{"id":3786,"date":"2021-10-16T14:32:25","date_gmt":"2021-10-16T12:32:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3786"},"modified":"2021-10-16T14:32:25","modified_gmt":"2021-10-16T12:32:25","slug":"la-vita-nuda-in-nome-di-tutti-quelli-che-soffrono","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/10\/16\/la-vita-nuda-in-nome-di-tutti-quelli-che-soffrono\/","title":{"rendered":"La vita nuda, in nome di tutti quelli che soffrono"},"content":{"rendered":"\n<p><em>da\u00a0 Bo\u017eidar Stani\u0161i\u0107<\/em> da <em>OBCT<\/em> del 14\/10\/2021\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p><em>E&#8217; nelle librerie &#8220;La vita nuda&#8221; di Danilo Ki\u0161 e Aleksandar Mandi\u0107, edita dall&#8217;editore Mimesis (collana Saggi letterari, traduzione di Alice Parmeggiani Dri). La recensione dello scrittore Bo\u017eidar Stani\u0161i\u0107, autore della postfazione al libro<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Per Ki\u0161, i campi di concentramento contraddistinguono, pi\u00f9 di ogni altra cosa, la storia del XX secolo. La riflessione di Ki\u0161 sui lager nazisti e staliniani segna l\u2019inizio della sua produzione letteraria e ne costituisce il fulcro. Avvicinandosi alla fine della sua vita, con il documentario \u201cGoli \u017eivot\u201c [La vita nuda] realizzato insieme al regista Aleksandar Mandi\u0107, Ki\u0161 aveva ribadito la sua opinione sui lager, riconfermando cos\u00ec la sua posizione di spicco tra gli scrittori e filosofi restii a scendere a patti con il revisionismo storico. Ritengo che, in questo senso, Ki\u0161 sia molto vicino a Theodor Adorno, e soprattutto ad Albert Camus e alla sua concezione del ruolo dello scrittore del XX secolo che doveva parlare &#8220;in nome di tutti quelli che soffrono, a prescindere dal passato e dal futuro e indipendentemente dalle bandiere dei popoli sopraffattori [&#8230;] Per un artista non esistono boia privilegiati&#8230;&#8221;. Questo vale anche per quelli che torturavano e non di rado uccidevano gli internati del campo di Goli Otok [Isola Calva] e di altri lager e prigioni per i cosiddetti\u00a0<em>informbirovci\u00a0<\/em>[comunisti jugoslavi estromessi dal Partito comunista della Jugoslavia dopo la rottura tra Tito e Stalin perch\u00e9 considerati sostenitori del regime sovietico, ossia del Kominform, in serbo-croato nota come Informbiro, un\u2019organizzazione internazionale che tra il 1947 e il 1956 riuniva i partiti comunisti e operai di vari paesi europei, ndt].<\/p>\n\n\n\n<p>Il libro&nbsp;<em>La vita nuda&nbsp;<\/em>si apre con una prefazione, di sole due pagine, intitolata&nbsp;<em>Poslednje Ki\u0161ovo delo<\/em>&nbsp;[L\u2019ultima opera di Ki\u0161], a firma di Aleksandar Mandi\u0107 \u2013 il principale \u201ccolpevole\u201c per la realizzazione della serie documentaria&nbsp;<em>La vita nuda&nbsp;<\/em>\u2013 che costituisce un prologo indispensabile per ogni lettore di quest\u2019opera, una sintesi dei fatti essenziali che portarono alla realizzazione del summenzionato documentario e, trent\u2019anni dopo, alla pubblicazione del libro. [1]<\/p>\n\n\n\n<p>Riporto alcuni di questi fatti essenziali, parafrasando Mandi\u0107: nel 1986 Ki\u0161, ospite dell\u2019Istituto Van Leer di Gerusalemme, conobbe due ebree di origine jugoslava, Eva Nahir e&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/aree\/Serbia\/Zeni-Lebl-la-ragazza-con-il-girasole-199226\">\u017deni Lebl<\/a>, ex detenute del lager di Goli Otok, &#8220;convinte che Ki\u0161 fosse l\u2019unica persona che potesse scrivere delle loro vite&#8221;. Ki\u0161 ascolt\u00f2 le loro testimonianze, il racconto dei &#8220;destini dolorosi e straordinari, dei quali per\u00f2 non se la sentiva di scrivere&#8221;. Quindi propose a Mandi\u0107 di recarsi in Israele e di girare un documentario per raccontare l\u2019esperienza dell\u2019internamento di Eva Nahir e \u017deni Lebl nel lager di Goli Otok \u2013 &#8220;la nostra Shoah&#8221;, come lo defin\u00ec Ki\u0161. Il regista accett\u00f2, a condizione che Ki\u0161 assumesse il ruolo di &#8220;narratore che prender\u00e0 per mano [Eva e \u017deni] e le guider\u00e0 attraverso i ricordi&#8221;. Ki\u0161 rifiut\u00f2 la proposta, con quel suo tipico gesto della mano.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Non aveva mai avuto un televisore, e tanto meno il desiderio di essere cos\u00ec presente nelle case altrui. Mi ci vollero tre anni per convincerlo e solo nel marzo del 1989 partimmo per Israele con una piccola troupe. Registrammo per una settimana girando in tutto il paese. Ascoltavo le testimonianze di quelle donne, scosso e incredulo che si potesse sopravvivere a tante sofferenze. E ascoltavo il mio amico Danilo che chiedeva loro fatti e dettagli come fosse un investigatore dei suoi libri, ma con compassione e attenzione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il penultimo giorno eravamo davanti al Muro del pianto e come nel peggior racconto dozzinale, cos\u00ec estraneo alla sua esperienza, l\u00ec, proprio l\u00ec, cominci\u00f2 a dolergli la spalla. L\u2019ombra della morte, che negli ultimi anni si era portato dietro sui polmoni, si era fatta sentire. L\u2019indomani partimmo, noi per Belgrado e lui oltre, per Parigi. L\u00e0 il dubbio fu confermato, la malattia era tornata e la speranza era svanita. I dottori prescrissero un\u2019altra radioterapia, Danilo rifiut\u00f2. Ancora un po\u2019 dell\u2019amata Dubrovnik, ancora poche passeggiate lungo il mare e poi&#8230; Ottobre, la fine a Parigi e la sepoltura a Belgrado.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>In quei mesi non mi chiese di vedere il materiale registrato, n\u00e9 io, senza di lui, ero in grado di riguardarlo. Dopo la sua sepoltura, mi accinsi a onorare l\u2019impegno di preservare la sua ultima opera. Visitai e filmai i luoghi di cui si parla nella serie. Poi, insieme, eseguimmo il montaggio. Lui era accanto a me, in tutti i momenti di dubbio, nella realizzazione delle sequenze, nella scelta delle inquadrature, in ogni stacco, e io ascoltavo che cosa avrebbe detto. E sono sicuro di non averlo tradito.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>La serie ha quattro episodi che durano 215 minuti. Fu trasmessa dal 12 al 15 marzo del 1990 dagli studi di Sarajevo. E, come in un atto simbolico impraticabile nell\u2019arte, fu anche l\u2019ultima cosa che i cittadini della Jugoslavia guardarono tutti assieme, in diretta. Tranne che in Croazia, dove si ritenne \u201cnecessario controllare la cosa\u201d, prima di trasmetterla alcuni giorni dopo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Qui avete il testo della serie. Io stesso, che lo conosco per cos\u00ec dire a memoria, mi stupisco della forza, umana e letteraria, incredibilmente potente, che emana da questi dialoghi, grazie innanzi tutto al modo di conversare di Danilo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Non ho altro da aggiungere.&nbsp;<\/em>(tratto dal libro&nbsp;<em>La vita nuda<\/em>, traduzione di Alice Parmeggiani Dri)<\/p>\n\n\n\n<p>Lo so, dopo questa testimonianza dovrei dire a me stesso: concludi questo articolo commemorativo proprio con quel&nbsp;<em>non ho altro da aggiungere<\/em>. Ma essendo un peccatore, aggiungo: nei primi sei anni dall\u2019apertura, dai lager di Goli Otok e Sveti Grgur passarono&#8230; quante persone? Stando alle ricerche condotte da alcuni storici e giornalisti seri, il numero degli internati nei due lager oscilla tra 13mila e 16mila (e non 33mila, come sostenevano alcuni storici, tra cui Vladimir Dedijer, biografo ufficiale di Tito, e altri ancora che negli anni Novanta, in un periodo caratterizzato da una vera e propria isteria anticomunista nei paesi sorti dalle ceneri della Jugoslavia, manipolavano numeri a fini propagandistici, parlando di decine, se non addirittura di centinaia di migliaia di internati nei lager comunisti).<\/p>\n\n\n\n<p>Il campo di Goli Otok era suddiviso in quattro sezioni: Stara \u017dica, \u017dica, Radili\u0161te 101 (la cosiddetta Petrova rupa) e Radili\u0161te V, quest\u2019ultima riservata alle donne. Il numero maggiore di donne detenute a Goli Otok fu registrato nel 1951 \u2013 550. Nel periodo dell\u2019Informbiro, il numero complessivo dei detenuti nel campo di Goli Otok e in altre prigioni per oppositori politici del regime jugoslavo non aveva mai superato gli 8200 internati. Il numero delle vittime del lager di Goli Otok non \u00e8 mai stato stabilito con precisione, ma si stima che nel campo avessero perso la vita circa 400 persone, mentre \u2013 sempre secondo alcune stime \u2013 il numero degli ex detenuti morti (fino al 1963) per le conseguenze dell\u2019internamento a Goli Otok oscillerebbe tra i 400 e i 500. (Il periodo dell\u2019Informbiro segn\u00f2 l\u2019ultima fase della persecuzione di massa dei dissidenti, percepiti come una minaccia da parte del Partito che dopo il 1956 adott\u00f2 una nuova strategia: la punizione degli esponenti di spicco dell\u2019opposizione al regime comunista che avrebbe dovuto fungere da esempio per intimidire altri dissidenti. Uno dei casi emblematici \u00e8 quello di&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/aree\/Serbia\/Mihajlov-una-dissidenza-insolita-148667\">Mihajlo Mihajlov<\/a>.)<\/p>\n\n\n\n<p>Volendo andare oltre i meri numeri, occorre sottolineare che i detenuti del lager di Goli Otok, una volta rilasciati, dovevano firmare un documento dal contenuto molto semplice, la cosiddetta lettera di impegno, promettendo di non parlare mai del periodo trascorso a Goli Otok. Le autorit\u00e0 continuarono a guardare gli ex internati con sospetto, aprendo un fascicolo su ciascuno di loro e sorvegliando il loro comportamento. Quindi per nessuno degli ex internati dei lager jugoslavi fu facile tornare alla cosiddetta vita normale. Alcuni degli ex detenuti decisero di andarsene dalla Jugoslavia, e la maggior parte non vi fece pi\u00f9 ritorno. Tra questi c\u2019erano anche Eva Nahir e \u017deni Lebl, ex detenute del lager di Goli Otok e testimoni di quell\u2019epoca di cui parlano ne&nbsp;<em>La vita nuda<\/em>&nbsp;di Danilo Ki\u0161 e Aleksandar Mandi\u0107.<\/p>\n\n\n\n<p>In Jugoslavia il lager di Goli Otok rimase un argomento tab\u00f9 per molto tempo, non solo durante il periodo dell\u2019Informbiro. Nell\u2019ambito della storiografia e pubblicistica jugoslava, la verit\u00e0 su Goli Otok venne a galla solo all\u2019inizio degli anni Ottanta, quindi dopo la morte di Tito, mentre alcuni scrittori (tra cui Dragoslav Mihailovi\u0107, Vitomil Zupan, Branko Hofman, Slobodan Seleni\u0107) anche prima avevano affrontato il tema di Goli Otok nelle loro opere letterarie. Negli anni Ottanta furono pubblicate anche le prime stime del numero delle persone internate nel campo, accompagnate dalle prime testimonianze degli ex detenuti che avevano espresso, tra l\u2019altro, il timore che le loro affermazioni riguardanti le sofferenze subite a Goli Otok potessero essere messe in dubbio. Una paura simile a quella provata dai sopravvissuti ai lager nazisti e sovietici che temevano che le loro testimonianze degli orrori vissuti potessero apparire inverosimili.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la pubblicazione delle informazioni riguardanti il numero di internati a Goli Otok, alcuni vecchi comunisti dogmatici reagirono pronunciando affermazioni che potrebbero essere sintetizzate nella seguente domanda ironica, sollevata da uno di loro: \u201cCos\u00ec pochi?\u201c. Ma a prescindere dalla posizione di quei comunisti dogmatici (\u201cCosa potevamo fare?\u201c, \u201cAbbiamo scelto Tito!\u201c, \u201cQual \u00e8 il nostro peccato?\u201c) e dal fatto che non avessero tutti i torti quando parlavano di una grande differenza tra il numero delle vittime dei lager jugoslavi e quello delle vittime dei campi di concentramento nazisti e sovietici, da tutti quei dibattiti, studi, testimonianze, interviste non era mai emerso l\u2019interrogativo sulla proporzione tra delitto e castigo.<\/p>\n\n\n\n<p>Credo che Ki\u0161, autore della Trilogia familiare (Giardino, cenere; Dolori precoci; Clessidra), probabilmente grazie all&#8217;intuito di un bambino che vide suo padre partire per un viaggio senza ritorno, per Auschwitz, durante l&#8217;incontro con Eva Nahir e \u017deni Lebl avesse sentito un profondo bisogno di \u201ccorreggere la storia nel suo modo di presentare degli eventi o nel suo approccio scientifico per renderla concreta\u201d. Tuttavia, tale bisogno non si sarebbe concretizzato cos\u00ec fortemente se Ki\u0161 non avesse avuto paura dell\u2019oblio, o meglio, per dirla con Dostoevskij, \u201cdei limiti della memoria\u201d. (Dico \u201cavuto\u201d perch\u00e9 chi ha paura ha anche il potere di controllarla, e questo aspetto, mi sembra, emerge implicitamente dalla pi\u00f9 profonda dimensione semantica della&nbsp;<em>Trilogia familiare<\/em>&nbsp;di Ki\u0161.)<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, concludo questo articolo proposto in occasione dell\u2019uscita dell\u2019edizione italiana de&nbsp;<em>La vita nuda<\/em>&nbsp;sottolineando che questo libro, la cui forma \u00e8 stata determinata dalla regia di Mandi\u0107, si pu\u00f2 leggere come un alternarsi di testimonianze di Eva e \u017deni, cercando poi di \u201ccollegare\u201d tutti gli elementi delle due storie in un unicum ininterrotto. Allo stesso modo possono essere lette anche le domande di Ki\u0161, come la storia di un \u201cinterrogatore\u201d. Ki\u0161 non ebbe l\u2019occasione di vedere i materiali registrati \u2013 mor\u00ec sei mesi prima della messa in onda del documentario, ma credo che sarebbe stato contento (non avrebbe fatto quel gesto della mano che Mandi\u0107 e altri suoi amici ricordano bene) se avesse potuto vedere&nbsp;<em>La vita nuda&nbsp;<\/em>trasformarsi in un libro. Un libro impregnato del suo pensiero: \u201cIo, prima di tutto, racconto una storia, spero una storia appassionante, secondo le regole del&nbsp;<em>halal<\/em>&nbsp;(tradizione)\u2026 [\u2026] A me, come ho gi\u00e0 detto in tante interviste rilasciate, interessa il racconto, il suo inizio, la sua parte centrale e la sua fine. Tutto il resto \u00e8 marginale\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8212;<\/p>\n\n\n\n<p>[1] Essendo stato convinto da anni che la serie&nbsp;<em>La vita nuda<\/em>&nbsp;\u2013 grazie alla sua rilevanza documentaria, alla profondit\u00e0 delle testimonianze delle due protagoniste e alla peculiarit\u00e0 della voce di Ki\u0161 \u2013 potesse essere trasformata in un libro, nella primavera del 2020 mi rivolsi a Mirjana Mio\u010dinovi\u0107, ex moglie di Ki\u0161, la quale accett\u00f2 subito la mia proposta, contattando il regista Aleksandar Mandi\u0107. Il risultato: grazie all\u2019attenzione di Mirjana e al suo impegno affinch\u00e9 tutto quanto detto nel documentario venisse trasformato in parole scritte, il libro&nbsp;<em>La vita nuda<\/em>&nbsp;fu pubblicato gi\u00e0 all\u2019inizio dell\u2019estate 2020 dalla casa editrice Yes Pro di Belgrado (Gojko Bo\u017eovi\u0107, direttore della casa editrice Arhipelag che detiene i diritti d\u2019autore di Ki\u0161 in Serbia, aveva rinunciato ai diritti su questo libro). Subito dopo l\u2019uscita del libro in Serbia, proposi al professor Massimo Rizzante, uno dei pochi autentici conoscitori dell\u2019opera di Ki\u0161 in Europa, di pubblicarne anche una versione italiana. Ed ecco il libro, nella splendida traduzione di Alice Parmeggiani Dri. Quanto alla postfazione, a firma del sottoscritto, la \u201ccolpa\u201d \u00e8 di Massimo, \u00e8 stato lui a spingermi a scriverla, ma io continuo a credere che non fosse necessaria.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>da\u00a0 Bo\u017eidar Stani\u0161i\u0107 da OBCT del 14\/10\/2021\u00a0 E&#8217; nelle librerie &#8220;La vita nuda&#8221; di Danilo Ki\u0161 e Aleksandar Mandi\u0107, edita dall&#8217;editore Mimesis (collana Saggi letterari, traduzione di Alice Parmeggiani Dri). La recensione dello scrittore Bo\u017eidar Stani\u0161i\u0107, autore della postfazione al libro Per Ki\u0161, i campi di concentramento contraddistinguono, pi\u00f9 di ogni altra cosa, la storia del XX secolo. La riflessione di Ki\u0161 sui lager nazisti e staliniani segna l\u2019inizio della sua produzione letteraria e ne costituisce il fulcro. 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