{"id":3112,"date":"2020-07-30T15:32:46","date_gmt":"2020-07-30T13:32:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3112"},"modified":"2020-07-30T15:32:47","modified_gmt":"2020-07-30T13:32:47","slug":"verso-est-emigranti-italiani-in-jugoslavia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/07\/30\/verso-est-emigranti-italiani-in-jugoslavia\/","title":{"rendered":"Verso Est! Emigranti italiani in Jugoslavia"},"content":{"rendered":"\n<p>di Luke Gramith e Marco Abram da BalcaniCaucaso.org del 20\/7\/2020<\/p>\n\n\n\n<p>Una manifestazione filo jugoslava attraversa Monfalcone all&#8217;incirca nel 1946<\/p>\n\n\n\n<p><em>Furono in migliaia dopo la Seconda guerra mondiale a lasciare l\u2019Italia per trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Una storia di cui si \u00e8 scritto molto nel corso degli anni, ma che due nuove ricerche rivisitano sulla base di documentazione inedita<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Tra il 1946 e il 1948, negli anni dell\u2019apice di ci\u00f2 che \u00e8 stato chiamato l\u2019Esodo giuliano dalmata, migliaia di italiani migrarono verso Est nella nuova Jugoslavia socialista. Decisero volontariamente di trasferirsi in un paese socialista, intrecciando le proprie vite con alcuni dei momenti storici pi\u00f9 significativi per l\u2019Italia e la Jugoslavia, tra la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda. Per quanto la storia del cosiddetto \u201ccontroesodo\u201d sia stata pi\u00f9 volte raccontata, nuove fonti archivistiche e non, aiutano a meglio comprendere le motivazioni, la dimensione e le vicende vissute nel paese ospitante dai protagonisti di questa inedita migrazione.<\/p>\n\n\n\n<h3>Gli autori<\/h3>\n\n\n\n<p><strong>Luke Gramith<\/strong> insegna al Dipartimento di Storia della West Virginia University, \u00e8 autore della tesi di dottorato <em>Liberation by Emigration: Italian Communists, the Cold War, and West-East Migration from Venezia Giulia, 1945-1949<\/em> che ha vinto il Premio Ezio Cappadocia della Society for Italian Historical Studies. Ha curato la prima parte dell\u2019articolo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Marco Abram<\/strong> ricercatore OBCT, ha svolto la ricerca come post-doc fellow all\u2019Universit\u00e0 di Fiume e all\u2019Universit\u00e0 della British Columbia Okanagan. I risultati sono in corso di pubblicazione nell\u2019articolo \u201cInternationalism and Cominformist Dissidence in Socialist Yugoslavia: The Case of the Italian Immigrant Workers in Rijeka\u201d per il <em>Journal of Cold War Studies<\/em>. Ha curato la seconda parte dell\u2019articolo.<\/p>\n\n\n\n<h3>Perch\u00e9 partire?<\/h3>\n\n\n\n<p>Sebbene la migrazione italiana del dopoguerra in Jugoslavia venga complessivamente chiamata \u201ccontroesodo\u201d, tale fenomeno fu il prodotto di una confluenza di diversi flussi migratori. Il pi\u00f9 significativo si manifest\u00f2 nella regione di confine italo-jugoslava, nella crisi che attravers\u00f2 questo territorio nel dopoguerra. Il conflitto sul confine, conosciuto come &#8220;la prima battaglia della Guerra fredda&#8221;, mise gli abitanti della Venezia Giulia l\u2019uno contro l&#8217;altro sulla base di sovrapposte lealt\u00e0 etniche e politiche. La popolazione si alline\u00f2 in maniera complessa e molti lavoratori italiani scelsero la Jugoslavia.<\/p>\n\n\n\n<p>In nessun altro luogo tale allineamento fu pi\u00f9 diffuso che nella cittadina industriale di Monfalcone, dove al 1946 oltre 2.200 persone si erano iscritte al Partito Comunista della Regione Giulia (PCRG) e oltre 16.000 alle organizzazioni di massa filo-jugoslave, lottando per portare la Jugoslavia a casa propria. I militanti locali assunsero un ruolo di primo piano nel cruciale sciopero generale filojugoslavo della regione, nel luglio 1946, e divennero bersaglio di violente rappresaglie da parte di paramilitari filoitaliani una volta divenuto chiaro che Monfalcone sarebbe tornata all&#8217;Italia. Forse non sorprende, quindi, che almeno 1400 lavoratori monfalconesi, molti ex-militanti filojugoslavi, lasciarono i propri posti di lavoro presso il cantiere navale locale e l\u2019impianto chimico a inizio 1947, quando gli uffici comunisti annunciarono che la Jugoslavia aveva bisogno di operai per sostenere la realizzazione del piano quinquennale nel paese. A partire dalla fine di gennaio, gli amministratori locali cominciarono a riferire che \u201cquasi ogni giorno [i lavoratori] lasciano Monfalcone in piccoli gruppi di 25\/30\u201d, partendo con l\u2019intenzione di insediarsi permanentemente a Fiume e Pola e pronti a portare con s\u00e9 le famiglie. Generalmente si racconta che questi veterani filojugoslavi partirono per \u201ccostruire il socialismo\u201d: la loro storia viene interpretata come una migrazione della Guerra fredda.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, un esame pi\u00f9 attento di questa migrazione rivela un quadro pi\u00f9 complesso. Certamente esisteva un nucleo di forse alcune centinaia di membri ideologicamente ortodossi del Partito comunista. Erano ansiosi di partecipare alla realizzazione del socialismo dopo che in molti avevano sopportato le persecuzioni fasciste e il confino, e tutti avevano visto la spinta verso Ovest della sfera sovietica fermarsi a pochi passi dalla propria citt\u00e0 alla fine della guerra. Tuttavia, i documenti suggeriscono che la cornice della Guerra Fredda non sempre fosse il prisma attraverso il quale i migranti \u201ccomuni\u201d vedevano la propria politica filojugoslava e la propria successiva migrazione. Un\u2019indagine interna del Partito comunista alla fine del 1946 rivelava che la maggior parte dei nuovi membri del Partito conosceva poco o niente del marxismo-leninismo, per non parlare di coloro che erano iscritti solo alle organizzazioni di massa filojugoslave. Invece di concepire le proprie azioni come parte di una lotta globale a lungo termine nella guerra fredda, questi protagonisti pi\u00f9 \u201ccomuni\u201d si iscrissero al Partito Comunista e si batterono per la Jugoslavia come parte di una lotta rivolta al passato, per completare ci\u00f2 che vedevano come un processo incompiuto di defascistizzazione a livello locale. La caduta del fascismo aveva portato speranze di una sostanziale trasformazione dell&#8217;organizzazione dei luoghi del lavoro e del commercio locale, speranze disattese pi\u00f9 volte. Alla liberazione, il nuovo consiglio di fabbrica del cantiere navale di Monfalcone aveva abolito il duro sistema taylorista basato sul lavoro a cottimo che la direzione fascistizzata dell&#8217;azienda aveva imposto durante la dittatura, portando i ritmi di lavoro a livelli dickensiani. Nei mesi seguenti, tuttavia, la dirigenza era tornata alla carica e aveva ribaltato questa vittoria nella lotta locale contro il \u201cFascismo\u201d, ristabilendo il sistema di sfruttamento intensivo del lavoro con l\u2019aiuto degli anglo-americani. Molti monfalconesi, delusi, emigrarono come ultimo gesto di liberazione dal fascismo piuttosto che come un primo atto di costruzione del socialismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Per altri abitanti di confine, la migrazione poteva aiutare un&#8217;altra forma di fuga: quella dalla realt\u00e0 quotidiana di fame e privazioni del dopoguerra. Per loro il confine non era una divisione tra i mondi della guerra fredda, ma uno strumento di sopravvivenza per la propria famiglia. Quando, nell&#8217;aprile del 1946, il Cantiere di Monfalcone licenzi\u00f2 centinaia dei suoi lavoratori pi\u00f9 giovani a causa della mancanza di commesse, molti cercarono subito cibo e lavoro in Jugoslavia per alleviare il peso economico sulle proprie famiglie. Ragazzi anche di sedici anni partirono per andare a costruire le ferrovie bosniache nelle brigate giovanili jugoslave o a svolgere lavori non qualificati a Sarajevo, lasciando strategicamente indietro le carte annonarie in modo che i familiari potessero raddoppiare le magre razioni da 800 calorie giornaliere. Furono questi giovani disoccupati, non gli operai che avevano lasciato volontariamente i cantieri nel 1947, a costituire la prima ondata di migranti da Monfalcone. Anche se la maggior parte intendeva tornare a casa una volta migliorate le condizioni (e molti lo fecero), altri cambiarono i propri piani e misero radici, seguiti negli anni successivi da padri, madri e fratelli. Questa strumentalizzazione del confine persistette fino al 1947: nel mese di aprile, il diffuso \u201craddoppio della razione\u201d spinse i funzionari locali a fare un primo tentativo (fallito) di censire tutti gli emigrati in Jugoslavia e depennarli dalle liste delle razioni.<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cWhy do they leave?,\u201d Il Lavoratore, 17 January 1947<\/em><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine, quindi, la migrazione da Monfalcone fu il risultato di preoccupazioni che intrecciavano la dimensione regionale, locale e familiare, non riducibili al solo &#8220;costruire il socialismo&#8221;, mentre Monfalcone era solo uno dei luoghi di origine dei migranti. Anche se l\u2019entusiasmo migratorio a Trieste fu smorzato dall\u2019autonomia dall\u2019Italia decisa nel settembre 1947, la citt\u00e0 contribu\u00ec al controesodo con centinaia di operai migranti, e cos\u00ec fecero la vicina Gorizia e il Friuli. Nel frattempo, migranti individuali arrivavano da lontane province italiane come Torino, Milano, Roma e Napoli. I pi\u00f9 visibili tra di loro erano giornalisti, insegnanti e drammaturghi reclutati dalle autorit\u00e0 jugoslave con il supporto del Partito comunista italiano a partire dalla met\u00e0 del 1947. Smentendo le denunce di una pulizia etnica jugoslava, queste reclute di provata affidabilit\u00e0 politica andarono a rafforzare l\u2019intellighenzia di lingua italiana, ridottasi per la pressione dell\u2019esodo, e a sostenere le attivit\u00e0 educative e culturali in italiano che avrebbero dovuto preparare la popolazione per il socialismo. Per raggiungere la Jugoslavia dall\u2019Italia dovettero spesso passare il confine clandestinamente, con l\u2019aiuto di una rete di militanti del Partito comunista a Udine, Monfalcone e Trieste. Una volta arrivati, si stabilirono soprattutto nelle citt\u00e0 costiere di Rovigno e Fiume, dove molti vennero assunti nelle istituzioni culturali come il Dramma italiano di Fiume e il quotidiano di lingua italiana <em>La Voce del Popolo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1948 c\u2019erano probabilmente 10.000 o pi\u00f9 migranti italiani giunti in Jugoslavia nel dopoguerra. Durante approfondite ricerche a Monfalcone, abbiamo ricostruito un elenco di migranti identificabili individualmente nei documenti d\u2019archivio. Anche se i buchi nella documentazione rendono impossibile un conteggio preciso (la maggior parte dei documenti sono stati prodotti entro la primavera del 1947, prima che la migrazione cessasse), l\u2019elenco attualmente ne conta 1923. Di questi, 348 sono capifamiglia che avevano portato con s\u00e9 famiglie dalla composizione sconosciuta e altri 1200 con situazioni familiari non specificate. Considerato in tandem con altri vuoti archivistici, l\u2019elenco suggerisce la presenza di almeno 5000 migranti arrivati dalla sola Monfalcone, e per questo sembra imprudente respingere come impossibili le affermazioni del PCI che \u201cnella sola regione di Fiume sono emigrati, nel 1947, oltre 3000 lavoratori del mandamento di Monfalcone\u201d. Qualsiasi siano i numeri precisi, grandi comunit\u00e0 di centinaia di famiglie monfalconesi e centinaia di altri italiani si formarono a Fiume e Pola, mentre il Consolato italiano e l\u2019intelligence americana stimavano la presenza di 1000 migranti rispettivamente nelle capitali di Croazia e Slovenia, la maggior parte dall\u2019interno dell\u2019Italia. Piccole comunit\u00e0 per lo pi\u00f9 di migranti individuali sorsero a Sarajevo, Zenica, Belgrado, Jesenice, Maribor e in altri insediamenti pi\u00f9 lontani, dove questi italiani avrebbero presto affrontato la loro prima esperienza del socialismo realizzato.<\/p>\n\n\n\n<h3>Il momento delle scelte<\/h3>\n\n\n\n<p>Alla fine della Seconda guerra mondiale, la Jugoslavia era un paese devastato e impegnato in una difficile ricostruzione. La situazione non sempre rispondeva all\u2019immaginario del socialismo reale che accompagnava molti immigrati dall\u2019Italia: le testimonianze disponibili parlano di grandi entusiasmi nello slancio per la costruzione della nuova societ\u00e0, ma anche di difficolt\u00e0 e delusioni, non di rado a causa delle condizioni di lavoro. Alcuni rientri verso l\u2019Italia si registrarono gi\u00e0 dopo pochi mesi dall\u2019arrivo. Le autorit\u00e0 jugoslave faticavano tuttavia a gestire un flusso di ingressi pi\u00f9 consistente del previsto: se l\u2019importanza dell\u2019afflusso di operai specializzati per la nuova economia del paese era indiscussa, sul significato politico di tale migrazione vi erano invece maggiori incertezze. Il contesto era quello di un territorio con tensioni nazionali ed ideologiche, ma incidevano anche la variabilit\u00e0 delle circostanze politiche e i fattori sociali ed economici. Il PCJ stava consolidando il proprio potere e qualunque tipo di ingerenza esterna era vista quantomeno con circospezione. Nelle riunioni di partito non si mancava di riconoscere il valore e il ruolo dei \u201ccompagni\u201d dall\u2019Italia, utili anche per sostenere le nascenti istituzioni della minoranza italiana. Si cercava inoltre di estendere il&nbsp; \u201clavoro culturale\u201d, aprendo \u201ccircoli italiani\u201d anche dove vivevano solo un paio di centinaia di lavoratori immigrati, come a Belgrado e a Sarajevo. Tuttavia, si faticava ad offrire loro forme di effettiva partecipazione ai meccanismi pi\u00f9 strettamente politici. Furono ad esempio decisamente graduali le aperture verso un effettivo ingresso nelle fila del Partito comunista della Jugoslavia, un aspetto di cui si lamentavano spesso le frange pi\u00f9 militanti degli italiani immigrati.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 28 giugno 1948 arriv\u00f2 la risoluzione che espulse la Jugoslavia dal Cominform (l\u2019organizzazione internazionale dei partiti comunisti controllata da Mosca), aprendo il duro scontro tra Tito e Stalin. In Jugoslavia, per un paio di settimane, le accuse formulate dalla Risoluzione vennero discusse negli organi e nelle cellule di Partito ad ogni livello. Il disorientamento era diffuso ovunque, ma l\u2019avanguardia politica dei lavoratori e degli intellettuali giunti dall\u2019Italia prese immediatamente una posizione di esplicita accoglienza delle tesi del Cominform. Fiume, in particolare, fu rapidamente riconosciuta come uno dei principali focolai di \u201ccominformismo\u201d in tutto il paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Le conseguenze della rottura con il Cominform sulla vita di questi migranti hanno portato a rafforzare la rappresentazione degli immigrati italiani come un gruppo di ingenui idealisti, in balia della \u201cGrande storia\u201d. Ci\u00f2 tuttavia impedisce di riconoscere il ruolo che svolsero in questo passaggio cruciale, la consapevolezza delle loro scelte e la complessit\u00e0 dei fattori che le influenzarono. Dalla documentazione disponibile emerge quanto la fermezza e il decisionismo della leadership monfalconese pi\u00f9 organizzata, ad esempio, mise in grande difficolt\u00e0 gli organi del Partito a livello locale. Anche per via della loro importanza per settori fondamentali dell\u2019industria, le autorit\u00e0 jugoslave spesero i primi mesi della crisi del Cominform cercando una mediazione con gli immigrati dall\u2019Italia. \u201cI lavoratori arrivati da Monfalcone che sono in disaccordo con noi possono continuare a lavorare qui, ma non possono agire contro di noi, altrimenti prenderemo altre misure\u201d, venne spiegato dai vertici del Partito. Tuttavia, la tensione continu\u00f2 a salire, raggiungendo un picco il 20 agosto 1948. Al teatro Fenice\/Partizan di Fiume, un comizio volto a spiegare ai lavoratori italiani le ragioni del Partito jugoslavo fin\u00ec nella contestazione dei dirigenti. Un gruppo di lavoratori, secondo i documenti della polizia segreta jugoslava circa 200-250, abbandon\u00f2 l\u2019edificio per manifestare per le vie circostanti.<\/p>\n\n\n\n<p>I numeri di questo sorprendente atto dimostrativo testimoniano anche un altro aspetto, spesso poco considerato nei racconti di questa vicenda: non si trattava affatto di un gruppo compatto e omogeneo. Anche per questa ragione, il Partito cerc\u00f2 ancora per diversi mesi di trovare un <em>modus vivendi <\/em>con coloro che sembravano pi\u00f9 disponibili al compromesso. Fu un numero ridotto, tra gli immigrati italiani in Jugoslavia, a impegnarsi attivamente nella resistenza cominformista a Fiume e, in parte, a Pola: organizzando riunioni, diffondendo volantini, promuovendo il boicottaggio del lavoro nelle organizzazioni di massa e segnalando gli immigrati italiani filotitini alle dirigenze a Trieste e in Italia (secondo un report interno del PCJ sarebbe addirittura stato indicato Giacomo Scotti, scrittore che tra i primi raccont\u00f2 la storia dei \u201cmonfalconesi\u201d negli anni Novanta).<\/p>\n\n\n\n<p>Le autorit\u00e0 jugoslave inizialmente espulsero dal paese o arrestarono solo coloro che consideravano maggiormente influenti, ma l\u2019aumento della psicosi anticominformista fin\u00ec per colpire anche singoli individui che non si erano esposti attivamente. Le tragiche vicissitudini di chi sub\u00ec la violenza dell\u2019internamento sono certamente le pi\u00f9 note, anche grazie alle diverse testimonianze pubblicate nel corso degli anni, in particolare riguardanti il noto campo di prigionia situato sull\u2019isola di Goli Otok. Pi\u00f9 difficile \u00e8 stabilire il numero complessivo degli immigrati italiani che subirono tali condanne, anche se la documentazione ufficiale sembra confermare l\u2019ordine di grandezza di una quarantina, circolato nel corso degli ultimi anni.<\/p>\n\n\n\n<p><em>La voce del Popolo, January 1949<\/em><em><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>A differenza di quanto generalmente si crede, i lavoratori italiani presenti in Jugoslavia non fecero tutti immediatamente le valigie. Anzi, c\u2019era chi continuava ad arrivare: il Teatro di Fiume assumeva ancora musicisti dall\u2019Italia nel settembre del 1948. Le partenze furono in realt\u00e0&nbsp; graduali e si svilupparono nel corso dei mesi e degli anni successivi alla risoluzione del Cominform. A met\u00e0 1949, a Fiume, si trovavano ancora circa 1000 operai italiani, mentre nel 1950 la citt\u00e0 ospit\u00f2 una conferenza dei lavoratori immigrati in tutta la Jugoslavia. Le scelte degli italiani giunti in Jugoslavia furono influenzate da molteplici fattori: dalla seconda met\u00e0 del 1949 l\u2019incremento della tensione con Mosca rafforz\u00f2 radicalmente la pressione su ogni soggetto sospetto e ridusse al minimo gli spazi di negoziazione. Tuttavia, a influenzare le partenze furono anche nuove difficolt\u00e0 pratiche: il blocco totale delle rimesse verso l\u2019Italia (possibili in parte prima del 1948 grazie alla collaborazione transfrontaliera tra le organizzazioni di partito) divenne ad esempio un grosso problema per chi manteneva i propri cari nei luoghi di origine. Le tensioni nazionali svolsero invece un ruolo pi\u00f9 determinante nel 1953, quando lo scontro tra Italia e Jugoslavia su Trieste raggiunse il proprio apice determinando ulteriori rientri, soprattutto dalla zona di confine.<\/p>\n\n\n\n<p>Non mancarono tuttavia coloro che non tornarono pi\u00f9 indietro, accettando di rimanere definitivamente a vivere nel socialismo titino, a Fiume come in altre citt\u00e0 jugoslave. La loro parabola \u00e8 la pi\u00f9 complessa da seguire, in quanto tali lavoratori smisero di rappresentare un gruppo sociale specifico. Gradualmente acquisirono la cittadinanza jugoslava, integrandosi sempre pi\u00f9 nella minoranza italiana e nella societ\u00e0 jugoslava pi\u00f9 in generale. La documentazione suggerisce che non si tratt\u00f2 solo di qualche caso isolato, ma che furono diverse centinaia, testimoni di una parte di storia ancora da approfondire.<\/p>\n\n\n\n<p>La presenza dei \u201cmonfalconesi\u201d nella crisi del Cominform influenz\u00f2 per qualche tempo anche il rapporto tra il Partito e la minoranza italiana a Fiume e in Istria. La documentazione delle sezioni locali riporta la preoccupazione che la crisi potesse rafforzare il nazionalismo croato e che la stessa repressione del cominformismo italiano potesse pregiudicare la lealt\u00e0 della popolazione italiana che era rimasta. C\u2019era inoltre il rischio di legittimare una delle accuse principali fatte da Mosca, quella di nazionalismo, che doveva essere assolutamente rigettata. Per tali ragioni si aprirono maggiori spazi di manovra per la leadership della minoranza italiana fedele a Tito, che per qualche tempo pot\u00e9 sviluppare maggiormente i propri programmi culturali. Fu ad esempio un\u2019ordinanza del governo croato pubblicata in seguito all\u2019apertura della crisi del Cominform nel 1948 a permettere il rafforzamento dell\u2019applicazione del <a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/aree\/Croazia\/Identita-lingua-e-territorio-bilinguismo-a-Fiume-194075\">bilinguismo visivo croato e italiano,<\/a> a Fiume e in Istria.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe per\u00f2 rapidamente arrivata l\u2019escalation della contrapposizione per Trieste tra i due paesi confinanti agli inizi degli anni Cinquanta ad aprire una fase di grande pressione e profonda difficolt\u00e0 per la minoranza italiana in Jugoslavia.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella degli emigranti italiani verso la Jugoslavia \u00e8 una storia affascinante, ma molto pi\u00f9 ampia e complessa di quanto non possa sembrare ad un primo sguardo. In molti casi furono le forti convinzioni ideologiche o il senso di appartenenza a segnare i destini dei protagonisti di questa esperienza, in altri le circostanze politiche, le ragioni economiche, le scelte quotidiane volte a rendere il domani un po\u2019 migliore dell\u2019oggi. Con questi due lavori di ricerca, cerchiamo di restituire questa molteplicit\u00e0 di percorsi in un passaggio fondamentale del Novecento.<\/p>\n\n\n\n<h3>Gli autori<\/h3>\n\n\n\n<p><strong>Luke Gramith<\/strong> insegna al Dipartimento di Storia della West Virginia University, \u00e8 autore della tesi di dottorato Liberation by Emigration: Italian Communists, the Cold War, and West-East Migration from Venezia Giulia, 1945-1949 che ha vinto il Premio Ezio Cappadocia della Society for Italian Historical Studies. Ha curato la prima parte dell\u2019articolo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Marco Abram<\/strong> ricercatore OBCT, ha svolto la ricerca come post-doc fellow all\u2019Universit\u00e0 di Fiume e all\u2019Universit\u00e0 della British Columbia Okanagan. I risultati sono in corso di pubblicazione nell\u2019articolo \u201cInternationalism and Cominformist Dissidence in Socialist Yugoslavia: The Case of the Italian Immigrant Workers in Rijeka\u201d per il Journal of Cold War Studies. Ha curato la seconda parte dell\u2019articolo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Luke Gramith e Marco Abram da BalcaniCaucaso.org del 20\/7\/2020 Una manifestazione filo jugoslava attraversa Monfalcone all&#8217;incirca nel 1946 Furono in migliaia dopo la Seconda guerra mondiale a lasciare l\u2019Italia per trasferirsi nella Jugoslavia socialista. Una storia di cui si \u00e8 scritto molto nel corso degli anni, ma che due nuove ricerche rivisitano sulla base di documentazione inedita Tra il 1946 e il 1948, negli anni dell\u2019apice di ci\u00f2 che \u00e8 stato chiamato l\u2019Esodo giuliano dalmata, migliaia di italiani migrarono<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[10],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3112"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3112"}],"version-history":[{"count":1,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3112\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3113,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3112\/revisions\/3113"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3112"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3112"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3112"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}