{"id":3791,"date":"2021-10-18T22:53:10","date_gmt":"2021-10-18T20:53:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3791"},"modified":"2021-10-18T22:53:11","modified_gmt":"2021-10-18T20:53:11","slug":"quando-le-migranti-eravamo-noi","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/10\/18\/quando-le-migranti-eravamo-noi\/","title":{"rendered":"Quando le migranti eravamo noi"},"content":{"rendered":"\n<p>di Anna Cecchini del 18\/10\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>Hanno morbidi tagli a caschetto e abitini al ginocchio con la vita bassa. Sorridono e hanno volti placidi e sognanti di ragazze borghesi degli anni \u201920. In una fredda giornata invernale la porta si spalanca sull\u2019ampia stanza al pianoterra e un trapezio di luce illumina il pavimento a rombi bianchi e rossi. Mi sono arrampicata fin sulla cima della collinetta che domina la piana del Vipacco, a Prva\u010dina, che conserva l\u2019antico borgo storico. Mi muovo tra armadi pieni di vestiti, arredi e suppellettili d\u2019epoca. E tante foto alle pareti, &nbsp;dalle quali mi guardano queste ragazze eleganti e disinvolte. Alcune hanno i pupi in braccio, vestiti sontuosamente secondo la moda dell\u2019epoca, spingono passeggini, posano accanto a lussuose automobili. Qualcuna \u00e8 perfino ritratta in groppa a un cammello.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono le \u201caleksandrike\u201d, le alessandrine, come le chiamavano in patria, o le \u201cgoriciennes\u201d, come le chiamavano laggi\u00f9, all\u2019ombra delle piramidi.<\/p>\n\n\n\n<p>Un fenomeno migratorio importante e singolare, una parentesi tutta femminile con partenza dall\u2019antica regione del Litorale austriaco e destinazione Alessandria d\u2019Egitto o, pi\u00f9 raramente, il Cairo, un flusso umano contraddittorio e affascinante, ricco di luci e di ombre, sul quale si \u00e8 indagato solo di recente.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione ha origine a met\u00e0 dell\u2019Ottocento, quando la crescita della borghesia mercantile europea e locale nelle metropoli egiziane crea una forte richiesta di maestranze. La circostanza ben si combina con l\u2019emanazione da parte della monarchia asburgica della Staatsgrundgesetz, la norma che sancisce&nbsp; nel 1867 la libert\u00e0 di emigrazione. Nascono da qui i grandi movimenti migratori dei cittadini dell\u2019Impero, che finalmente possono muoversi liberamente all\u2019interno dei confini della monarchia e verso le destinazioni transoceaniche del \u201cnuovo mondo\u201d. Una di queste mete saranno i porti egiziani sul Mare Nostrum, quando l\u2019apertura del Canale di Suez nel 17 novembre 1869 trasforma l\u2019Egitto in una sorta di El Dorado in terra ottomana.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quelle ragazze che mi guardano dalle fotografie color seppia sono le prime \u201cbadanti\u201d della storia, proletarie che lasciano tutto, perfino i loro neonati, per diventare balie, governanti, cameriere, cuoche e sarte della borghesia internazionale. Sono friulane, istriane e dalmate, ma soprattutto slovene della valle del Vipacco. Diventano ricercate e pagate il triplo delle altre. Perch\u00e8? Sono pulite, intelligenti e materne, si dice. Imparano in fretta il francese, l\u2019inglese e perfino l\u2019arabo. Sono pi\u00f9 dolci delle svizzere e delle tedesche, sanno \u201cstare al loro posto\u201d. Le voci girano e forse questo basterebbe a spiegare un flusso cos\u00ec consistente e circoscritto di partenze, qualche migliaio, negli anni che vanno dalla seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento alla seconda guerra mondiale.<\/p>\n\n\n\n<p>Partono, dunque, queste ragazze pallide e coraggiose con i piroscafi, sopportano il mal di mare e la prima, feroce nostalgia. Molte di loro hanno i seni gonfi di latte e hanno lasciato i loro neonati per nutrire quelli di ricche e annoiate francesi. Sbarcano nella confusione dei porti egiziani e stringono nelle mani i biglietti con l\u2019indirizzo delle suore scolastiche che daranno loro appoggio e asilo fino alla sistemazione e veglieranno poi &nbsp;sulla loro moralit\u00e0 di giovani emigranti. Vanno \u201ca servizio\u201d nel paese dei minareti,&nbsp; nelle ville ombreggiate dalle palme di una borghesia ricca e cosmopolita. Allattano i figli degli altri, mantengono immacolata la biancheria di lino e di seta, lucidano i pavimenti di mogano. Ma guadagnano anche quaranta fiorini al mese, mentre a Vienna la paga di una domestica non supera i dieci, e a Trieste non arriva a otto. Con quei guadagni favolosi possono mantenere tutta la famiglia, lass\u00f9 a Prva\u010dina, Ren\u010de, Bilje e Kojsko, i paesi che hanno dato pi\u00f9 aleksandrinke di tutti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il salto culturale, sociale ed economico \u00e8 favoloso. Maria Faganelli di Merna sar\u00e0 per quattro anni la governante in casa di Boutros Ghali, futuro segretario delle Nazioni Unite. Danica Furlan addirittura&nbsp; la dama di compagnia dell&#8217;ultima regina d&#8217; Egitto alla corte di Faruk. Le foto del piccolo museo di Prva\u010dina e i graziosi vestiti di lino e di seta e i cappellini civettuoli, raccolti tra i discendenti delle aleksandrinke,&nbsp; raccontano una storia di benessere e di riscatto. Ma non dicono tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Non raccontano che la suocera della custode del museo lasci\u00f2 la sua creatura di pochi mesi alle cure della famiglia, e che la bimba, per incuria o per il trauma dell\u2019abbandono, mor\u00ec dopo pochi mesi. Non le dissero nulla, perch\u00e9 il dolore le avrebbe fatto perdere il latte e il sorriso affettuoso che rivolgeva al piccolo francese che accudiva. Non raccontano lo sgomento e poi il sospetto di quelli che erano rimasti a casa, mariti, padri, amici e conoscenti, di fronte alla vita agiata e disinibita di queste ragazze, che avevano lasciato un ambiente arretrato, patriarcale e bigotto per una societ\u00e0 vivace e cosmopolita, rendendole pi\u00f9 consapevoli e sicure di s\u00e9. Le assenze da casa duravano anche anni, ma poi le aleksandrinke tornavano lass\u00f9, a Prva\u010dina, Ren\u010de Bilje e Kojsko, e i figli non le riconoscevano, i mariti erano rosi dai sospetti e il paese intero le trattava con malcelato disprezzo. E loro stesse stentavano a rientrare nei ranghi di una societ\u00e0 di cui forse non condividevano pi\u00f9 i valori, dopo aver assaggiato la libert\u00e0 e l\u2019emancipazione in terra egiziana.<\/p>\n\n\n\n<p>Questioni complesse, delicati equilibri sconvolti da una storia di emigrazione tutta femminile e dai risvolti contraddittori. Ancora una volta la nostra storia rivela contorni e sfumature che sfuggono ai criteri canonici di classificazione degli eventi.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec scrive nel 1907 Andrej Gabr\u0161\u010dek, editore e politico goriziano, nel suo resoconto di un viaggio in Egitto: \u201cLe nostre donne sono gentili, intelligenti e abili nella conduzione della casa, ma in quelle citt\u00e0 ci sono uomini che non hanno famiglia n\u00e9 una casa propria, ai quali donne come la nostra capitano a proposito. Ma con il passar del tempo&nbsp; si \u00e8 generato un certo male che il nostro popolo ha definito con il termine di alessandrismo (\u2026) Alle nostre donne sono accaduti i crimini pi\u00f9 diversi. Egiziani, arabi, si sono impossessati delle nostre donne, le hanno apparentemente sposate ma poi vendute nei postriboli di tutto l\u2019Oriente\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Certamente si tratta di una posizione un po\u2019 radicale, che tuttavia non pu\u00f2 che incrementare in patria un clima di sospetto e pregiudizio, mentre la verit\u00e0 \u00e8 che la stragrande maggioranza di queste donne contribuisce in maniera determinante all\u2019economia familiare: una garantisce il riscatto della casa ipotecata, un\u2019altra l\u2019istruzione dei fratelli, un\u2019altra ancora l\u2019acquisto di un podere. Ci sono esempi di letteratura slovena del novecento che riprendono le suggestioni del fenomeno delle aleksandrinke, come Egip\u010danka (L\u2019egiziana, 1906), che racconta la storia di Malika, ragazza di campagna che emigra nella terra dei faraoni come bambinaia di una ricchissima famiglia di mercanti, ma riesce ad affrancarsi&nbsp; dall\u2019impiego e vive come \u201clibera dama\u201d al Cairo, per poi tornare in patria avvolta di sete e&nbsp; merletti, ma piena di rimpianti per la giovinezza perduta. &nbsp;Anche nel racconto \u017derjavi (Le gru, 1932) di France Bevk la protagonista lascia marito e figlioletta per andare \u201ca balia\u201d in Egitto. \u201cL\u2019anelito di libert\u00e0\u201d \u00e8 pi\u00f9 forte dell\u2019opposizione del marito e dell\u2019amore per sua figlia e \u201cil lusso di una vita sconosciuta le danzava davanti agli occhi, le bruciava il sangue\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta in entrambi i casi di letteratura che esprime la condanna morale della aleksandrinke, la cui partenza espone a gravi rischi la loro integrit\u00e0 e l\u2019onore della famiglia. Il biasimo per l\u2019abbandono familiare rende doloroso perfino il ritorno, che le ripaga con il disprezzo della scelta imperdonabile di una \u201c<em>lepa vida\u201d<\/em> in terra straniera.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la seconda guerra mondiale il flusso migratorio femminile verso l\u2019Africa si arresta. Il successivo avvento di Nasser e la nazionalizzazione del Canale di Suez pongono fine all\u2019\u201det\u00e0 dell\u2019oro\u201d egiziana. I dolorosi avvenimenti post bellici del goriziano mettono in secondo piano ogni interesse e dibattito sul tema, lasciando solo alle cronache familiari il ricordo di quelle vicende. Ma, fortunatamente, negli anni settanta l\u2019interesse si \u00e8 riacceso. Dorika Makuc racconta nel documentario&nbsp; \u017derjavi letijo na jug (Le gru volano a sud) e nel libro \u201cAleksandrinke\u201d la storia di quelle donne di cui aveva sentito parlare nella sua infanzia, intervistando le protagoniste e visitando in Egitto le donne slovene che non sono tornate in patria. La ricerca di Makuc ha ridestato l\u2019interesse per il fenomeno e dato il via a nuovi studi storici. Queste donne provenienti da zone marginali e depresse, che hanno avuto il coraggio di uscire da una realt\u00e0 di schiavit\u00f9 della terra e della famiglia, che hanno sovvertito le regole sociali e culturali e ne hanno sopportato il biasimo, hanno riguadagnato il centro della scena.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2005 nasce a Prva\u010dina il Circolo per il mantenimento dell\u2019eredit\u00e0 culturale delle aleksandrinke, che ha come scopo censire l\u2019eredit\u00e0 culturale del fenomeno, mostrare queste donne nella loro giusta luce e dar loro il posto che meritano nella storia di questi luoghi. Innumerevoli le opere letterarie, i saggi e gli spettacoli teatrali che, negli ultimi vent\u2019anni, hanno avuto fatto uscire dalle cucine e dalla memoria &nbsp;familiare una narrazione che \u00e8 assieme storiografica e antropologica.<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019interessante interpretazione \u00e8 stata data da Bo\u0161tjan \u017dek\u0161, Ministro per gli sloveni oltreconfine e nel mondo dal 2008 al 2011, il quale, nel corso della conferenza stampa che ha preceduto la posa di una targa al cimitero del Cairo a ricordo alle aleksandrinke l\u00e0 sepolte, le ha ricordate come \u201cle nostre prime cittadine del mondo, dignitose e ambiziose\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Una rotta contraria a quella degli africani che oggi cercano il proprio futuro da sud a nord, una linea perpendicolare a quelle delle decine di migliaia di donne russe, ucraine, rumene e polacche che arrivano da est. Anche loro lasciano figli, mariti e affetti che restano vivi attraverso chilometriche telefonate. &nbsp;Anche loro tornano a casa di rado, perch\u00e9 i viaggi costano. Anche loro tornano coi figli cresciuti e i mariti imbronciati. Imparano l\u2019italiano e le abitudini occidentali delle famiglie europee alle quale custodiscono i vecchi, e non pi\u00f9 i graziosi neonati vestiti di trine. Qualcuna rimane e magari cambia vita, ma sembra difficile paragonarle a quelle pallide ragazze slovene coi capelli a caschetto e le prime gonne corte degli Anni Ruggenti sul delta del Nilo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando attraverso i parchi cittadini incontro spesso gruppetti di badanti che trascorrono sulle panchine ombrose i loro pomeriggi di libert\u00e0. Parlano tra loro in polacco, russo e rumeno. Sorridono, scuotono le frangette, allungano le gambe al primo sole primaverile. Mi piacerebbe che un giorno, tra quelle panchine, una fosse dipinta di azzurro, come il mare che bagna Alessandria d\u2019Egitto, e che la Gorizia ricordasse cos\u00ec &nbsp;quelle ragazze che furono le sue figlie. &nbsp; Nel frattempo, se potete, fate un salto a Prva\u010dina, nella valle del Vipacco. Arrampicatevi fino alla chiesa del vecchi borgo in cima alla collina. Nella minuscola piazza c\u2019\u00e8 una vecchia abitazione dove hanno trovato casa le memorie delle aleksandrinke. Se riuscirete a intercettare le custodi (numero di telefono affisso sulla porta) la porta si spalancher\u00e0 su due piccole stanze zeppe di ricordi di una storia tutta femminile lontana ma attualissima, perch\u00e9 chi cerca una nuova vita non si pu\u00f2 fermare, allora come oggi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Anna Cecchini del 18\/10\/2021 Hanno morbidi tagli a caschetto e abitini al ginocchio con la vita bassa. 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