{"id":3237,"date":"2020-12-13T10:39:49","date_gmt":"2020-12-13T09:39:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3237"},"modified":"2020-12-13T10:42:30","modified_gmt":"2020-12-13T09:42:30","slug":"shooting-in-sarajevo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/12\/13\/shooting-in-sarajevo\/","title":{"rendered":"Shooting in Sarajevo"},"content":{"rendered":"\n<p>recensione al libro di Luigi Ottani curato da Roberta Biagiarelli\u00a0di Nicole Corridore del 13\/12\/2020<\/p>\n\n\n\n<p><em>Un libro fotografico &#8211; ma non solo &#8211; che guarda alla citt\u00e0 di Sarajevo dagli occhi dei cecchini. \u00c8 uscito l&#8217;11 novembre scorso per Bottega Errante Edizioni &#8220;Shooting in Sarajevo&#8221;, firmato da Luigi Ottani e curato da Roberta Biagiarelli . Testi di: Luigi Ottani, Jovan Divjak, Azra Nuhefendi\u0107, Gigi Riva, Mario Boccia, Roberta Biagiarelli, Carlo Saletti<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Tutto \u00e8 cominciato nell\u2019intreccio tra una parola inglese dal doppio significato, \u201cshooting\u201d e una citt\u00e0 che \u00e8 stata presa di mira da due visuali diverse durante una guerra durata 4 anni: Sarajevo \u00e8 stata infatti inquadrata e fotografata nella sua terribile veste di citt\u00e0 sotto assedio, i suoi cittadini sono stati osservati attraverso il mirino dei fucili di precisione e colpiti dai cecchini.<\/p>\n\n\n\n<p>Come scrive Luigi Ottani, il fotografo autore degli scatti inseriti in \u201cShooting in Sarajevo\u201d libro di fotografie e testi appena uscito con <a href=\"https:\/\/www.bottegaerranteedizioni.it\/?product=shooting-in-sarajevo\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Bottega Errante Edizioni <\/a>, questo intreccio lo ha portato a una metamorfosi: \u201cAll\u2019inizio, preoccupato quasi esclusivamente degli aspetti tecnici, mi domandavo a quanto corrispondesse il cannocchiale di un Zastava M76, il fucile di precisione utilizzato in quella regione. Un 300 millimetri? Un 600? Poi, con il passare del tempo, la prospettiva e la focale hanno perso d\u2019importanza. Io sono diventato il cecchino e il suo bersaglio. I miei pensieri sono diventati i loro pensieri. Non avevo assolutamente considerato che intraprendere questo &#8216;viaggio&#8217; in una citt\u00e0 che per quattro anni \u00e8 stata sotto assedio potesse diventare pericoloso. Cos\u00ec \u00e8 stato. Nel racconto di Sarajevo, seppure vent\u2019anni dopo, mi sono trovato io dietro quel mirino\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il progetto<\/p>\n\n\n\n<p>Un progetto che Luigi Ottani ha intrapreso nel 2015 con Roberta Biagiarelli, attrice, esperta di Balcani e legata a doppio filo con la Bosnia Erzegovina, come ci racconta lei stessa: \u201cAll\u2019inizio tutto \u00e8 nato dalla semplice idea di fotografare dagli stessi luoghi da cui i cecchini hanno tenuto in scacco la citt\u00e0 durante l\u2019assedio. Nel tempo invece l\u2019idea si \u00e8 poi stratificata, ben consapevoli di andare a lavorare su un tema molto delicato soprattutto per rispetto delle vittime. Questa stratificazione \u00e8 avvenuta anche perch\u00e9 la realizzazione ha richiesto tempo: ci abbiamo messo 5 anni, scattando tutte le volte che andavamo a Sarajevo ed ogni nuovo scatto ci portava a nuovi ragionamenti\u201d. Tra questi anche un parallelo con i nostri giorni: \u201cCi ha portati a pensare a cosa siamo tutti noi oggi. \u2018Cecchini\u2019 ci attorniano ogni giorno\u2026 dagli algoritmi che ci inseguono, alle fake news che subiamo, a questo mondo intorno a noi che \u2018spara\u2019, che non colpisce i corpi ma colpisce in maniera altrettanto crudele i nostri cervelli\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che inizialmente voleva essere un percorso verso la realizzazione di un libro solo fotografico o di una mostra, si \u00e8 invece rivelato un po\u2019 pi\u00f9 articolato e ha portato Ottani e Biagiarelli a chiedere ad alcune persone di scrivere dei testi. Persone note a tutti coloro che viaggiano in quelle terre da anni. \u201cDa <a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/aree\/Bosnia-Erzegovina\/Bosnia-Erzegovina-25-anni-a-fianco-di-bambini-giovani-e-donne-195480\">Jovan Divjak<\/a>, che \u00e8 stato un po\u2019 il nostro mentore, ad <a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Autori\/(author)\/Azra%20Nuhefendi%C4%87\">Azra Nuhefendi\u0107<\/a> che ci ha portati a casa sua ed \u00e8 venuta con noi tante volte in questi 5 anni\u201d, spiega Biagiarelli. Poi Carlo Saletti, storico, che ha gi\u00e0 collaborato con Ottani e Biagiarelli nel 2016 alla realizzazione di \u201c<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/aree\/Macedonia-del-Nord\/Dal-libro-dell-Esodo-foto-e-parole-sulle-fughe-di-oggi\">Dal libro dell\u2019Esodo<\/a>\u201d (Piemme edizioni), nato dall\u2019esperienza fatta dagli autori nell\u2019agosto del 2015 sul confine greco-macedone, in una settimana di cammino fianco a fianco con i migranti lungo i binari del treno tra Gevgelija e Idomeni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma anche due giornalisti: Gigi Riva, all\u2019epoca del conflitto inviato del <em>Giorno<\/em> e al quale \u00e8 stata conferita la cittadinanza onoraria di Sarajevo, e Mario Boccia, che dal 1991 nel racconto delle guerre di dissoluzione della Jugoslavia ha unito l\u2019occhio del fotoreporter e la penna del giornalista. L\u2019apporto di Boccia ha un forte significato secondo Roberta Biagiarelli: \u201cHa accolto con grande generosit\u00e0 il nostro progetto. Una disponibilit\u00e0 non scontata se si pensa che lui \u00e8 un fotografo! &nbsp;\u00c8 difficile che un fotografo scriva dentro a un libro di un altro fotografo&#8230; Lui, che oltretutto i cecchini li ha fotografati veramente, durante la guerra. Il suo scritto \u00e8 secondo me fondante\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSono fotografie che turberanno chi ha vissuto l\u2019assedio di Sarajevo, il pi\u00f9 lungo della storia moderna (aprile 1992 &#8211; marzo 1996). Sicuramente non lasceranno indifferenti i suoi cittadini. \u00c8 probabile che ciascuno di loro sia stato inquadrato almeno una volta nel mirino telescopico del fucile di precisione di un tiratore scelto degli assedianti etno-nazionalisti serbo-bosniaci. Un nemico insidioso, nascosto, che poteva porre termine alla vita degli altri, a sua discrezione, senza rischiare la propria\u201d, scrive Mario Boccia. Ma aggiunge che rimarranno impresse anche in chi \u00e8 stato \u2018ospite\u2019 di Sarajevo in quegli anni: \u201cNoi, i privilegiati che entravano e uscivano liberamente durante quei quarantasette mesi d\u2019isolamento: giornalisti, <a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Dossier\/Cercavamo-la-pace\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">operatori umanitari <\/a>, membri delle agenzie delle Nazioni Unite, ecc. Tutti sotto tiro, anche se muniti di accrediti plastificati, elmetti, giubbotti anti-proiettile e, a volte, di macchine blindate. Sarajevo \u00e8 rimasta nel cuore di tutti per la sua somiglianza a molte delle citt\u00e0 dalle quali venivamo. In verit\u00e0 ne era la bella copia. Capace di migliaia di gesti solidali e disinteressati ai quali non siamo pi\u00f9 abituati.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>I luoghi<\/p>\n\n\n\n<p>La solidariet\u00e0 e la disponibilit\u00e0 di cui parla Boccia, \u00e8 stata fondamentale per riuscire a trovare i luoghi da cui i cecchini sparavano, sottolinea Ottani: \u201cGrazie a Roberta, che ha contatti di lungo corso nei Balcani e a Sarajevo, siamo riusciti a farci aiutare da alcune persone. La prima volta siamo andati nell\u2019appartamento di un\u2019amica, nel quartiere di Grbavica, situato in un palazzo dal quale durante la guerra un cecchino sparava. Poi, accompagnati da Faris Fo<em>\u010d<\/em>ak, siamo andati su una montagna da cui abbiamo cominciato a inquadrare i punti strategici della citt\u00e0, come il ponte Vrbanja, con un teleobiettivo che avesse la stessa prospettiva focale che avevano i cecchini. Mentre Jovan Divjak ci ha accompagnati all\u2019Holiday Inn, dove ho scattato diverse foto dalle finestre della stessa stanza da cui erano stati sparati <a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Dossier\/Bosnia-vent-anni-dopo\">i primi colpi da un cecchino il 5 aprile 1992<\/a>, quando nell\u2019albergo ci abitava ancora Radovan Karad\u017ei\u0107 con la famiglia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il cecchino. Una figura attorno alla quale Roberta Biagiarelli pensava tempo fa di dedicare un lavoro teatrale: \u201c\u00c8 un argomento delicato che aveva mosso in me il desiderio di approfondirlo sul piano teatrale, con l\u2019idea di fare uno spettacolo dal punto di vista del cecchino: un uomo \u2013 o donna &#8211; normale, il giorno prima fa il padre o la madre di famiglia, poi si mette un vestito, imbraccia l\u2019arma e va a \u2018lavorare\u2019 da cecchino. Poi torna alla vita normale. \u00c8 questa impunit\u00e0, parola per altro con cui chiudo il mio testo inserito nel libro, che mi ha sempre molto sconvolta\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno stato d\u2019animo che Ottani esprime anche in un passaggio del suo testo: \u201cVedere da quelle postazioni quanto fosse esposta la gente di Sarajevo mi ha creato un grande disagio. Pi\u00f9 di una volta ho chiesto loro, ai sopravvissuti, perch\u00e9 uscissero in quegli incroci, in quelle strade, su quei ponti per continuare a fare la vita di ogni giorno. Per me era troppo pericoloso e insensato. Molti di loro mi hanno risposto: \u00abNoi vivevamo e basta!\u00bb.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>E si \u00e8 vissuto sotto bombardamenti e costante tiro dei cecchini, adottando strategie di sopravvivenza e di resistenza. Lo racconta nel suo testo, con tagliente lucidit\u00e0, la giornalista e scrittrice Azra Nuhefendi\u0107: \u201cCon il passare del tempo e il proseguire della guerra, abbiamo imparato a proteggerci. Perch\u00e9 avevamo voglia di sopravvivere, o lo facevamo per dispetto contro coloro che volevano sterminarci. Si sceglievano i percorsi pi\u00f9 sicuri, si passava l\u00e0 dove le barricate facevano da scudo ai mirini dei fucili. Abbiamo imparato che, tra uno sparo e l\u2019altro di un cecchino, c\u2019era il tempo di contare fino a 15: durante quei pochi secondi, avevamo appena la possibilit\u00e0 di attraversare un incrocio o correre da una strada all\u2019altra. (\u2026) Avevamo imparato molte regole di guerra e di sopravvivenza, ci eravamo abituati al pericolo e alla morte, alla sofferenza e alla desolazione che si provano quando si viene colpiti ingiustamente. L\u2019unica cosa alla quale \u00e8 impossibile abituarsi \u00e8 la paura\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La realizzazione<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cDal punto di vista prettamente fotografico, avevo da subito fatto alcune prove di viraggi, di trattamento delle immagini per dare una tonalit\u00e0 un po\u2019 &#8216;polaroid&#8217;, un po\u2019 modernariato, anni \u201970, perch\u00e9 non lo vedevo come puro reportage in bianco e nero\u201d, racconta Luigi Ottani. \u201cPoi, in realt\u00e0 le elaborazioni tipo polaroid mi hanno portato in postproduzione a scattare delle vere e proprie polaroid. Perch\u00e9? Seguendo questo ragionamento: la polaroid \u00e8 per eccellenza la foto da scatto singolo, non riproponibile; \u00e8 lo scatto unico, in cui uno decide sul momento senza poter tornare indietro e poter ristampare\u2026 purtroppo, come lo sparo di un cecchino\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mirino che si vede nelle foto \u00e8 stato aggiunto in postproduzione, ma se all\u2019inizio Ottani pensava di centrarlo sul soggetto fotografato, in itinere ha aggiunto una variante: \u201cAbbiamo trovato molto pi\u00f9 interessante che a volte fosse spostato. Ad esempio, nel libro c\u2019\u00e8 una foto scatta da Jovan Divjak di una ragazza che sta camminando. Ho aggiunto volutamente il mirino lontano dalla ragazza, per dare l\u2019idea che \u00e8 stata risparmiata. Abbiamo provato a entrare nella psicologia di chi sta mirando e segue gli spostamenti della ragazza: sta aspettando la vittima in quel punto, per premere il grilletto oppure decide di lasciarla andare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In tempi in cui stampare un libro fotografico e con testi, oltre che su un tema cos\u00ec specifico, \u00e8 sempre una scommessa, Ottani e Biagiarelli hanno trovato un grande entusiasmo in Bottega Errante Edizioni, marchio editoriale nato solo 5 anni fa. \u201cLi abbiamo contatti a giugno e in soli 15 giorni abbiamo deciso di pubblicarlo! Con questo libro fotografico, il primo che pubblicano, viene inaugurata la \u2018Collana Obiettivi\u2019. \u00c8 stata un\u2019ottima collaborazione, ci siamo trovati subito e non solo per il loro profondo interesse ad autori dei Balcani occidentali.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Una sfida editoriale che \u00e8 stata raccolta anche da altri soggetti, racconta infine Roberta Biagiarelli: \u201cVoglio ricordare il prezioso sostegno del Comune di Lucca e del Comune di Pesaro &#8211; che sono gemellati con Sarajevo \u2013 e l\u2019Associazione Lettera 22 di Ivrea che si occupa di scambi sportivi con ragazzi dei Balcani. Grazie al previo accordo di acquisto copie, ci \u00e8 stato possibile stamparne 3.000\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cRitengo molto importante\u201d, aggiunge infine Biagiarelli, \u201cil fatto che questo libro esca proprio adesso, a 25 anni dalla firma dell\u2019<a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/Dossier\/25-anni-dopo-Dayton\">accordo di pace di Dayton<\/a> che ha decretato la fine della guerra in Bosnia Erzegovina e in vicinanza del 25esimo anniversario della vera fine dell\u2019assedio di Sarajevo che ricade a marzo del prossimo anno&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>recensione al libro di Luigi Ottani curato da Roberta Biagiarelli\u00a0di Nicole Corridore del 13\/12\/2020 Un libro fotografico &#8211; ma non solo &#8211; che guarda alla citt\u00e0 di Sarajevo dagli occhi dei cecchini. \u00c8 uscito l&#8217;11 novembre scorso per Bottega Errante Edizioni &#8220;Shooting in Sarajevo&#8221;, firmato da Luigi Ottani e curato da Roberta Biagiarelli . 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