{"id":2403,"date":"2020-05-15T14:15:11","date_gmt":"2020-05-15T12:15:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=2403"},"modified":"2020-05-15T14:15:12","modified_gmt":"2020-05-15T12:15:12","slug":"il-mio-pugno-chiuso","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/15\/il-mio-pugno-chiuso\/","title":{"rendered":"Il &#8220;mio&#8221; pugno chiuso"},"content":{"rendered":"\n<p>di Enrico Bullian del 1\/5\/2020 &#8211; Il 25 aprile pubblico un post sul mio profilo Facebook personale con una fotografia che mi ritrae senza fascia di rappresentanza con il pugno chiuso alzato davanti al monumento dei caduti per la guerra di Liberazione, scattata in coda alla cerimonia istituzionale di Turriaco svoltasi, come previsto, senza la partecipazione di cittadini a causa dell\u2019emergenza Covid-19. Nel testo scrivevo: \u201cPer tutti quelli che avrebbero voluto esserci, ma non hanno potuto. Buona Resistenza Antifascista a tutte\/i! Universale e perenne ringraziamento a chi 75 anni fa ci ha liberato dalla dittatura fascista e dall\u2019occupazione nazista\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019istintivit\u00e0 di un gesto politico che simboleggia la forza dei pi\u00f9 deboli quando sono uniti. Il giusto orgoglio di chi resiste, nonostante tutto<br>In seguito alla pubblicazione del post si sono scatenate molte reazioni: una grande maggioranza di condivisioni, solidariet\u00e0, attestazioni stima, ma anche diverse denigrazioni, offese e un paio di valutazioni sull\u2019opportunit\u00e0 o meno dell\u2019azione. Ritengo, come gi\u00e0 specificato a caldo, di non dover giustificarmi per il gesto, che confermo in pieno, ma colgo questi spazi per aggiungere qualche spunto di riflessione e fornire alcune motivazioni. Fermo restando che \u00e8 stato un gesto \u2013 essenzialmente politico \u2013 ma istintivo, \u201cnaturale\u201d, di un senso di appartenenza profondo e consolidato in una storia personale e in una storia, se cos\u00ec si pu\u00f2 dire, di quella parte di umanit\u00e0 che nei secoli ha lottato per estendere la sfera dei diritti e per avanzare nell\u2019emancipazione politica, socio-economica, individuale. In un\u2019evoluzione che non di rado ha subito brusche e violente regressioni, come si verific\u00f2 negli anni Venti del Novecento con l\u2019ascesa della dittatura fascista, dopo che al calare dell\u2019Ottocento si erano sviluppate le prime organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori (rosse, bianche e laiche) per migliorare le condizioni di vita del proletariato industriale e rurale.<br>Il gesto del pugno chiuso \u2013 per nulla \u201cnostalgico\u201d \u2013 si colloca idealmente fra due date centrali nell\u2019ambito delle ricorrenze civili del nostro Paese: il 25 aprile Festa della Liberazione dalla dittatura fascista e dall\u2019occupazione nazista e il 1\u00b0 maggio Festa dei Lavoratori, di quelle \u201cmasse di diseredati\u201d che, nel corso di oltre due secoli di lotte (se ci limitiamo alla storia contemporanea), hanno dato un cos\u00ec grande contributo a quel processo di emancipazione che le societ\u00e0 hanno conosciuto e che \u00e8 passato inevitabilmente anche attraverso i Movimenti di Liberazione che attuarono la Resistenza armata durante gli anni duri della Seconda Guerra Mondiale, ma che clandestinamente prepararono quella fase insurrezionale nei vent\u2019anni precedenti. Il \u201cmio\u201d pugno chiuso voleva rivolgersi ai cittadini di oggi che sentono come proprie quelle lotte di emancipazione, che sono state condotte da tante generazioni di lavoratori, mossi da ideali di libert\u00e0, eguaglianza e fratellanza e che \u2013 a livello generale \u2013 hanno fatto progredire l\u2019umanit\u00e0. Certo, fra errori e incertezze, ma non potremmo mai mettere in discussione questo assunto: nel 1943-45 c\u2019era chi ha lottato per la libert\u00e0 e chi contro. Noi siamo grati ai primi (ai partigiani antifascisti e agli Alleati) e combatteremo sempre contro i secondi, i fascisti liberticidi. Chiaramente esisteva allora, come esiste oggi, un\u2019ampia \u201czona grigia\u201d, passiva, attendista, che tende a collocarsi sulla base dell\u2019evolvere degli eventi. Gli indifferenti, che Gramsci odiava. Ma sar\u00e0 sempre compito del fronte democratico evitare che quella zona \u201cgrigia\u201d si saldi con i populismi nazionalisti, che la storia ha gi\u00e0 dimostrato con quale facilit\u00e0 \u2013 quando il piano inizia a inclinarsi \u2013 si trasformino in dittature repressive e feroci.<br>Ecco il perch\u00e9 di una cos\u00ec netta rivendicazione, qui e ora. Usando la potenza anche emotiva dell\u2019immagine. Perch\u00e9 \u00e8 pericoloso che formazioni nazionaliste e revisioniste occupino sempre pi\u00f9 spazi pubblici. E perch\u00e9 la \u201czona grigia\u201d deve prendere coscienza del rischio e capire di stare senza equivoci dalla parte della libert\u00e0, della democrazia e dell\u2019eguaglianza. Per il bene di tutti.<br><br>Il contesto presente. Il dilemma dell\u2019antifascismo: difensivo o militante?<br><br>Abbiamo davanti un dilemma. Semplificando, ci possono essere due linee di impostazione per il fronte antifascista: quella difensiva, stile \u201cpoliticamente corretto\u201d che punta a non suscitare le reazioni dei sovranisti e quella pi\u00f9 militante, che intende riappropriarsi di spazi indebitamente lasciati vuoti da parte di un antifascismo divenuto passivo. In entrambe le scelte \u2013 e nelle possibili variabili intermedie \u2013 ci possono essere pro e contro, ed entrambe possono avere elementi di validit\u00e0 in determinate fasi.<br>Ho ritenuto che sia controproducente continuare a usare metodi \u201cmorbidi\u201d contro questo populismo sovranista e nazionalista, che ha aumentato la propria base di consenso (senza risolvere nessuna delle problematiche globali attuali). Il rischio di suscitare reazioni indignate da parte di chi non si riconosce \u201csenza se e senza ma\u201d nella Resistenza non deve spaventarci. Non a caso avete letto le repliche scomposte dei leghisti locali. Va tenuto fra l\u2019altro in considerazione che la Lega (che considero l&#8217;avversario totale in particolare in questa versione salvinista ) fa la forte con i deboli ed \u00e8 invece debole con i forti: in generale, per fronteggiarla \u00e8 preferibile, dunque, contrapporle una decisa militanza.<br>Inoltre percepivo come necessario, a livello territoriale, risollevare e in qualche modo ricompattare un popolo di tendenze progressiste che si sente un po\u2019 disperso. Non so se sono riuscito nell\u2019intento, ma abbiamo ottenuto una maggioranza di reazioni positive ed \u00e8 stato un segnale politicamente rilevante la solidariet\u00e0 espressa dal segretario provinciale del PD e da decine di amministratori locali del PD, del M5S e della Sinistra che hanno \u201cfatto quadrato\u201d, come scriveva il pezzo giornalistico de \u201cIl Piccolo\u201d, non tanto su di me, quanto sulla legittimit\u00e0 di un tale gesto. Il sostegno \u00e8 giunto anche da chi ha provenienze e percorsi culturali e politici diversi dai miei, ma accomunati dalla condivisa e inclusiva appartenenza al composito fronte antifascista.<br><br>Cenni storici. L\u2019antifascismo e il movimento operaio nella mia formazione.<br>La mia formazione \u00e8 storica all\u2019universit\u00e0 e politico-amministrativa sul campo. Mi piace segnalarvi alcuni spunti che mi hanno sempre colpito e, in conclusione, citarvi alcuni passaggi che trovavo nelle ricerche che attuavo, che si sono concentrate sulle tematiche del lavoro e delle sue ricadute in infortuni e malattie nella navalmeccanica monfalconese.<br><br>Si parte da lontano. Ed \u00e8 giusto sia cos\u00ec, volendo dare qualche riferimento che \u00e8 stato fondativo per la mia esperienza.<br>1847, Congresso della Lega dei Giusti. Anche grazie alla spinta decisiva di Marx e di Engels, si cambia la parola d\u2019ordine del movimento da: \u201cTutti gli uomini sono fratelli\u201d al celebre motto \u201cProletari di tutti i paesi, unitevi!\u201d, che rappresent\u00f2 una cesura importante per la storia politica del movimento operaio contemporaneo e che cost\u00f2 una frattura interna, ma consent\u00ec la nascita del primo embrione delle organizzazioni socialiste e comuniste. Come a dire, che certe scelte sono dolorose, ma con gli sfruttatori che ammorbavano la classe operaia non si era poi tanto fratelli e serviva organizzare innanzitutto il proprio campo e, attraverso la classe operaia, poi emancipare anche il resto della societ\u00e0, superando la divisione in classi e socializzando i mezzi di produzione. Certo, siamo nel campo della teoria marxista, non sempre e non tutto ha funzionato, ma \u00e8 bene non scordare i punti di partenza (un mondo di sfruttati e di sfruttatori, con i bambini e le bambini che morivano negli opifici di quelle drammatiche rivoluzioni industriali ottocentesche), senza giustificare i totalitarismi nati in seguito riadattando (male) quel modello.<br><br>L\u2019origine del pugno chiuso alzato, tra l\u2019altro, parrebbe risalire ai moti rivoluzionari europei del 1848 (la \u201cprimavera dei popoli\u201d). Nei primi decenni del Ventesimo Secolo, il pugno chiuso \u00e8 divenuto simbolo dei movimenti operai mondiali, poi fatto proprio dai Repubblicani spagnoli nella guerra civile contro il generale Franco (quindi perfettamente in tema con la ricorrenza della Liberazione), dai movimenti studenteschi del Sessantotto (come riscatto contro l\u2019ingiustizia e ribellione contro la protervia del potere), dai movimenti per i diritti degli afroamericani negli Stati Uniti (celebre la foto di Tommie Smith e John Carlos sul podio di Citt\u00e0 del Messico nel 1968), e, ovviamente, dai movimenti politici di sinistra (di cui sono parte). In definitiva un gesto che non rivendica solo un\u2019appartenenza politica, ma che porta in s\u00e9 la rivendicazione di diritti universali, contro ogni tipo di discriminazione.<br><br>Noi viviamo in un contesto infinitamente meno drammatico e pi\u00f9 confortevole di quello che spesso hanno conosciuto i nostri predecessori. Pensate che Sandro Pertini amava dire che \u201cNella vita alle volte \u00e8 necessario saper lottare, non solo senza paure, ma anche senza speranza\u201d, che \u00e8 una frase che racchiude tutta la serenit\u00e0 interiore di chi ha affrontato il carcere fascista e la guerra partigiana sapendo di stare dalla parte giusta della Storia. A riguardo, ritorna valido anche per le (R)esistenze di oggi, il motto kantiano di un altro grande dell\u2019antifascismo, Ernesto Rossi, che ha guidato tutta la sua vita: \u201cfai ci\u00f2 che devi, accada ci\u00f2 che pu\u00f2\u201d.<br><br>E per tanti antifascisti non c\u2019\u00e8 stato il lieto fine, come nel caso dei 7 fratelli Cervi. Due aneddoti sulla storia della famiglia Cervi sono illuminanti per un\u2019idea di antifascismo, che sia valida anche per il presente.<br>Il primo riguarda il 25 luglio 1943. Che cosa fu? Fu anche la pasta portata dai fratelli Cervi nella piazza di Campegine per festeggiare la caduta del fascismo il 25 luglio del \u201943. Qualcuno avvert\u00ec Antenore Cervi che ad aspettare la pasta c\u2019era anche un giovane in camicia nera. Lui afferm\u00f2: \u201csi vede che ha fame\u201d. Poi gli si avvicin\u00f2 e gli disse: \u201cAlmeno la camicia te la potevi togliere\u201d. \u201cHo solo questa\u201d. \u201cHai capito come ti ha ridotto il fascismo?\u201d.<br>Poco dopo, gli eventi precipitarono, e siamo al secondo momento, la fucilazione dei sette fratelli il 28 dicembre 1943. Il padre Alcide, che sopravvisse ai figli, ricostruir\u00e0 cos\u00ec il momento nel quale, prima dell\u2019esecuzione, i fascisti mandarono il prete per la confessione: \u201cI miei gli rispondono che non hanno peccati da pentirsi, e i fascisti sono contenti, perch\u00e9 hanno una grande fretta\u201d. Il funerale dei figli potr\u00e0 avvenire solo due anni dopo, a Liberazione avvenuta. Quando per\u00f2 la moglie di Alcide, Genoeffa era gi\u00e0 morta per infarto subito dopo che nel 1944 i fascisti tornarono nella loro casa per devastare e bruciare.<br><br>E qui volevo collegarmi con alcune mie ricerche storiche dei tempi della laurea e del dottorato. Mi sono occupato prima specificamente dell\u2019esposizione all\u2019amianto dei lavoratori e poi dell\u2019evoluzione della sicurezza sul lavoro nella cantieristica navale, con il caso di studio incentrato proprio sul Cantiere di Monfalcone, all\u2019interno di una comparazione con altri stabilimenti. Essendo convinto che anche nella scelta degli argomenti da trattare si manifestino i propri orientamenti, pur nell\u2019osservanza del massimo rigore scientifico da riservare alla ricerca . E la Resistenza entrava di sfuggita, magari all\u2019improvviso attraverso qualche documento nelle ricerche d\u2019archivio o nelle consultazioni delle pubblicazioni non specifiche sulla sicurezza. D\u2019altra parte i 503 operai caduti durante la Resistenza e ricordati nel monumento nell\u2019area esterna del Cantiere di Monfalcone stanno l\u00ec a testimoniare quel contributo, che ha beneficiato dell\u2019apporto di formazioni politiche differenti, ma che soprattutto nel nostro territorio fu marcatamente \u201cdi classe\u201d.<br>A riguardo, non si pu\u00f2 non leggere L\u2019antifascismo operaio monfalconese di Galliano Fogar. L\u2019antifascismo era il tema principale, ma c\u2019erano continui rimandi alle condizioni di lavoro dentro il Cantiere di Monfalcone. Sono profondamente convinto che, spesso, non abbiamo contezza di quanto potremmo avere a disposizione dal nostro presente, a cui anteponiamo un piagnisteo indifferente. Vi saluto facendo emergere le tribolazioni interiori che vivevano i compagni antifascisti durante il Ventennio dentro il Cantiere di Monfalcone. Che servano per capire fino in fondo il loro sacrificio e le libert\u00e0 e, spesso, le agiatezze di cui disponiamo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Il passaggio trae le mosse dal tentativo, a fine anni Venti, del Partito Comunista, ormai clandestino, di agire fra gli operai della pi\u00f9 importante fabbrica del territorio (il Cantiere di Monfalcone, appunto). Scriveva Fogar:<br><br>Sempre nel \u201929, l\u2019operaio Fabio Vittor ricorda che la parola d\u2019ordine del partito era di \u00absabotare, rovinare, rompere tutto. Io ero caposquadra, avevo15-20 o 30 fra operai e ragazzi. Il partito diceva che bisognava sabotare tutto: ma se hai un disegno davanti a te, io dicevo, a questi ragazzi che sono giovani non puoi che insegnare a fare questo disegno e non a rovinare tutto, rovinare i motori. Ma allora quando noi arriveremo a fare la rivoluzione chi far\u00e0 le navi dopo?\u00bb. In ci\u00f2 Vittor era in contrasto coi dirigenti.<br>\u00abEra il 1929-30\u2026 Mi sono trovato con un compagno che qui ha scritto la sua vita, Antonio Sfiligoi che \u00e8 stato il mio maestro, era pi\u00f9 che mio padre, a discutere questi problemi e gli ho detto: compagno insegniamo ai giovani a lavorare. Quando abbiamo fatto le navi belle le facciamo saltare magari, ma dobbiamo imparare a fare le navi! Invece no, tu come comunista dovevi sabotare. Su questo io non ero d\u2019accordo e mi sono trovato per circa tre mesi in lotta con tutti coloro che mi erano superiori, compreso quello che ha preso 16 anni (Giovanni) Godeas e anche Donda Camillo. Loro erano del comitato regionale\u00bb.<br>Certo nelle parole di Vittor c\u2019\u00e8 ben marcato il senso dell\u2019\u00abetica del lavoro\u00bb propria dell\u2019operaio di mestiere, del militante legato malgrado tutto alla sua professionalit\u00e0 di operaio, di cui sente l\u2019orgoglio (una figura questa che \u00e8 frequente fra i comunisti in fabbrica negli anni fra il Venti e il Trenta e che \u00e8 ben radicata anche se gradualmente ridotta nella composizione di classe di quegli anni). Ma le sue obiezioni riflettono bene al di l\u00e0 delle preoccupazioni professionali e soggettive (se spacchiamo tutto, cosa succede, cosa si mangia ecc.), il contrasto talora stridente fra le \u201cgrandi\u201d direttive politiche che calano dall\u2019alto (calano anche sui dirigenti locali) imponendo una linea di lotta che prelude allo scontro decisivo col capitale [\u2026] e la realt\u00e0 nazionale e di fabbrica che non offre spazi ne occasioni insurrezionali, che vede il movimento stretto nella morsa del regime, perseguitato, costretto a muoversi in fabbrica con grande cautela. S\u00ec, qualcosa \u00e8 stato fatto, ma in modo pi\u00f9 consono alla mentalit\u00e0 operaia di quegli anni, come reazione alle condizioni di lavoro, al disprezzo padronale per la vita umana a cui si antepongono tempi ed esigenze produttive. Vittor, ad es., ricorda che nel \u201925-\u201926 si \u00e8 fatto in modo di ritardare il pi\u00f9 possibile il varo della \u2018Saturnia\u2019. Le condizioni di lavoro sulla nave erano pericolose, c\u2019erano stati venti morti [\u2026] .<br><br>Enrico Bullian<br><br>Nato nel 1983 a Monfalcone, si \u00e8 laureato in Storia Contemporanea all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Trieste e ha successivamente conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Scienze Umanistiche indirizzo storico e storico artistico presso la stessa Universit\u00e0, con la tesi \u201cLa sicurezza sul lavoro e la navalmeccanica dal secondo dopoguerra a oggi. Il caso del Cantiere di Monfalcone\u201d (2013), disponibile on-line al link: https:\/\/www.openstarts.units.it\/handle\/10077\/10260. Ha pubblicato monografie e saggi storici sull\u2019emergenza amianto, sulle condizioni di lavoro nella cantieristica navale, sulla sicurezza sul lavoro e sulla cooperazione di consumo e ha svolto su queste tematiche attivit\u00e0 di ricerca e di insegnamento. Dal 2002 \u00e8 amministratore locale e dal 2014 ricopre l\u2019incarico di Sindaco del Comune di Turriaco (GO). Lavora in una Cooperativa della Grande Distribuzione Organizzata. Per contattarlo: <a href=\"mailto:enrico.bullian@gmail.com\">enrico.bullian@gmail.com<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Enrico Bullian del 1\/5\/2020 &#8211; Il 25 aprile pubblico un post sul mio profilo Facebook personale con una fotografia che mi ritrae senza fascia di rappresentanza con il pugno chiuso alzato davanti al monumento dei caduti per la guerra di Liberazione, scattata in coda alla cerimonia istituzionale di Turriaco svoltasi, come previsto, senza la partecipazione di cittadini a causa dell\u2019emergenza Covid-19. Nel testo scrivevo: \u201cPer tutti quelli che avrebbero voluto esserci, ma non hanno potuto. 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