{"id":3092,"date":"2020-07-08T08:19:51","date_gmt":"2020-07-08T06:19:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3092"},"modified":"2020-07-08T08:19:52","modified_gmt":"2020-07-08T06:19:52","slug":"dallaccordo-della-guerra-alla-divisione-nella-pace","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/07\/08\/dallaccordo-della-guerra-alla-divisione-nella-pace\/","title":{"rendered":"Dall&#8217;accordo della guerra alla divisione nella pace"},"content":{"rendered":"\n<p>di Enrico Cernigoi del 8\/7\/2020<\/p>\n\n\n\n<p>I rapporti tra gli stati europei occidentali e orientali, mai stati improntati alla fiducia reciproca, erano peggiorati dopo la sollevazione bolscevica dell\u2019ottobre 1917. E non poteva non essere altrimenti. Il massimo responsabile della politica inglese, Winston Churchill, tra il 1918 e il 1920, era stato\u00a0\u00a0 un acceso sostenitore dell\u2019intervento militare occidentale nella Russia sovietica al fine di ristabilire l\u2019ordine ed eliminare i comunisti. Difficilmente, senza ragioni superiori, avrebbe potuto concepire alleanze con questi ultimi. Quindi, fu solo il forte senso realistico che lo caratterizzava che attenu\u00f2 la sua ferma opposizione all\u2019URSS e gli fece abbandonare posizioni rigide nei riguardi dei possibili alleati quando, nel 1940, vi fu l\u2019attacco tedesco ai franco-inglesi e la seria possibilit\u00e0 di perdere la guerra. Quando poi, nello stesso anno, la Francia fu messa in ginocchio e la Gran Bretagna rimase sola a combattere contro la Germania, la situazione si present\u00f2 decisamente critica. Anche i successi conseguiti dai tedeschi con la conquista dei Balcani e la cacciata degli inglesi dalla Grecia fecero comprendere ai responsabili della politica britannica che, se volevano sopravvivere, bisognava trovare un accordo, con gli USA ma soprattutto con l\u2018URSS. Ma fu solo con l\u2019invasione tedesca dell\u2019Unione Sovietica, il 22 giugno del 1941, che vi fu una svolta nei rapporti dovuta soprattutto dalla necessit\u00e0 di Stalin di allearsi con i paesi capitalisti occidentali. La guerra aveva assunto l\u2019aspetto di una lotta per la vita e la sopravvivenza dei rispettivi paesi e delle loro organizzazioni sociali; bisognava cooperare se si voleva salvarli entrambi. Il vincitore di quello scontro, comunque sarebbe andata a finire, sarebbe divenuto inevitabilmente il dominatore del continente europeo e, in prospettiva, il futuro antagonista degli USA per il dominio del mondo. Quando la Germania attacc\u00f2 l\u2019URSS, Harry Truman, futuro presidente, pur aggiungendo poi di essere contrario in assoluto ad una vittoria di Hitler, cos\u00ec si espresse \u201c<em>se noi vediamo che la Germania sta vincendo la guerra noi aiuteremo l\u2019URSS mentre, se sar\u00e0 viceversa, aiuteremo la Germania, ad ogni modo lasciamoli uccidersi il pi\u00f9 possibile tra di loro<\/em>\u201d facendo intuire che \u00a0l\u2019intervento americano era strettamente legato al controllo sul pianeta. Per Churchill non ci furono dubbi sulla politica da adottare e cos\u00ec si espresse: \u201c<em>noi dobbiamo dare tutto l\u2019aiuto che possiamo alla Russia e al popolo Russo<\/em>\u201d specificando: \u201c<em>questa non \u00e8 una guerra di classe ma una guerra che l\u2019intero impero britannico, il Commonwealth ha ingaggiato senza distinzioni di credo, di razza o di partito<\/em>\u201d. Pronunci\u00f2 poi l\u2019asserzione, rimasta famosa, che se Hitler avesse invaso l\u2019inferno lui non avrebbe esitato ad allearsi con il \u00a0Diavolo. Il riferimento al demonio era inequivocabile: era l\u2019URSS, dipinta, fin dal suo nascere, come il male in assoluto. Comunque non c\u2019erano alternative: o l\u2019alleanza o la sconfitta.<\/p>\n\n\n\n<p>Nello stesso identico modo la pensava Franklin Roosevelt, presidente americano, che, come noto, non solo non aveva mai visto di buon occhio i comunisti ma non aveva nemmeno avuto mai alcuna intenzione di confrontarsi con Stalin. &nbsp;Nonostante, quindi, che l\u2019idea di un\u2019alleanza fosse quantomeno non in linea con la politica fino ad allora seguita dalla Casa Bianca, Roosevelt, nel &nbsp;luglio 1941, invi\u00f2 Harry Hopkins a Mosca per quantificare l\u2019aiuto di cui &nbsp;necessitava per far fronte al conflitto. In quell\u2019anno la Germania faceva veramente paura; vincere la guerra divenne il pensiero principale degli anglo americani tutto il resto fu messo in second\u2019ordine. Per venire incontro alla politica americana e inglese Stalin, che necessitava di aiuti militari quanto gli angloamericani di uomini, sciolse il Komintern. Sciogliere l\u2019internazionale comunista significava liberare i vari partiti comunisti nazionali dall\u2019assillo del proselitismo e dalla lotta per l\u2019ortodossia staliniana, in pratica significava rinsaldare i vincoli dell\u2019unione nazionale prima che di classe tra i vari cittadini che si trovavano nei paesi occupati dai nazisti. L\u2019America ne fu soddisfatta.<\/p>\n\n\n\n<p>Le informali discussioni circa il futuro assetto mondiale iniziarono al primo incontro dei tre grandi a Teheran nel novembre 1943 quando ormai la spinta militare tedesca si era esaurita, l\u2019Italia si era sciolta come neve al sole e la vittoria era solo questione di tempo. Fu in quell\u2019\u2019occasione che iniziarono a palesarsi gli screzi inerenti la futura spartizione del mondo anche se in quella conferenza gli anglo americani accettarono che l\u2019URSS incorporasse all\u2019interno delle sue frontiere tutti i territori conquistati, nel periodo 1939-41 in virt\u00f9 dell\u2019accordo Molotov-Ribbentrop. Quando nell\u2019ottobre del 1944 Churchill si rec\u00f2 in visita a Mosca, pragmaticamente, fece delle proposte precise sulla suddivisione delle future sfere di influenza URSS-Inghilterra nel sud-est d\u2019Europa: Romania 90% URSS, Grecia 90% Gran Bretagna, Bulgaria 75% URSS, Jugoslavia e Ungheria 50% ciascuno. Sembrava cos\u00ec definitivamente risolto il problema delle sfere di influenza anche se non fu firmato alcun accordo, i patti definitivi avrebbero dovuto essere stipulati alla fine della guerra. Stalin, che all\u2019inizio aveva accettato tali percentuali, nei giorni seguenti modific\u00f2 alcune delle proprie unilateralmente: Ungheria 25%, Bulgaria 90%. Furono gli agenti inglesi, di cui l\u2019Europa era stata invasa, che notarono che in alcune regioni dell\u2019est la percentuale conclusa con Stalin non era rispettata nella sua forma originaria. Londra cominci\u00f2 a preoccuparsi soprattutto per quanto concerneva la penetrazione militare dell\u2019Armata Rossa in quei territori, che liberava dalle truppe tedesche mano a mano che avanzava, ma che cominciava ad assumere l\u2019aspetto di occupazione permanente anzich\u00e9 temporanea. E se per i paesi dell\u2019est (Romania, Bulgaria, Ungheria) il problema poteva essere relativo, diventava invece potenzialmente pericoloso per la Jugoslavia e per la Grecia.<\/p>\n\n\n\n<p>Pur se in Jugoslavia l\u2019Armata rossa non poteva avere una posizione determinante, in quanto Tito e il suo movimento partigiano avevano giocato da subito un ruolo attivo nella liberazione del proprio territorio, restava il fatto che il maresciallo era, agli occhi degli occidentali, un esponente di primo piano del comunismo internazionale. Appariva agli osservatori esterni, incapaci di comprendere la realt\u00e0 comunista, come la lunga mano di Mosca; il suo prestigio era secondo solo a quello di Stalin. &nbsp;Essendo quindi il potere gi\u00e0 in mano marxista, le truppe sovietiche, dopo la conquista di Belgrado, non si fermarono a lungo nel territorio circostante ma continuarono la loro corsa verso l\u2019Austria. La pacificazione interna fu praticamente lasciata in mano agli uomini di Tito. Seguendo l\u2019esempio Jugoslavo, anche in Albania (altro paese chiave del futuro assetto politico postbellico) i comunisti, che avevano liberato il paese, proclamarono la nascita di un governo provvisorio saldamente nelle loro mani. Il partito comunista albanese aveva il difetto, agli occhi degli occidentali, e non solo di quelli, di essere considerato una sezione di quello jugoslavo. Pertanto, il fatto mise da subito in allarme prima gli anglo americani che videro in ci\u00f2 un\u2019espansione del movimento comunista e, successivamente, anche i sovietici. E\u2019 indubbio che negli ultimi anni di guerra nei Balcani, e non solo l\u00ec, il nome di Tito era fonte di ammirazione e consensi al comunismo internazionale. Il progetto jugoslavo, forse anche in modo inconsapevole, andava per\u00f2 oltre l\u2019instaurazione del comunismo nei singoli stati balcanici; Tito progettava di creare con l\u2019Albania e la Bulgaria un\u2019unione Balcanica. Al di l\u00e0 degli apprezzamenti ufficiali, Stalin ormai vedeva in Tito un potenziale rivale nella leadership comunista, situazione che sicuramente avrebbe dovuto essere oggetto di chiarimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre l\u2019URSS fagocitava il mondo dell\u2019est Europa, in Francia e in Italia l\u2019influenza dei rispettivi partiti comunisti cresceva agli occhi degli anglo americani in modo preoccupante. In Francia, come anche in Belgio e in Olanda, la politica inglese aveva quantomeno limitato, con le azioni del SO, l\u2019influenza del PCF nella guida della resistenza, in Italia, anche se era quasi matematicamente certo che non vi sarebbero state derive sinistrorse di alcun tipo, la situazione era ancora fluida soprattutto nel confine orientale. La sfera di influenza di questi stati occidentali rappresent\u00f2, nel tardo autunno del 1944, il vero nodo per gli Alleati occidentali alla luce della frenetica attivit\u00e0 militare comunista.<\/p>\n\n\n\n<p>Due dei massimi responsabili della politica Alleata, Roosevelt e Churchill, con i rispettivi Stati Maggiori, si incontrarono al porto della Valletta il 2 febbraio 1945 per una riunione preparatoria in previsione della conferenza di Jalta. Nel colloquio furono discussi tutti i temi inerenti la guerra, la politica in generale e fu passata in rassegna la situazione militare, in particolare l\u2019offensiva russa sul fronte orientale (Austria e Germania). &nbsp;A tale proposito, Churchill propose di congiungere gli anglo americani al fianco sinistro russo tentando di sferrare un colpo nell\u2019alto Adriatico, attraverso il varco di Lubiana.Sarebbero stati raggiunti cos\u00ec due obiettivi: fornire aiuto all\u2019Armata rossa e limitare l\u2019espansione comunista. Per le cancellerie occidentali, il problema del controllo dell\u2019alto Adriatico, dell\u2019Istria e dell\u2019Austria stava diventando un\u2019ipoteca sul futuro assetto mondiale. Il partito comunista jugoslavo, con la sua politica rivoluzionaria e di non accordo con il governo in esilio nonostante il patto Tito- \u0160uba\u0161i\u0107.<\/p>\n\n\n\n<p>Uno, rappresentava, da quanto risulta leggendo le relazioni del SOE e dell\u2019OSS del periodo, il problema maggiore. . Gi\u00e0 nel mese di gennaio i porti di Spalato e Zara erano stati occupati dai partigiani jugoslavi che, con le forze costiere di queste basi, avevano aiutato la costante avanzata di Tito verso Trieste proteggendone i fianchi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Gli jugoslavi dovevano essere fermati. E se non si voleva che l\u2019intera Europa cadesse sotto il controllo sovietico bisognava dare un segnale forte. Ma come farlo? Tito era stato esaltato dalla stampa anglosassone quando, nei giorni bui delle vittorie tedesche, era stato uno dei pochi leader alleati che erano passati al contrattacco immobilizzando ingenti forze che, utilizzate in altri luoghi, avrebbero potuto essere impiegate contro gli Alleati, facendo forse pendere l\u2019ago della bilancia dalla parte dell\u2019Asse; non sarebbero state capite quindi, in quel momento, n\u00e9 la critica n\u00e9 una considerazione negativa nei suoi confronti.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019idea di Churchill non trov\u00f2 pieni consensi ma, dopo la riunione, fu impressa una maggiore accelerazione all\u2019avanzata alleata in Italia. Gli angloamericani varcarono il Po su largo fronte e si misero all\u2019inseguimento dei tedeschi che, seppure in ritirata, continuavano a tener testa alle armate Alleate. In Italia, quando il 25 aprile fu dato il segnale dell\u2019insurrezione generale, le truppe della RSI si sciolsero e i tedeschi cominciarono a ritirarsi verso i valichi alpini, le rese nell\u2019Italia nord-occidentale divennero fenomeni di massa. Il 27 dello stesso mese l\u20198\u00aa armata alleata varc\u00f2 l\u2019Adige puntando su Padova, Treviso e Venezia, mentre la 5\u00aa, che si trovava a Verona, si diresse verso Vicenza e Trento, estendendo la propria ala sinistra da Brescia ad Alessandria. I partigiani aumentarono l\u2019estensione degli attacchi occupando varie aree e impadronendosi della situazione in molte citt\u00e0 grandi e piccole. In Italia, mentre le forze tedesche si ritiravano, quelle del Maresciallo si erano spinte rapidamente in tutto il nord est. Tito, ben conscio che la situazione delle alleanze con il fronte occidentale sarebbe finita, voleva ottenere quello che riteneva un giusto risarcimento per l\u2019aggressione italiana e tedesca del 1941 e cio\u00e8 impossessarsi dell\u2019Istria e occupare Trieste, richiesta cui gli Alleati fino ad allora non avevano aderito. Per gli jugoslavi era, quindi, fondamentale occupare il territorio fino all\u2019Isonzo prima che arrivassero gli anglo americani. Questi ultimi, come da sempre sostenuto da Roosevelt, erano per\u00f2 decisi ad impedire che venisse effettuata la sistemazione di qualsiasi frontiera prima del trattato di pace. Oltre a ci\u00f2, vi era un aspetto squisitamente militare: Trieste, con il suo splendido porto, avrebbe dovuto servire da base logistica per le future zone di occupazione in Austria. Roosevelt aveva da sempre attribuito grande importanza a Trieste che vedeva come \u201c<em>un porto internazionale formante uno sbocco nell\u2019Adriatico di tutte le regioni del bacino danubiano<\/em>.\u201d Churchill, dal canto suo, aveva sollevato la questione di Trieste al presidente Truman, succeduto a Roosevelt, fin prima della resa delle armate tedesche, \u201c<em>Mi sembra di importanza vitale<\/em>\u201d aveva detto il 27 aprile \u201c<em>ottenere Trieste \u201c<\/em>. Gli angloamericani, quindi, ribadirono con chiarezza le proprie posizioni e autorizzarono il generale Alexander (comandante delle truppe alleate in Italia), che gi\u00e0 in marzo a tale proposito aveva visitato Tito a Belgrado, a compiere i passi necessari per garantirle. Ma per poter raggiungere lo scopo senza creare tensioni con Tito, la prima cosa da fare era di essere sul posto prima che lo stesso venisse occupato dall\u2019esercito di quest\u2019ultimo.<\/p>\n\n\n\n<p>Occorreva operare con velocit\u00e0 in quanto, secondo l\u2019amministrazione angloamericana, se Tito fosse riuscito ad impadronirsi della citt\u00e0 avrebbe occupato probabilmente anche i rivendicati territori dell\u2019Austria meridionale, dell\u2019Ungheria e della Grecia, oltre a creare la ventilata e temuta unione balcanica. L\u2019occupazione militare jugoslava di Trieste e del suo territorio avrebbe avuto conseguenze ben pi\u00f9 vaste rispetto a quelle inerenti il luogo interessato. I responsabili della politica occidentale, ormai addentro alle questioni europee ed italiane, sapevano che in un simile contesto era possibile che venissero messi in gioco anche la stabilit\u00e0 dell\u2019Italia e i rapporti degli alleati con l\u2019URSS. Per i massimi responsabili angloamericani non si trattava di schierarsi da una parte o dall\u2019altra in una disputa italo-jugoslava o di impegnarsi nella politica balcanica, ma di decidere se la Gran Bretagna e l\u2019America potessero permettere ai loro alleati orientali di darsi a incontrollati accaparramenti territoriali con una tattica che ricordava troppo quella di Hitler e del Giappone. Pertanto gli inglesi, e in prima linea Churchill, esortarono il Presidente Truman ad agire in modo che Alexander occupasse militarmente, ottenendone il controllo completo ed esclusivo, Trieste, le linee di comunicazione della citt\u00e0 che passavano per Gorizia e Monfalcone e una zona abbastanza estesa intorno che garantisse il funzionamento dell\u2019amministrazione. Ma per Truman passare dalle parole ai fatti non era cos\u00ec semplice come sarebbe potuto sembrare: la guerra con il Giappone non era ancora finita e ora che si stava profilando la vittoria, avendo a disposizione tutta l\u2019armata USA da schierare nel Pacifico, era imbarazzante prospettare la rottura del fronte con gli ex alleati sovietici, Jugoslavi compresi. L\u2019opinione pubblica non l\u2019avrebbe capita dopo anni di propaganda pro partigiani. Truman, quindi, era dell\u2019idea di aspettare gli eventi e, in particolare la risposta jugoslava ai telegrammi inviati a Belgrado in merito alla situazione di Trieste. &nbsp;Dichiar\u00f2 anche che non aveva alcun desiderio di coinvolgere il suo paese in una guerra contro gli Jugoslavi a meno che non fossero loro ad attaccare, nel qual caso l\u2019esercito americano li avrebbe distrutti.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione fu cos\u00ec lasciata in mano ai militari. Alla conferenza degli stati maggiori Alleati in Italia per\u00f2 non si approd\u00f2 a nulla, ci fu solo una serie di informative sull&#8217;argomento dell&#8217;occupazione della Venezia Giulia da parte delle truppe jugoslave.<\/p>\n\n\n\n<p>Il generale Lyman Lemnitzer, che aveva appena negoziato la resa con i tedeschi, lesse, nell\u2019occasione, alcuni documenti fra cui uno del capo dello stato maggiore imperiale britannico che chiedeva una verifica sulla possibilit\u00e0 di &nbsp;mantenere le forze britanniche in Austria senza l&#8217;uso del porto di Trieste .Il colonnello brigadiere Brian Robertson, chiamato a relazionare in merito, inform\u00f2 che tre erano le soluzioni possibili&nbsp; per mantenere le forze britanniche nella zona di occupazione in Austria. La prima, la migliore e di gran lunga la pi\u00f9 veloce, era la rotta Trieste-Tarvisio, la seconda, pi\u00f9 lenta e con la necessit\u00e0 di attraversamento di alcune aree contese nella parte nord-occidentale della Venezia Giulia, era la rotta Venezia-Tarvisio, la terza, pi\u00f9 complicata delle altre ed enormemente lenta, era la via del Brennero. Veniva cos\u00ec evidenziata l\u2019importanza, per la logistica, di occupare Trieste. Robertson, nel suggerire di fornire momentaneamente una risposta interlocutoria al capo dello stato maggiore, non manc\u00f2 di sottolineare come l\u2019utilizzo di Trieste fosse subordinato al pieno controllo del suo porto. All\u2019assemblea pervenne un messaggio personale dal maresciallo Tito ad Alexander che sembr\u00f2 preludere alla possibilit\u00e0 di una soluzione pacifica della situazione. Alexander ritenne, quindi, che Tito, come precedentemente concordato a Bolsena e a Belgrado, mettesse ai suoi ordini le forze jugoslave ubicate nelle immediate vicinanze delle proprie truppe. Il comando supremo reput\u00f2 che se la questione fosse stata gestita con tatto e rigidit\u00e0, non sarebbe emersa alcuna difficolt\u00e0 nell&#8217;occupazione di Trieste, complicazioni e difficolt\u00e0 sarebbero potuto sorgere solo&nbsp; &nbsp;al momento della creazione di un Governo Militare Alleato (AMG).<\/p>\n\n\n\n<p>Harold Macmillan, responsabile politico in Italia del governo inglese, dichiar\u00f2 che non si doveva arrivare allo scontro e che non era pi\u00f9 praticabile l\u2019intenzione degli alleati di occupare l&#8217;intera Venezia Giulia.Secondo lui era importante occupare rapidamente la maggior parte possibile di tale territorio senza creare scontri con le forze di Tito. Era consigliabile inviare una risposta ponderata al maresciallo, ribadendo che la questione dei confini sarebbe stata decisa in un secondo momento; allo stesso tempo occorreva procedere con fermezza e tatto per occupare aree di importanza militare basandosi sul giudizio dei comandanti alleati locali per evitare conflitti.<\/p>\n\n\n\n<p>I militari intuirono che se si fosse agito con la forza non ci sarebbe stato pi\u00f9 spazio per risolvere i problemi diplomatici e rigettarono ai politici la questione che sarebbe dovuta essere risolta a livello governativo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019attesa, il comando supremo alleato ritenne di occupare le aree militarmente importanti della Venezia Giulia avanzando in silenzio in modo da evitare scontri aperti con le truppe jugoslave. Nell&#8217;area era presente la 2<sup>a<\/sup> divisione della Nuova Zelanda che sarebbe stata raggiunta poi, eventualmente, dalla 91<sup>a<\/sup> divisione degli Stati Uniti non appena la situazione amministrativa lo avesse permesso. Con quest\u2019ultima sarebbero arrivati a Trieste il personale e l&#8217;equipaggiamento normalmente necessari per aprire un porto e stabilire le comunicazioni militari. Il 2 maggio la 2<sup>a<\/sup> divisione entr\u00f2 a Trieste dove, ventiquattro ore prima, erano gi\u00e0 arrivati gli uomini di Tito. Dopo i primi giorni di euforia le cose precipitarono soprattutto per l\u2019intransigenza delle truppe del maresciallo nell\u2019attuare una politica, anche violenta, che non aveva nulla di temporaneo. Il sospetto che l\u2019occupazione stesse assumendo la forma di permanente divenne un pensiero costante nei responsabili politici occidentali. E mentre Alexander operava in modo da evitare spiacevoli situazioni, le sentinelle jugoslave controllavano tutti e, dove possibile, limitavano anche i movimenti delle truppe Alleate.&nbsp; Fu, quindi, subito chiaro che gli jugoslavi non avevano alcuna intenzione di rispettare gli accordi e di sottoporsi agli ordini del comando alleato, comportamento, peraltro, similare a quello tenuto in Austria. Gli americani e gli inglesi videro in ci\u00f2 la possibilit\u00e0 che potesse essere messa in discussione la sistemazione politica dell\u2019Italia che, sulla base delle intese raggiunte nel 1944, doveva cadere sotto la sfera d\u2019influenza occidentale; occorreva prendere seri provvedimenti di limitazione alle brame nazionalistiche jugoslave. Era, peraltro, altrettanto chiaro che gli jugoslavi non avrebbero avuto la forza militare per poter continuare una politica di occupazione. Tito non era certamente cos\u00ec ingenuo da mettersi contro gli USA per Trieste sapendo anche che Stalin cominciava a nutrire fastidio nei suoi confronti e non aveva la minima intenzione di supportarlo rischiando un conflitto.<\/p>\n\n\n\n<p>Si aprirono cos\u00ec delle trattative non facili, che portarono gli uomini di Tito a ritirarsi da Trieste, Monfalcone e Gorizia. Anche Pola, con un piccolo territorio circostante, fu occupata dagli inglesi.&nbsp; Pochi giorni dopo il ripiegamento jugoslavo, il governo di Belgrado accett\u00f2 di ritirarsi oltre la linea che il generale Morgan aveva tracciato d\u2019accordo con i rappresentanti militari jugoslavi. La linea segnava il confine fra quelle che sarebbero diventate la zona A, a ovest, dove il Governo Militare Alleato ebbe l\u2019amministrazione assoluta e la zona B, a est in mano agli jugoslavi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Enrico Cernigoi del 8\/7\/2020 I rapporti tra gli stati europei occidentali e orientali, mai stati improntati alla fiducia reciproca, erano peggiorati dopo la sollevazione bolscevica dell\u2019ottobre 1917. E non poteva non essere altrimenti. Il massimo responsabile della politica inglese, Winston Churchill, tra il 1918 e il 1920, era stato\u00a0\u00a0 un acceso sostenitore dell\u2019intervento militare occidentale nella Russia sovietica al fine di ristabilire l\u2019ordine ed eliminare i comunisti. Difficilmente, senza ragioni superiori, avrebbe potuto concepire alleanze con questi ultimi. 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