{"id":3754,"date":"2021-09-26T11:44:19","date_gmt":"2021-09-26T09:44:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3754"},"modified":"2021-09-26T11:44:20","modified_gmt":"2021-09-26T09:44:20","slug":"edith-stein-ha-un-profilo-social","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/09\/26\/edith-stein-ha-un-profilo-social\/","title":{"rendered":"Edith Stein ha un profilo social"},"content":{"rendered":"\n<p>di Davide Strukelj del 26\/9\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>Lo confesso, il titolo iniziale di questo articoletto era una negazione: &#8220;Edith Stein non ha un profilo social&#8221;. Il motivo \u00e8 semplice come la tesi che vorrei sostenere, ovvero che i moderni social media sono l&#8217;esatto contrario dell&#8217;empatia, anzi sono anti-empatici. Ma andiamo con ordine.<\/p>\n\n\n\n<p>Edith Stein \u00e8 stata una religiosa, filosofa e insegnante. Nata a Breslavia nel 1891 da una famiglia atea ebrea, studi\u00f2 con merito divenendo allieva di Husserl. Si oppose con forza al nazismo tedesco, si convert\u00ec al cattolicesimo e prese i voti nell&#8217;ordine delle Carmelitane scalze col nome di Teresa Benedetta della Croce. Riconosciuta di etnia ebrea dai nazisti, fu internata ad Auschwitz dove mor\u00ec in una camera a gas nel 1942. Fu beatificata ed \u00e8 oggi una delle protettrici dell&#8217;Europa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo lavoro filosofico, breve ma intenso, parte dalla sua tesi di dottorato dal titolo &#8220;Sul problema dell&#8217;empatia&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;empatia, come sappiamo, \u00e8 la capacit\u00e0 di porsi nei panni dell&#8217;altro per comprenderne le emozioni, lo stato d&#8217;animo e i pensieri nel loro nascere e svolgersi nel tempo. \u00c8 una competenza importantissima dalla quale derivano innumerevoli &#8220;qualit\u00e0&#8221; sociali della nostra specie.<\/p>\n\n\n\n<p>Sosteneva la Stein in premessa alla sua tesi che, affinch\u00e9 possa sorgere un atteggiamento empatico, \u00e8 necessario che &#8220;ci vengano dati dei Soggetti estranei e la loro esperienza vissuta&#8221;. In buona sostanza, per poter essere empatici verso qualcuno dobbiamo avere a disposizione questo &#8220;qualcuno&#8221; e poter indagare la sua &#8220;esperienza vissuta&#8221;. Ci torniamo dopo.<\/p>\n\n\n\n<p>Jaron Lanier \u00e8 un informatico e saggista statunitense autore, tra gli altri, di un simpatico volume dal titolo &#8220;Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social&#8221;.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Sostiene Lanier che i social media costituiscono una vera e propria &#8220;fregatura&#8221;, e lo sono esattamente in quanto costruiti per essere tali, per ammissione dei loro stessi inventori e gestori.<\/p>\n\n\n\n<p>In breve, ogni piattaforma social funziona costruendo &#8220;feed&#8221;, ovvero elenchi di informazioni espressamente adattati ad ogni singolo utente, in modo da catturarne l&#8217;attenzione, coinvolgerlo e, molto spesso, radicalizzarne le opinioni. In buona sostanza, ogni utente ha a disposizione una sua personalissima narrazione di eventi e di opinioni, immagini e commenti. Questo elenco \u00e8 specifico e non visibile agli altri, per cui la narrazione del mondo &#8220;social&#8221; che mi viene propinata \u00e8 esclusivamente mia e nessun altro pu\u00f2 vederla tale e quale.<\/p>\n\n\n\n<p>Bene. Se qualcuno di voi si ricorda le origini dei &#8220;social&#8221;, lo slogan che pi\u00f9 di tutti ne decantava le qualit\u00e0 suonava pi\u00f9 o meno &#8220;questa piattaforma permetter\u00e0 alle persone di essere in contatto gli uni con gli altri&#8221;. Ci\u00f2 che non ci veniva detto \u00e8 che il &#8220;cosa&#8221; e il &#8220;quanto&#8221; noi avremmo visto degli altri lo avrebbe deciso una parte terza, peraltro non umana: un algoritmo, come si usa dire. Oggi sappiamo che il machine learning e l&#8217;intelligenza artificiale possono sviluppare e perfezionare di volta in volta i loro algoritmi per produrre un risultato sempre pi\u00f9 preciso. Ma qual&#8217;\u00e8 il massimo risultato che un social si prefigge? Sono due: tenere l&#8217;utente incollato alla piattaforma e fargli produrre contenuti interagendo con gli altri utenti (veri o falsi che siano&#8230;).<\/p>\n\n\n\n<p>Vi pare un obbiettivo troppo ambizioso per un programma informatico? Direi di no. Chi si illude che l&#8217;intelligenza artificiale sia solo una approfondita macchinazione di dati si sbaglia. Ovvero, dice bene, ma il problema \u00e8 che tale capacit\u00e0 di gestire informazioni produce ormai risultati molto simili a quelli che scaturiscono dal pensiero umano.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ne siete convinti? Leggete questa poesia:<\/p>\n\n\n\n<p>Mare<\/p>\n\n\n\n<p>Di un cielo inesorabile<\/p>\n\n\n\n<p>Dei pini<\/p>\n\n\n\n<p>E della tua casa<\/p>\n\n\n\n<p>Trasale la tua dolce esultanza<\/p>\n\n\n\n<p>E la tua patria vera<\/p>\n\n\n\n<p>Avvertite una strana sensazione, vero? Ebbene questa poesia \u00e8 stata composta da una intelligenza artificiale che ha &#8220;studiato&#8221; i nostri umanissimi poeti italiani, dopo essere stata opportunamente &#8220;istruita&#8221; da Michele Laurelli, che per la cronaca \u00e8 un esperto di informatica, e non di letteratura&#8230;<\/p>\n\n\n\n<p>Ricapitolando.<\/p>\n\n\n\n<p>Un algoritmo ci fornisce una base di informazioni, immagini, commenti e interlocutori personalizzati e finalizzati ad attrarci in un gorgo senza speranza di uscita. Da questa esperienza ricaviamo idee e convinzioni sul mondo reale.<\/p>\n\n\n\n<p>A un certo punto ci troviamo in quel mondo reale e interloquiamo con un altro essere umano il quale, a sua volta, ha costruito una sua convinzione basata su un&#8217;esperienza diversa dalla nostra e per noi assolutamente non conoscibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo \u00e8 il punto: abbiamo a disposizione un &#8220;soggetto estraneo&#8221;, ma non abbiamo la sua &#8220;esperienza vissuta&#8221;. Peggio: siamo portati a credere che la sua esperienza vissuta, sull&#8217;argomento di cui stiamo discutendo, sia esattamente uguale alla nostra poich\u00e9 immaginiamo (inconsciamente) che l&#8217;elenco delle notizie, immagini e commenti che abbiamo visto su quel tema siano gli stessi che hanno visto tutti gli altri utenti. In realt\u00e0 le due esperienze vissute (sui social), la mia e la sua, sono solo il risultato di un raffinato lavoro di personalizzazione e dunque differenti per definizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il risultato finale? Niente conoscenza dell&#8217;esperienza vissuta dell&#8217;altro, quindi niente empatia, niente comprensione, niente sane relazioni umane. Solo algoritmi che giocano con le nostre debolezze per vendere spazi pubblicitari a terzi&#8230; e propinarci proprio quello che a noi interessa acquistare. Potenza dell&#8217;intelligenza artificiale&#8230; E degli uomini che l&#8217;hanno istruita.<\/p>\n\n\n\n<p>Per tornare al titolo, ho controllato su Facebook ed esiste il profilo di Edith Stein.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>(Empaticamente) credo che la povera Edith cancellerebbe il suo account immediatamente, con piena soddisfazione di Jaron Lanier.<\/p>\n\n\n\n<p>Per completezza, e onor di verit\u00e0, Edith Stein concluse la sua tesi con una importante considerazione. Grazie all&#8217;empatia posso conoscere meglio me stesso, perch\u00e9 potr\u00f2 capire come gli altri, ciascuno a modo suo, vede e interpreta la mia stessa persona. Un lavoro raffinato e interminabile, basato sul confronto con altri esseri umani, e che probabilmente nessun algoritmo riuscir\u00e0 mai a emulare. Speriamo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Davide Strukelj del 26\/9\/2021 Lo confesso, il titolo iniziale di questo articoletto era una negazione: &#8220;Edith Stein non ha un profilo social&#8221;. Il motivo \u00e8 semplice come la tesi che vorrei sostenere, ovvero che i moderni social media sono l&#8217;esatto contrario dell&#8217;empatia, anzi sono anti-empatici. Ma andiamo con ordine. Edith Stein \u00e8 stata una religiosa, filosofa e insegnante. Nata a Breslavia nel 1891 da una famiglia atea ebrea, studi\u00f2 con merito divenendo allieva di Husserl. 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