{"id":3032,"date":"2020-05-24T12:17:25","date_gmt":"2020-05-24T10:17:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=3032"},"modified":"2020-05-24T12:17:25","modified_gmt":"2020-05-24T10:17:25","slug":"la-pandemia-e-litalia-delle-signorie","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/24\/la-pandemia-e-litalia-delle-signorie\/","title":{"rendered":"La pandemia e l\u2019Italia delle Signorie"},"content":{"rendered":"\n<p>di Stefano Pizzin del 24\/05\/2020 &#8211; Qualcuno ricorder\u00e0 il film \u201cNon ci resta che piangere\u201d con Massimo Troisi e Roberto Benigni: a un certo punto i due protagonisti, piombati dai giorni nostri nel 1400, quasi 1500, vengono fermati in continuazione da un gabelliere che, intima loro di fermarsi al confine tra Stati, signorie e contee, e gli chiede, ogni volta, un fiorino, per poter proseguire. Proprio quelle scene mi sono tornate in mete durante l\u2019emergenza Covid-19, mentre lo Stato, le Regioni e perfino i comuni erano impegnati in un confusionario corpo a corpo per stabilire la propria primazia sulle norme da attuare.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 stato un bello spettacolo, soprattutto \u00e8 stato assai poco utile, ma non \u00e8 solo figlio dell\u2019emergenza causata dalla pandemia, \u00e8 anche il risultato di un assetto istituzionale sconnesso che la straordinariet\u00e0 della situazione ha mostrato in tutta la sua fragilit\u00e0. Dobbiamo cos\u00ec risalire alla riforma del titolo V della Costituzione, fatta dal centrosinistra alla fine della XVI legislatura. L\u2019idea, rivelatasi fallimentare, fu quella di inseguire le manie della Lega su autonomia e federalismo (all\u2019epoca assai in voga tra i media e i commentatori), riscrivendo la parte della Costituzione che definiva le articolazioni territoriali della Repubblica. Il punto di partenza, all\u2019epoca considerato rivoluzionario, in realt\u00e0 rivelatosi confusionario, fu di mettere sullo stesso piano comuni, province, Regioni e Stato, distribuendo agli ultimi due soggetti competenze una volta esclusive, una volta concorrenti. Si \u00e8 cos\u00ec prodotto un guazzabuglio inestricabile che, da quella riforma, ha portato una miriade di contenziosi tra lo Stato e le Regioni davanti alla Corte costituzionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Per risalire alla sorgente di questo caos nel rapporto tra lo Stato e le autonomie locali, in particolare le Regioni, bisogna andare alle fine della I Repubblica. Con il collasso del vecchio assetto politico, si sbriciolano i partiti cos\u00ec come li avevamo conosciuti. Durante la I Repubblica i partiti avevano rappresentato del formidabili collettori di interessi, radicati nella societ\u00e0 italiana, che producevano una stabile e competente classe politica anche a livello territoriale. La carriera politica che, tendenzialmente, prendeva le prime mosse a livello locale, si misurava nel gioco delle rappresentanze tra comuni, province e regioni. Il ceto politico chiamato a governare gli enti locali doveva muoversi in uno stretto equilibrio tra assemblee ed esecutivi, dove i secondi venivano eletti, e potevano essere sfiduciati e sostituiti dalle prime. Il rapporto tra centro e periferia era fortemente stabile: da una parte gli amministratori locali rappresentavano forti istanze del territorio che davano loro una legittimazione politica, dall\u2019altra, il rapporto con il centro, tanto sul piano del \u201ccursus honorum\u201d tanto su quello delle risorse economiche, ne bilanciava i tentativi di eccessiva autonomia. Dopo il 1992 tale equilibrio si frantuma: il partiti non son pi\u00f9 forti come prima e i ceti politici locali prendono sempre pi\u00f9 autonomia. A ci\u00f2 vanno aggiunti due ulteriori elementi: l\u2019elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione, con le assemblee che diventano subordinate agli esecutivi, e la radicale trasformazione del sistema dei trasferimentii che, agganciato alle politiche di contenimento della spesa, hanno reso meno consistente il flusso di risorse dal centro alla periferia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il nuovo quadro politico e istituzionale ha generato una classe politica territoriale pi\u00f9 autonoma ma, al tempo stesso, meno preparata e poco abituata al compromesso e all\u2019equilibro. Nel corso degli anni, sindaci e presidenti di Regione hanno assunto atteggiamenti fortemente localisti, indirizzati all\u2019ottenimento del consenso sul territorio e non pi\u00f9 riconducibili nell\u2019ambito di partiti nazionali ormai divenuti privi di una forte struttura territoriale.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 ha prodotto un atteggiamento indirizzato sempre pi\u00f9 verso la ricerca di politiche autonome, non solo da parte della destra leghista, capace di imporre una sorta di egemonia culturale sul tema \u201cfederalista\u201d ma anche nell\u2019ambito del centrosinistra. A riprova di ci\u00f2 la richiesta di autonomia differenziata da parte di Veneto e Lombardia ma anche dell\u2019Emilia Romagna.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019emergenza Covid-19 ha cos\u00ec colpito il settore sanitario e assistenziale quando, proprio grazie alla riforma del titolo V, la sanit\u00e0 era diventata da anni quasi esclusivamente competenza delle Regioni. Certo, allo Stato restavano le politiche sanitarie di carattere nazionale, oltre agli interventi di emergenza, ma senza avere stabilito un chiara gerarchia e un livello di prestazioni di base da assicurare a tutto il territorio nazionale, l\u2019organizzazione regionale della sanit\u00e0 ha finito per prevalere.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019epidemia, per\u00f2, non si cura dei confini regionali e nel momento in cui ha colpito ha reso evidenti i limiti di tale impostazione eccessivamente \u201cregionalistica\u201d. Lo Stato ha dovuto affidarsi a venti sistemi sanitari differenti, alcuni dei quali, a partire da quello lombardo, si sono mostrati fortemente inefficienti ad affrontare una crisi del genere.<\/p>\n\n\n\n<p>Lasciando da parte il tema sanitario, un\u2019altra questione \u00e8 emersa con prepotenza: il peso degli interventi regionali rispetto alle libert\u00e0 dei cittadini. In un battibaleno le Regioni si sono affannate, attraverso diverse ordinanze, ad aprire o chiudere attivit\u00e0 diverse o a permettere o meno le pi\u00f9 svariate attivit\u00e0. In nome della sicurezza della salute ci siamo ritrovati di fronte a un mosaico di ordinanze che frammentavano il territorio italiano, spesso in modo sconclusionato se non ridicolo: mascherina s\u00ec o no, attivit\u00e0 all\u2019aperto consentita o proibita, orari e aperture degli esercizi e degli uffici differenziate. Se in diverse situazioni poteva sembrare congruo rispetto alle diverse realt\u00e0 territoriali, molto spesso era evidente l\u2019uso di quelle misure solo per necessit\u00e0 di consenso o di lotta politica. In modo quasi incredibile molto il Governo ha cos\u00ec faticato a imporre la supremazia dell\u2019interesse nazionale rispetto alle realt\u00e0 regionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Queste situazioni, che continuiamo a vivere, rappresentano la necessit\u00e0 di riscrivere profondamente le relazioni tra autonomie locali e Governo centrale. Appare inammissibile e controproducente che una distorta idea dell\u2019autonomia dei territori metta in crisi la necessit\u00e0 di un ordinamento nazionale, specie di fronte a un fenomeno come una epidemia che per sua natura richiede interventi coordinati da un unico centro decisionale. Inoltre, pare fuori dal dettato costituzionale che siano le Regioni, se non addirittura i comuni, a intervenire sulle libert\u00e0 fondamentali dei cittadini.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo quadro \u00e8 riemersa, infine, la pochezza di un ceto politico locale che usa l\u2019autonomia come palcoscenico della propria battaglia politica ed elettorale. Le spesso fantasiose ordinanze di presidenti di Regione e sindaci, invece di aiutare la difficile gestione della pandemia hanno prodotto confusione e inefficienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratter\u00e0 quindi di rimettere mano a un assetto tra Stato e periferia che non lasci ambiguit\u00e0 su quale sia la \u201cfiliera di comando\u201d senza tornare a un antico \u201ccentralismo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2, per\u00f2, si potr\u00e0 realizzare se la politica e i suoi attori fondamentali, i partiti, riprenderanno quale funzione nazionale di elaborazione di programmi, cultura politica, e formazione di classe dirigente, senza le quali sprofonderemo in una farsesca rappresentazione di capi e capetti locali incapaci del operare concretamente per il bene comune.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Italia delle autonomie ha bisogno di buoni amministratori, di politici, non di signorotti locali capaci di bizzarre ordinanze e di imporre il loro \u201cfiorino\u201d quando ci si imbatte nelle loro \u201cSignorie\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Stefano Pizzin del 24\/05\/2020 &#8211; Qualcuno ricorder\u00e0 il film \u201cNon ci resta che piangere\u201d con Massimo Troisi e Roberto Benigni: a un certo punto i due protagonisti, piombati dai giorni nostri nel 1400, quasi 1500, vengono fermati in continuazione da un gabelliere che, intima loro di fermarsi al confine tra Stati, signorie e contee, e gli chiede, ogni volta, un fiorino, per poter proseguire. 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