb della guerra e il suo carattere \u00abspettacolare\u00bb, proponendo, tuttavia, la costruzione di \u00abun&#8217;altra bellezza\u00bb capace di liberarci dall\u2019idea di guerra bella e unica strada sicura per una vera pace<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la convinzione che la guerra abbia effetti positivi ha superato la letteratura e, anche in economia, i conflitti armati sono considerati da pi\u00f9 autori fattori decisivi per l\u2019innovazione tecnologica e lo sviluppo, utili generatori di innovazione, come capita di leggere anche nei nostri manuali di storia economica. Per esempio, i dati sui movimenti del PIL tra il 1938 e il 1944, che mostrano per gli Stati Uniti un incremento pari al 114,4%<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>, sono spesso citati a sostegno della tesi in cui si afferma che la vera uscita dalla crisi del 1929 fu la II guerra mondiale. Il premio Nobel per l&#8217;economia Douglass North, in una intervista pubblicata da \u201cIl sole24ore\u201d, ha dichiarato: \u00abNon siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale\u00bb<a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>. Che la guerra sia stata la porta d\u2019uscita della Grande Depressione \u00e8, del resto, convinzione diffusa e condivisa. Pi\u00f9 precisamente, \u00e8 il nesso tra sviluppo economico e spese militari a essere considerato positivo in quanto si finanziano progetti capaci di trasferire innovazione anche all\u2019industria civile. Progetti che, probabilmente, non si sarebbero potuti realizzare \u2013 o avrebbero richiesto molto pi\u00f9 tempo \u2013 se non ci fossero stati l\u2019urgenza, la necessit\u00e0 e i ritmi serrati imposti dalla guerra. Si tratta, tuttavia, di una visione meccanica che non tiene conto dei fattori scatenanti delle crisi interne dei paesi in conflitto e che considera la soluzione militare come l\u2019unica praticabile ed \u00e8 interessante che la questione della II guerra mondiale come elemento risolutivo della crisi venga proposta anche in diversi manuali di management.<\/p>\n\n\n\n<p>Pure la Germania nazista, con i suoi ostentati successi in campo economico e la forte riduzione della disoccupazione, ha attirato l\u2019attenzione degli economisti e tra questi alcuni hanno cercato di dimostrare l\u2019ipotesi che gli armamenti rappresentassero la spina dorsale della piena occupazione<a href=\"#_ftn6\">[6]<\/a>. In molte delle ricerche, anche quelle che mettono in evidenza tutti gli elementi di rapina organizzata di quella economia, si riconosce un nesso tra politica di riarmo e innovazione. Si tratta di un\u2019idea diffusa anche ai giorni nostri. La rete di Internet viene spesso presentata come un frutto delle ricerche militari, mentre, come ha affermato Raul Caruso nel suo Economia della pace, si tratta un\u2019invenzione scippata alla ricerca dai militari, militari che non riuscirono a svilupparla e la restituirono, poi, alla ricerca<a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a>. La guerra, invece, ritarda l\u2019innovazione in quanto la segretezza che riguarda tutte le innovazioni militari non prevede che esse possano essere usate nella vita quotidiana, nella vita civile delle persone.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma l\u2019idea che le armi e la guerra siano motori di sviluppo ha superato l\u2019ambito economico contemporaneo. Ian Morris nel suo War! What is it Good For? Conflict and the Progress of Civilization from Primates to Robots<a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a>, ha scritto che, guardando nel lunghissimo periodo, grazie ai conflitti che hanno caratterizzato l\u2019esistenza dell\u2019umanit\u00e0, c\u2019\u00e8 stato modo di creare societ\u00e0 pi\u00f9 grandi e organizzate che hanno notevolmente ridotto il rischio che i loro membri potessero morire violentemente. A suo giudizio la guerra \u00e8 stata utile in quanto ha permesso di creare delle societ\u00e0 che funzionano meglio, meglio organizzate, con condizioni di standard di vita pi\u00f9 elevati e crescita economica. \u00abInsomma la guerra non solo ci ha resi pi\u00f9 sicuri, ma anche pi\u00f9 ricchi\u00bb, ha dichiarato dalle pagine del Washington Post nel 2014<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>. Se la guerra \u00e8 sempre foriera di progresso e miglioramento socio-economico, come sostiene Morris, vediamo, dunque, come affronta la questione della Germania hitleriana. Nel suo libro dichiara che la domanda che gli pongono pi\u00f9 spesso \u00e8 proprio quella che riguarda la guerra come elemento propulsivo del regime nazista. &nbsp;Cos\u00ec risponde: \u00abSe \u00e8 vero, come ho affermato, che la guerra \u00e8 stata produttiva creando societ\u00e0 pi\u00f9 grandi, che si pacificano internamente e generano crescita economica, allora cosa dire di Hitler? Pur avendo il controllo su gran parte del continente europeo, come non accadeva dai tempi dell\u2019impero romano, sicuramente ha impoverito i cittadini e reso le loro vite molto pi\u00f9 pericolose; l\u2019esatto opposto di una guerra produttiva\u00bb. Continua e liquida la questione affermando che bisogna esaminare i processi in un\u2019ottica di lungo periodo, ricorda le persecuzioni nella storia nei confronti degli ebrei e sostiene che il problema di Hitler non sia un vero problema. Si premura di aggiungere che non \u00e8 un vero problema secondo la sua teoria, ma lo \u00e8 stato, invece, per le persone che hanno vissuto nel suo regime di terrore. \u00abSi tratta di un caso estremo negli annali dell\u2019atrocit\u00e0 \u2013 conclude -, dovuto anche al fatto che gli Stati Uniti in quel momento non avevano assunto il ruolo di centro del mondo dopo che la Gran Bretagna vi aveva rinunciato\u00bb<a href=\"#_ftn10\">[10]<\/a>. &nbsp;In pratica una non risposta orientata a espungere dal ragionamento ci\u00f2 che non combacia con il modello proposto.<\/p>\n\n\n\n<p>Le politiche economiche e monetarie perseguite dalla Germania nazista, per\u00f2, specie in rete, riscuotono consensi e nutrono una solida mitologia che non lascia indifferente la ricerca. Il tema della riduzione della disoccupazione \u00e8 spesso enfatizzato e cos\u00ec pure i mezzi finanziari utilizzati per raggiungerla<a href=\"#_ftn11\">[11]<\/a>. Manca, in queste narrazioni, l\u2019osservazione che la politica di creazione di posti di lavoro non fu cos\u00ec decisiva. I consumi e i salari reali subirono una forte compressione e l\u2019incremento della produzione militare provoc\u00f2 un indebitamento cos\u00ec grande che non si poteva che arrivare alla guerra. Una politica economica che annient\u00f2 il sindacato, cancell\u00f2 ogni tipo di relazioni industriali ed esercit\u00f2 la rapina delle risorse dei Paesi occupati e dei loro abitanti. Non si trattava, pertanto, di un\u2019economia forte, ma di un\u2019economia fragile travestita da forte grazie alla propaganda e che aveva come unico scopo, pena il crollo, la guerra. Ogni trasformazione dell\u2019economia in un\u2019economia di guerra pu\u00f2, grazie al superindebitamento dello Stato e alle misure autarchiche mostrare dei momenti che sembrano positivi, ma che preparano solo alla guerra e non bisogna dimenticare che si tratta di politiche basate sulla morte delle persone, sulla distruzione e sulla violazione dei diritti umani.<\/p>\n\n\n\n<p>Il ruolo innovativo della guerra \u00e8 enfatizzato anche nel saggio Unified China and divided Europe<a href=\"#_ftn12\">[12]<\/a>, che mette in comparazione la Cina e l\u2019Europa. Gli autori sostengono che una grave e unidirezionale minaccia di invasione esterna ha favorito la centralizzazione in Cina, mentre l\u2019Europa ha affrontato una pi\u00f9 ampia variet\u00e0 di minacce esterne ed \u00e8 quindi rimasta frammentata. Se all\u2019inizio la centralizzazione della Cina ha avuto effetti positivi, a lungo andare i Paesi europei hanno investito di pi\u00f9 in tecnologia e modernizzazione proprio a causa dell\u2019insicurezza causata dalle rivalit\u00e0 con i vicini. Di nuovo la guerra viene individuata come elemento che spinge verso l\u2019innovazione e la crescita le societ\u00e0, dimenticando gli effetti essenziali che nella storia dell\u2019umanit\u00e0 ebbe lo scambio inter-culturale su tutti i piani.<\/p>\n\n\n\n<p>In un articolo apparso sul New York Times nel 2014, Tyler Cowen si \u00e8 spinto ancora pi\u00f9 in l\u00e0 imputando il lento sviluppo degli ultimi decenni alla mancanza di guerra: \u00abSiamo in un momento di stasi dal punto di vista della crescita economica perch\u00e9 c\u2019\u00e8 la pace\u00bb \u2013 leggiamo -, e, secondo Cowen, per quanto controintuitivo possa sembrare, la maggiore tranquillit\u00e0 del mondo, cio\u00e8 l\u2019assenza di guerre del peso delle due guerre mondiali, potrebbe rendere meno urgente l\u2019impegno per raggiungere tassi di crescita economica pi\u00f9 elevati e quindi rendere in qualche modo pi\u00f9 pigri i Paesi<a href=\"#_ftn13\">[13]<\/a>. Eppure, basterebbe anche una semplice lettura de L\u2019Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, o una visita al sito omonimo<a href=\"#_ftn14\">[14]<\/a>, per confutare queste affermazioni: guerre, persecuzioni e devastazioni non sono mai scomparse dal pianeta, il fatto che non avvengano da noi, non significa che non esistano e, spesso, le relazioni tra le nostre democrazie occidentali e quei luoghi martoriati sono opache.<\/p>\n\n\n\n<p>Il costo umano delle guerre successive all\u201911 settembre \u00e8 stato al novembre 2018 tra 480 e 507.000 persone, questo solo in Afghanistan, Iraq e Pakistan, senza contare, per esempio, la Siria, lo Yemen e altri conflitti regionali e in questa drammatica aritmetica sono assenti gli effetti dei conflitti sugli spostamenti di popolazioni<a href=\"#_ftn15\">[15]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2019, le spese militari sono aumentate su scala globale a 1,78 mila miliardi di euro, con un incremento del 3,6 per cento su base annua, il pi\u00f9 elevato degli ultimi dieci anni. Non \u00e8 facile quantificarle: in Italia, per esempio, le \u00abmissioni di pace\u00bb non sono considerate spese militari e vengono conteggiate in altri capitoli. \u00c8 evidente che se parliamo di spese militari la situazione dei Paesi democratici \u00e8 diversa da quella dei Paesi non democratici, anche se il legame tra armamenti e politica \u00e8 abbastanza stretto. Dovrebbero, in Italia, essere in vigore delle leggi piuttosto severe per quanto riguarda la vendita di armi a determinati Paesi, ma l\u2019Italia vende armi all\u2019Arabia Saudita, paese che le usa per bombardare lo Yemen, e ci\u00f2 ci rende complici delle violazioni dei diritti umani perpetrate a danno di quelle popolazioni. Ci sono riviste e istituzioni che forniscono dati dettagliati e aggiornati su queste questioni<a href=\"#_ftn16\">[16]<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019idea che la guerra possa portare dei benefici espansivi \u00e8 un cortocircuito mentale. Investire in armi, se possiamo parlare di investimento, dirotta risorse che potrebbero essere utilmente impiegate in altri settori pi\u00f9 produttivi e quindi determina un impoverimento a livello generale. Pensare che la distruzione possa portare dei vantaggi \u00e8 un errore che, ancora nel 1850, Fr\u00e9d\u00e9ric Bastiat, nel suo illuminante saggio Ci\u00f2 che si vede e ci\u00f2 che non si vede, ha illustrato raccontando la storia della finestra rotta. Un ragazzo lancia un sasso contro la finestra del panettiere e la rompe. Al momento, le persone che assistono all\u2019atto di vandalismo lo condannano, ma poi, riflettendo, cominciano a pensare che, dopo tutto, il guaio ha un lato positivo: d\u00e0 lavoro al vetraio. Il vetraio, poi, spender\u00e0 i suoi soldi, chi li incasser\u00e0 acquister\u00e0 qualcos\u2019altro e cos\u00ec via, con un effetto favorevole sui consumi e sul lavoro. Cos\u00ec il lancio del sasso, alla fine, nel sentire comune, diventa un\u2019azione positiva. Ma ci\u00f2 che la gente non sa (e non vede) \u00e8 che il panettiere pensava di acquistare un abito, cosa che non far\u00e0 perch\u00e9 deve riparare il vetro. Quindi il guadagno del lavoro del vetraio \u00e8 la perdita del lavoro del sarto<a href=\"#_ftn17\">[17]<\/a>. \u00abSotto mille travestimenti il falso ragionamento del vetro rotto \u00e8 il pi\u00f9 persistente di tutta la storia dell\u2019economia\u00bb<a href=\"#_ftn18\">[18]<\/a> ed \u00e8 forse pi\u00f9 applicato alle grandi che alle piccole distruzioni. La guerra non fa bene all\u2019economia e la pandemia in cui siamo coinvolti dovrebbe sollecitare, come suggerisce Bastiat, la ricerca di ci\u00f2 che non si vede utilizzando le risorse disponibili per l\u2019ambiente, la salute e la ricerca. In altre parole per promuovere un\u2019economia di pace.<\/p>\n\n\n\n<p>Intervento presentato al 7\u00b0 convegno Convivere con Auschwitz, memoria sotto scorta (22 gennaio 2020). Gli atti sono disponibili in&nbsp;<a href=\"https:\/\/urlsand.esvalabs.com\/?u=https%3A%2F%2Fwww.openstarts.units.it%2Fbitstream%2F10077%2F31212%2F8%2FConvivere-con-Auschwitz_7b.pdf&amp;e=4b646402&amp;h=e601f13d&amp;f=n&amp;p=y\">https:\/\/www.openstarts.units.it\/bitstream\/10077\/31212\/8\/Convivere-con-Auschwitz_7b.pdf<\/a><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> G. Papini, <em>Amiamo la guerra<\/em>, in \u201cLacerba\u201d, I ottobre 1914, <a href=\"http:\/\/www.pavonerisorse.it\/storia900\/tests\/papini.htm\">www.pavonerisorse.it\/storia900\/tests\/papini.htm<\/a>, (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> C. Hedges, <em>Il fascino oscuro della guerra<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2004.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> A. Baricco, <em>Omero, Iliade<\/em>, Milano, Feltrinelli, 2004, <em>Un\u2019altra bellezza. Postilla sulla guerra<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> Si veda l\u2019intervista di Paolo Mattei a Giuseppe Guarino: <em>Finch\u00e9 c\u2019\u00e8 guerra c\u2019\u00e8 ricchezza<\/em>, tratta da \u201c30 giorni\u201d, 6, 2002, <a href=\"http:\/\/www.30giorni.it\/articoli_id_83_l1.htm\">www.30giorni.it\/articoli_id_83_l1.htm<\/a>, (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> L\u2019articolo \u00e8 citato da G. Santommaso, <em>Quella strana correlazione Guerra-Ripresa Economica<\/em>, in SUNeconomist, <a href=\"http:\/\/suneconomist.altervista.org\/strana-correlazione-guerra-crescita\/\">http:\/\/suneconomist.altervista.org\/strana-correlazione-guerra-crescita\/<\/a>, (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> Si veda la rassegna di E. Galli della Loggia, <em>Il capitalismo tedesco nel periodo nazista<\/em>, in \u201cQuaderni Storici\u201d, 24 (3), 1973, p. 1023.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> R. Caruso, <em>Economia della pace<\/em>, Bologna, Il Mulino, 2017.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> I.&nbsp; Morris, <em>War! What is it Good For? Conflict and the Progress of Civilization from Primates to Robots<\/em>, New York: Farrar, Straus &amp; Giroux; London: Profile Books, 2014.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> I. Morris, <em>In the long run, wars make us safer and richer<\/em>, in \u201cThe Washington Post\u201d, 25 aprile 2014, <a href=\"http:\/\/www.washingtonpost.com\/opinions\/in-the-long-run-wars-make-us-safer-and-richer\/2014\/04\/25\/a4207660-c965-11e3-a75e-463587891b57_story.html\">www.washingtonpost.com\/opinions\/in-the-long-run-wars-make-us-safer-and-richer\/2014\/04\/25\/a4207660-c965-11e3-a75e-463587891b57_story.html<\/a> (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> I. Morris, <em>War! What is Good For?<\/em>,cit., pp.78-79.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref11\">[11]<\/a> S. Sylos Labini, <em>L\u2019ipotesi moneta fiscale in Italia? Il miglior precedente \u00e8\u2026 tedesco<\/em>, in \u201cEconopoly\u201d, 15 febbraio 2016, <a href=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/2016\/02\/15\/lipotesi-moneta-fiscale-in-italia-il-miglior-precedente-e-tedesco\/\">www.econopoly.ilsole24ore.com\/2016\/02\/15\/lipotesi-moneta-fiscale-in-italia-il-miglior-precedente-e-tedesco\/<\/a> (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref12\">[12]<\/a> C. Yu Ko, M. Koyama, T.-H Sng, <em>Unified China and divided Europe<\/em>, in \u201cInternational Economic Review, 59, 2017, pp. 285-327.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref13\">[13]<\/a> T. Cowen, <em>The Lack of Major Wars May Be Hurting Economic Growth<\/em>, in \u201cThe New York Times\u201d, 13 giugno 2014, <a href=\"http:\/\/www.nytimes.com\/2014\/06\/14\/upshot\/the-lack-of-major-wars-may-be-hurting-economic-growth.html\">www.nytimes.com\/2014\/06\/14\/upshot\/the-lack-of-major-wars-may-be-hurting-economic-growth.html<\/a>, (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref14\">[14]<\/a> <em>Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo<\/em>, IX edizione, Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2020, anteprima disponibile in <a href=\"http:\/\/www.atlanteguerre.it\/\">www.atlanteguerre.it\/<\/a> (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref15\">[15]<\/a>Neta C. Crawford, <em>Costs of War. Human Cost of the Post 9\/11 Wars: Lethality and the Need for Transparency<\/em>, Watson Institute, International &amp; public affairs, Brown University, November 2018, <a href=\"https:\/\/watson.brown.edu\/costsofwar\/files\/cow\/imce\/papers\/2018\/Human%20Costs%2C%20Nov%208%202018%20CoW.pdf\">https:\/\/watson.brown.edu\/costsofwar\/files\/cow\/imce\/papers\/2018\/Human%20Costs%2C%20Nov%208%202018%20CoW.pdf<\/a> (sito consultato il 10\/6\/2020).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref16\">[16]<\/a> Si veda <em>Sipri Yearbook 2019. Armament, Disarmament and International Security<\/em>, Oxford University Press, 2019.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref17\">[17]<\/a> F. Bastiat, <em>Ci\u00f2 che si vede e ci\u00f2 che non si vede (<\/em>trad. it<em>. <\/em>di<em> Ce qu\u2019on voit et ce qu\u2019on voit pas<\/em>, 1850), Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2005.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref18\">[18]<\/a> H. Hazlitt, <em>L\u2019economia in una lezione<\/em>, Milano, IBL libri, 2016, p. 23.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Loredana Panariti del 10\/11\/2021 \u00abSi va dritti a casa, senza pi\u00f9 pensare che la guerra \u00e8 bella anche se fa male\u00bb cantava De Gregori in una sua famosa canzone che si intitola Generale. E se i soldati della canzone al fatto che la guerra fosse bella non ci credevano pi\u00f9 (e chiss\u00e0, forse la maggior parte non ci aveva mai creduto), la retorica nazionalista e maschilista, le due cose, effettivamente, spesso viaggiano insieme, ha spesso avanzato l\u2019idea della guerra<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3832,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[12],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3831"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3831"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3831\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3833,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3831\/revisions\/3833"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3832"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3831"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3831"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3831"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}