{"id":3667,"date":"2021-08-20T18:40:02","date_gmt":"2021-08-20T16:40:02","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3667"},"modified":"2021-08-20T18:40:03","modified_gmt":"2021-08-20T16:40:03","slug":"una-domenica-dagosto-settantuno-anni-fa","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2021\/08\/20\/una-domenica-dagosto-settantuno-anni-fa\/","title":{"rendered":"Una domenica d\u2019agosto, settantuno anni fa"},"content":{"rendered":"\n<p>di Anna Cecchini del 13\/8\/2021<\/p>\n\n\n\n<p>Un venerd\u00ec estivo rovente, a Gorizia, affacciato sul Ferragosto. Voglia di mare, di frescura, di pausa. Giornate di ferie in cui si consultano siti governativi e news dal web. Green pass, quarantene, tamponi. Si pu\u00f2 andare? Non si pu\u00f2? Il pensiero, in bilico tra ieri e oggi, torna l\u00e0, al quel 13 agosto del 1950, settantuno anni fa.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo nati qui, nel Goriziano, in quest\u2019angolino fatto di montagne, pianura e mare percorso dai brividi straordinari della storia. Una storia non abbastanza raccontata, che pi\u00f9 si ricorda meglio \u00e8. Quando comincia questa storia? Quanto indietro dobbiamo andare per testimoniare la presenza di una popolazione che ha l\u2019unica colpa di essere come un cesto ricolmo di frutti e verdure con tanti nomi diversi? Susine, cespes, sliva, Pflaune, mele, mil\u00f9c, jabolka, Apfel, zucca, zuchetis, bu\u010dke, K\u00fcrbis.<\/p>\n\n\n\n<p>Si compra e si vende in italiano, friulano, sloveno e tedesco, durante la lunga dominazione austro-ungarica. In citt\u00e0 ci sono italiani, cecoslovacchi, austriaci, boemi, ungheresi, sloveni, croati. C\u2019\u00e8 benessere e confusione, una miscellanea di contaminazioni culinarie, di giornali in varie lingue, di mercati che espongono pesche di pianura, ciliegie del Collio, funghi del Nanos e capelunghe dell\u2019Adriatico. Un territorio che va dalle Alpi al mare, un piccolo compendio del tutto, il Litorale, con un capoluogo dove si moltiplicano ville e edifici pubblici, tra lo sferragliare dei tram, l\u2019eleganza dei cappellini e la vivacit\u00e0 dei circoli letterari. Quand\u2019\u00e8 che le cose si guastano? L\u2019Impero scricchiola, l\u2019irredentismo serpeggia come un borino che poi rinforza, scoperchia le tegole e sradica gli ippocastani. E porta la guerra, quella che ha divelto un ordine secolare e messo in ginocchio un territorio. Si cambia bandiera e divisa, il popolo diventa stato senza essere nazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La citt\u00e0 non si riprender\u00e0 mai pi\u00f9. Non si parla pi\u00f9 il tedesco e presto neppure lo sloveno. Una nuova parentesi buia e dolorosa sovverte equilibri centenari e cambia i cognomi. Persecuzioni e violenza inenarrabili, bocche imbavagliate e filastrocche da dimenticare. Il gelo di quei vent\u2019anni sfocia in un&#8217;altra tragedia, una nuova guerra mondiale. Stavolta ci si mettono nuovi appetiti e diversi ordini mondiali ad accanirsi sul territorio. Calano colpi di scure che squassano di nuovo individui e comunit\u00e0. Nel settembre del 1947 dentro la citt\u00e0 passano matasse di fili spinati.&nbsp; Di qua l\u2019occidente, di l\u00e0 il comunismo. Una frattura profonda quanto gli orrori del Novecento. Berlino e Gorizia, a voler far paragoni che paiono azzardati, ma non cos\u00ec tanto. Bisogna scegliere da che parte stare prima che mettano gi\u00f9 i paletti, anche se \u00e8 una scelta impossibile. Finisce che le galline becchettano di qua e vanno a dormire nei loro ricoveri di l\u00e0. Perfino una mucca si trova con due zampe anteriori in Jugoslavia e due in Italia. Per la gente \u00e8 peggio. Le famiglie si spaccano e la separazione totale durer\u00e0 tre lunghissimi anni. Tre anni senza abbracciarsi, senza la favola di una nonna prima di andare a letto o una mangiata di gnocchi di susine sotto il gelso. Una vergogna, uno sfregio, un\u2019altra mazzata.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma durante l\u2019estate del 1950, quando l\u2019Italia si scopre povera ma bella, a Gorizia si faranno le prove per abbattere i muri. Domenica 13 agosto la gente preme sui confini gi\u00e0 dalle prime luci dell\u2019alba. Si dice in giro che ci si potr\u00e0 incontrare nella terra di nessuno. La folla si ammassa dietro i fili spinati, di qua e di l\u00e0. Tutto comincia con ordine e lunghe file silenziose in attesa di dare il proprio nome e quello dei parenti dall\u2019altra parte. Poi c\u2019\u00e8 la chiamata, dopo estenuanti ore sotto il sole d\u2019agosto. Sotto il cavalcavia ferroviario di Casa Rossa \u00e8 tutto uno sbracciarsi, chiamare, stringersi. Il tempo \u00e8 poco perch\u00e9 tutti devono potersi salutare e la folla \u00e8 immensa. Le ore passano e verso le due del pomeriggio accade l\u2019inimmaginabile. Il brusio cresce, la folla preme e poi sfonda gli sbarramenti. Il confine viene forzato e una fiumana sudata e irriverente si riversa in citt\u00e0. Le guardie confinarie non possono nulla, o forse decidono saggiamente di non far nulla per non innescare un detonatore. Fanno bene. La gente affolla le osterie, riempie le strade cittadine. I negozi alzano le serrande, i cortili delle case si affollano, si mangia, si beve e si fa festa. La domenica delle scope, viene chiamata quella giornata pacificamente sovversiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo abituati a un\u2019unica storia, e invece non c\u2019era solo Gorizia, lacerata e privata della sua gente e del suo circondario. Di l\u00e0 c\u2019era una comunit\u00e0 cui era stato sottratto il proprio centro commerciale, sociale e amministrativo. Mentre il neonato stato jugoslavo stava faticosamente edificando Nova Gorica, nuovo contrappeso urbano, mancavano asili, negozi, medici, trattorie e luoghi di ritrovo. Non erano stati strappati solo gli affetti, ma anche tutto quanto costituisce una comunit\u00e0. Mancava quasi tutto, di l\u00e0. La gente raggranell\u00f2 tutto quello che poteva, perfino valuta antiquata e fuori corso, per un bicchiere di vino, un gelato, un po\u2019 di biancheria. S\u2019inventarono di portare con s\u00e9 burro, uova e perfino galline e conigli da barattare con caff\u00e8, vestiti e utensili. E le scope, s\u00ec, le scope di saggina per spazzare.<\/p>\n\n\n\n<p>Nessuno ci pens\u00f2, in quella domenica di festa, ma accaddero due cose che segnarono questo confine: il suo diventare \u201cmorbido\u201d, a confronto con l\u2019impenetrabile cortina di ferro che tagliava in due l\u2019Europa, e una nuova vocazione, che salv\u00f2 la Gorizia svuotata del dopoguerra, trasformandola in un polo commerciale per i paesi dell\u2019est, assieme a Trieste. Quella giornata fin\u00ec al tramonto, con lunghe file ordinate di fuggiaschi della domenica, che tornavano ordinatamente di l\u00e0 con le scope di saggina sulla spalla, qualche sporta preziosa in mano e il dolore di una nuova separazione. Gli jugoslavi con qualche piccola scorta, gli italiani che non avevano il cuore spezzato contavano le monete raggranellate in una domenica d\u2019agosto, altrimenti destinata all\u2019ozio inoperoso.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono passati settantuno anni da allora. Di acqua sotto i ponti ne \u00e8 passata parecchia. Oggi, che a Gorizia le serrande si abbassano una a una, siamo noi ad andare \u201cdi l\u00e0\u201d per un pranzo fuori porta, per la natura intatta e un\u2019idea di turismo, cultura e consumi sostenibili, virus permettendo. Allora Gorizia costru\u00ec il proprio benessere attraverso il commercio di beni di consumo che scarseggiavano in Jugoslavia, mentre varcava intimorita la frontiera per acquistare carne, sigarette, benzina e poco altro. Di l\u00e0 con trenta chili di caff\u00e8 si poteva pagare un matrimonio e per conoscere davvero cosa accadeva nel mondo era necessario procurarsi giornali e riviste italiane. Bisognava rischiare, da ambo le parti, per qualche litro di grappa casalinga o per un paio di jeans alla moda. I trucchi per contrabbandare erano ingegnosi, come le scarpe da donna col tacco amovibile per nasconderci valuta pregiata, elaborati sottofondi di auto o complicate stratificazioni di capi di abbigliamento. Anni di file, di \u201cniente da dichiarare?\u201d, di sotterfugi e diavolerie che ci hanno insegnato che le frontiere sono dei colabrodo e che la libera circolazione delle persone e delle cose \u00e8 un diritto umano e inarrestabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo abbiamo riprovato di recente, a sedici anni dalla cancellazione del confine, quando la pandemia ci ha di nuovo separato. E ancora le persone hanno dovuto incontrarsi oltre una rete e ne hanno provato orrore. Abbiamo dovuto tornare alla piazza Transalpina, tristemente tagliata in due da una recinzione, per scambiare medicinali e baci furtivi, cesti di radicchio, libri e fatture commerciali, perch\u00e9 nessuno dei due territori pu\u00f2 esistere compiutamente senza l\u2019altro.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, il 18 dicembre 2020, un annuncio che pare risarcire tutto. Nova Gorica \u00e8 proclamata Capitale europea della cultura 2025, ma non da sola, assieme a Gorizia. Il Goriziano \u00e8 sotto i riflettori dell\u2019Europa, stavolta non per raccontare una storia di fili spinati ma per sancire una riunione. Lo dice il Presidente Mattarella, i sindaci delle due citt\u00e0, la gente che ancora ricorda il prima e che ha vissuto il dopo. Il racconto di un popolo che ricuce le ferite, si ricongiunge, immagina un futuro assieme.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Anna Cecchini del 13\/8\/2021 Un venerd\u00ec estivo rovente, a Gorizia, affacciato sul Ferragosto. Voglia di mare, di frescura, di pausa. Giornate di ferie in cui si consultano siti governativi e news dal web. Green pass, quarantene, tamponi. Si pu\u00f2 andare? Non si pu\u00f2? Il pensiero, in bilico tra ieri e oggi, torna l\u00e0, al quel 13 agosto del 1950, settantuno anni fa. 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