{"id":2399,"date":"2020-05-15T14:14:33","date_gmt":"2020-05-15T12:14:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=2399"},"modified":"2020-05-15T14:14:34","modified_gmt":"2020-05-15T12:14:34","slug":"rosso-carpaccio-a-capodistria","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/15\/rosso-carpaccio-a-capodistria\/","title":{"rendered":"Rosso Carpaccio a Capodistria"},"content":{"rendered":"\n<p>di Angelo Floramo del 1\/5\/2020 &#8211; Brano tratto da \u201cL\u2019osteria dei passi peduti\u201d (Bottega Errante Edizioni) La via migliore da prendere, per arrivarci con effetto a sorpresa, \u00e8 senza dubbio quella delle antiche saline di Muggia, evitando i valichi pi\u00f9 trafficati, con i loro fastidiosi obblighi di vignette autostradali e tutta la congestione del traffico che soffoca Rabuiese, avvelenando di ottani bruciati e puzzolenti questa meravigliosa e strana terra di frontiera, tutta curve e miracoli. Perch\u00e9 Capodistria \u00e8 come una bella donna che ama l\u2019approccio indiretto, l\u2019avvicinamento discreto, quasi distratto e timido. E ignora chi ha troppe pretese o chi va di fretta e vuole combinare tutto e subito. Impone i suoi tempi. Sempre estremamente dilatati.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli orrendi silos in cemento e metallo di Aquilinia rimangono alle spalle, scomparendo subito dalla vista, presto ingoiati dalla tortuosit\u00e0 dell\u2019andare. Se c\u2019\u00e8 sole mandano un riverbero maligno, una fata morgana che distrae il viandante dalla contemplazione dei colori, che si stemperano dall\u2019azzurro al verde in una sorprendente danza di sfumature. Di notte invece, complice l\u2019illuminazione di sicurezza, fredda e glaciale anche nel cuore dell\u2019agosto infuocato, sembrano mostruose macchine spaziali, atterrate di nascosto e pronte a scatenare un\u2019invasione aliena. Un tempo qui si rubava al mare quell\u2019oro prezioso, bianco e gemmato, che dava sapore al cibo, permetteva di conservare a lungo il pesce e la carne e trasformava in spianate abbacinanti e bianchissime i lunghi rettangoli d\u2019acqua di esatto perimetro, specchi immoti che riflettevano capovolto il cielo e i suoi gorghi di nuvole. 22 23 Un lavoro durissimo, da uomini che sanno convivere con la fatica tra la terra e il mare: perch\u00e9 concia la pelle inaridendola sotto un sole rabbioso, scava rughe profonde, cucina le carni vive in un brodo umido e denso, per portare a casa quel tanto che basta per sopravvivere alla giornata: \u00abquanto sa di sale lo pane\u00bb ebbe a dire anche il Poeta, randagio come tutti gli erranti, per amore o per forza. Soppresse nel 1830, le saline erano nate nel Medioevo; gli imperatori ne reclamavano i privilegi, insaporendo cos\u00ec le terre di Germania con il sudore salato di Muja, dove la lingua del popolo fu per secoli quella friulana, una variante ladina dolcissima, marinara, levigata dalla bora, indorata dalla luce. Mantenere la strada che costeggia il mare a questo punto \u00e8 un tributo doveroso all\u2019Adriatico: dall\u2019altra parte dello stretto braccio d\u2019acqua, proprio di fronte, i fumi grigi e ferrigni di Servola corrodono la terra, bruciano il verde, asciugano i polmoni dei tanti operai che ormai hanno per lo pi\u00f9 cognomi serbi, bosniaci e rumeni. E raccontano ancora di fatica e lavoro, di quartieri popolari, e di rioni con piccole tane arredate alla buona, monolocali in cui lasciar svaporare l\u2019inferno dei turni, per uno stipendio che reclama giustizia, oggi come un tempo. Le facciate delle case sono grigie, socialiste e proletarie, quasi gridassero la loro rabbia contro un mondo imborghesito che se ne frega di tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Alle spalle del quartiere, torva si acquatta la Risiera di San Sabba che seppe vomitare in cielo ben altri fumi, ben altri dolori, unico campo di sterminio nazista in terra italiana, snodo di carne umana verso Auschwitz, Treblinka, Dachau e tutti gli altri nomi del Male. Incredibile che proprio qui si sforni il pane pi\u00f9 buono del mondo. La tradizione \u00e8 antica: racconta di focacce croccanti, profumate, preparate in casa dalle kru\u0161arce, come le chiamano nel dialetto sloveno di \u0160\u010dedna\/Servola, o pancogole in triestino, che lo impastavano di nostalgia, pensando di accarezzare il corpo dei loro mariti, assenti per i frequenti orari notturni imposti dall\u2019altoforno. Pensieri lubrichi, dato che le pagnotte qui si chiamano bighe. Facevano l\u2019amore con l\u2019impasto, quelle vedove bianche, premendo, accarezzando, pizzicando. Sudavano e sospiravano. Ci mettevano il cuore. Nel 1756 Maria Teresa attribu\u00ec a questo pane la massima onorificenza della Corona d\u2019Austria, definendolo senza dubbio il migliore dell\u2019impero, nell\u2019ampio abbraccio di terre e paesi fra Cracovia e Zagabria. Da questo rione, a partire dal 1943, cesti fragranti finivano a Cerkno, nel cuore della Slovenia, per i feriti dell\u2019ospedale partigiano. La guarigione sarebbe stata pi\u00f9 pronta, masticandone la morbida sacralit\u00e0. Quasi fosse una comunione. Cos\u00ec, quando nel 1954 le ordinanze di legge \u2013 stupide e cieche \u2013 ne vietarono la vendita, pare che si sia creata una rete clandestina e operosa. Una Resistenza del Pane. Prima contro i fascisti e poi contro la burocrazia. Cosa ci pu\u00f2 essere di pi\u00f9 straordinario e commovente? Si dice, e forse non \u00e8 leggenda, che queste fornaie ribelli e imprendibili tengano viva ancora oggi una rete che si fonda sul passaparola fra iniziati. Chi sar\u00e0 cos\u00ec tanto fortunato da intercettarla \u2013 a me \u00e8 capitato \u2013 chieda anche la cortesia di un piattino con olio istriano, sale di Sicciole e un pizzico di pepe. E anche un\u2019acciughina, se possibile. E qualche cappero, se non \u00e8 pretendere troppo. Poi vi intinga la mollica, meglio se calda, appena uscita dal forno, morbida come la carne di un bambino, o un bacio rubato. Poi socchiuda gli occhi e cominci a sognare. Ma la strada gi\u00e0 chiama. E prosegue, in questo ricciolo estremo di mondo, in un continuo alternarsi di mare, terrazzamenti ombreggiati da vigne che regalano un Cabernet 24 25 denso e pensieroso, sapido e muscoso per la vicinanza del mare e dei boschi; piccoli gruppi di case, orti rinchiusi dentro muriccioli tirati a secco. Si sconfina senza accorgersene, in zona Lazzaretto, non fosse per il Kompas Shop, con le sue colorate e volgari chincaglierie e le sigarette che ti preannunciano che morirai di cancro, ma usano la premura di farlo in sloveno. Alla fine \u00e8 la Jadranska Cesta (Via Adriatica) che ti rapisce. E lo fa all\u2019altezza di Debeli Rti\u010d (Punta Grossa), uno dei pochissimi promontori in Adriatico dal quale \u00e8 possibile vedere il sole cadere nel mare, all\u2019ora del tramonto. Oltre i perimetri della Terra, nell\u2019ora dell\u2019esperon, come la chiamavano i greci antichi che arrivarono fin quass\u00f9 con i loro legni veloci e le vele nere, quando \u00e8 la speranza di rivedere la luce che ti mantiene sveglio fino all\u2019alba.<\/p>\n\n\n\n<p>Specialmente se hai vicino qualcuno da abbracciare, nell\u2019attesa. E poi all\u2019improvviso, superato Ancarano e i suoi tetti rossi, le convulse rotonde che smistano il traffico intenso del porto, i rumori e le voci della globalizzazione che sogghigna dalle insegne delle firme internazionali, senti che la bianca signora \u00e8 ormai vicina. Una vela aperta sul mare, raccolta in posizione fetale tra la costa e le colline, una conchiglia che si schiude a chi la sa capire e gustare. Citt\u00e0 terrigna, di viti e vini, una campagna ricca e profumata di erba e di fieno che le fa da scialle per proteggersi dalle umide brezze del mare. Lasciare la macchina nella pancia impersonale di uno qualsiasi dei grandi parcheggi che soffocano l\u2019anima del luogo e correre, senza guardare, fino alla \u201cporta del mare\u201d \u00e8 una necessit\u00e0, per non farsi contaminare. Poi tutto precipita nella bellezza. Sciatta e disadorna, ben poco turistica e per questo impagabile meta di ogni possibile erranza. Strade lastricate come ne trovi fino a Dubrovnik, piccolissimi pertugi che sbadigliano da archi e portoni schiaffeggiati dalla bora, scalinate che conducono in chiss\u00e0 quale altrove, dominio di gatti randagi e gabbiani. Guai al goloso che abbia la ventura di inciampare nella cantina istriana di Slav\u010dek, sulla dolce salita della \u017dupan\u010di\u010deva ulica, quella che conduce nel cuore della citt\u00e0. Perch\u00e9 \u00e8 un luogo dell\u2019anima, oltre che del fegato e di altre frattaglie. Le sue finestre, incorniciate nel legno, danno sulla strada, ma \u00e8 gi\u00e0 il profumo della cucina che ti apre un corridoio di ricordi che si impastano con i colori dell\u2019infanzia. Mentre Radio Capodistria, perennemente accesa, ricordava all\u2019inizio e alla fine delle trasmissioni che la bandiera rossa avrebbe sempre trionfato sull\u2019ingiustizia, e la voce di Iva Zanicchi cantava di popoli fratelli divisi dalla guerra: \u00abDimmi un po\u2019 soldato di dove sei \/ sono di un paese vicino a lei \/ per\u00f2 sul fiume passa la frontiera \/ la riva bianca la riva nera\u00bb. Era il 1971, avevo cinque anni e sognavo anche io di morire per il mio capitano e per la libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Da partigiano, come il nonno. Anche casa mia aveva il sapore di questo menu, oggi stampigliato su fogli plastificati e unti che avranno almeno una cinquantina d\u2019anni e negletto dai turisti in cerca di localini pi\u00f9 eleganti, meno popolari, e certamente pi\u00f9 anonimi e insignificanti dell\u2019Istrska Klet, che invece ti abbraccia generosa con i suoi odori molto prima di annunciarsi con la sua rustica insegna: ci trovi le juhe della nonna, le mine\u0161tre della zia, il gola\u017e per cui il babbo avrebbe dato l\u2019anima, il brodet della domenica, le klobase tenerrime, da gustare con la polenta nei giorni di festa. Inutile tradurre, tutto risulter\u00e0 chiaro sbirciando nella vaporosa cucina, dietro il bancone sul quale restano perennemente appese pentole e pignatte pronte alla bisogna e una grande affettatrice per il pr\u0161ut. 26 27 \u00abQui se ci vieni con una donna innamorata e lei ti chiede di condividere con te una porzione di vampi, allora capisci che il suo \u00e8 vero amore\u00bb mi confida Danka, dottoranda all\u2019Universit\u00e0 del Litorale, cos\u00ec tanti anni fa che sembrano appartenere a un\u2019altra vita, ormai. Ha occhi troppo intensi e troppo chiari per farmi rifiutare la sfida, e quindi ordiniamo vampi per due. Quando la \u0161iora ce li porta, la stessa che ancora oggi spignatta intingoli per marinai e innamorati dal piloro robusto, nel piatto bollente che fuma speziati vapori realizzo quanto grande tributo talvolta imponga l\u2019amore: le trippe, preparate all\u2019antica, con il brodo di vitello, i pomodori dell\u2019orto, la paprica dolce, la copiosa cipolla e un pizzico di basilico e di maggiorana (eccolo l\u00ec il segreto della cuoca!) accendono in me strani pensieri, in una serata estiva caldissima fuori, torrida dentro. Spegniamo l\u2019arsura con una Malvazija fresca di cantina, ne beviamo tanta da rendere il mondo pi\u00f9 colorato e mosso. E poi la citt\u00e0. La piazza Tito, racchiusa dal merlato palazzo, e il duomo, profumato di cera e di incenso, silenzioso e deserto: \u00abAbbiamo noi le opere pi\u00f9 belle del Carpaccio, mica sono a Venezia. E si tratta di quelle pi\u00f9 pensose, misteriose. Intriganti. \u00c8 vissuto a Capodistria per dieci anni ed \u00e8 morto sempre a Capodistria. Nel 1526. Non ti pare strano? Lui gi\u00e0 famosissimo a Venezia e nel mondo. Io penso che si fosse innamorato di una musa slovena, molto pi\u00f9 giovane di lui, e cos\u00ec non ha pi\u00f9 lasciato questa nostra terra. Capita quando si gioca a carte con il cuore\u00bb. Non so che rispondere. Danka mi guarda e io fingo di guardare le immagini dipinte sulle portelle dell\u2019organo, a firma del pittore veneziano che scelse di morire fra gli sloveni per amore (ma sar\u00e0 poi vero?) e lascio che gli occhi scendano sul corpo di lei. Indossa un vestitino leggero, che pare di porpora. Rosso Carpaccio. \u00abNon sai tutto tu, gospodi\u010dna. Una cosa la so anche io, che sono pi\u00f9 vecchio di te. Usciamo\u00bb. In estate la sera di Capodistria sa di sfalcio e di foglie di vite intrise di umori freschi e rugiade. La prendo per mano e nel silenzio assoluto la conduco sotto l\u2019antico battistero, nascosto oltre l\u2019angolo della cattedrale. Il suo enorme bastione cilindrico si alza a tal punto da perdersi nella notte. \u00abPier Paolo Vergerio, da qui, predic\u00f2 l\u2019eresia protestante. Aveva conosciuto Primo\u017e Trubar. Aveva incontrato personalmente Lutero. Pensava che ci potessero essere altre verit\u00e0, era profondamente convinto che ciascun uomo debba essere libero di professarle come meglio crede. Hai letto quello che ne ha scritto Tomizza? Maledizione alla Malvazija, come diavolo si chiama quel romanzo?\u00bb. Coraggioso, il vescovo di Capodistria. Pag\u00f2 un conto altissimo per questa sua coerenza, che all\u2019epoca voleva dire Inquisizione. Fin\u00ec esule. Mor\u00ec a Tubinga. Libero.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma con il sogno di questi orizzonti azzurri nel cuore. Azzurri come le iridi di Danka. \u00abSi intitola Il male viene dal Nord. Corri, stupido, che ti faccio vedere la faccia di altri uomini valorosi\u00bb. Schizza via veloce, oltre l\u2019arco d\u2019ingresso della piazza. Una fiamma rossa che svapora e capelli biondissimi e spettinati a perdifiato, lungo la discesa \u201cdei calzolai\u201d che scende al mare. Scalpiccio di sandali che si allontanano senza lasciarmi alcuna speranza. Sono certo di perderla. La giusta punizione per la mia impudenza. Che mi credevo? Per di pi\u00f9 sono posseduto dall\u2019anima vendicatrice dei vampi e avanzo pianissimo, ansimando. Poca luce nelle strade ormai buie, a rischio di cadute esiziali sulle levigatissime pietre del selciato. Infarto. E di lei nemmeno il profumo. Solo un non so che di cipolla che bussa alla porta del mio stomaco. Poi la sorpresa di una spinta contro il muro an- 28 29 cora caldo del sole che lo ha accarezzato per ore. \u00abPaura, eh? Che ti avessi abbandonato\u00bb. Ora il mare \u00e8 a un passo da noi e la citt\u00e0 sembra persa nelle sue finestre illuminate, nell\u2019ombra delle sue vie. \u00abLi hanno messi qui insieme, Janko e Pinko\u00bb. La guardo e mi viene da ridere. Sembrano due nomi da cartone animato, ma questo non glielo dico. \u00abSono morti per la libert\u00e0. Capisci? Contro i fascisti. Erano giovanissimi. Ora guardano verso il mare. Per sempre. Vedi, non invecchieranno mai!\u00bb. Mi avvicino ai due busti e ne leggo i nomi: Janko Premrl Vojko e Pinko Toma\u017ei\u010d.<\/p>\n\n\n\n<p>Eroi del popolo sloveno. E ricordo. Vergognandomi un po\u2019 per aver anche solo pensato di poter sorridere. Uno \u00e8 il fratello di Rada, la moglie dell\u2019amico e maestro Boris Pahor, caduto in battaglia nei pressi di \u010crni Vrh, sul Monte Nanos, nel 1943. Non aveva ancora compiuto ventitr\u00e9 anni. L\u2019altro \u00e8 stato fucilato nel poligono di tiro di Opicina nel 1941 per mandato del Tribunale Speciale fascista. E di anni ne aveva ventisei. Oh, gli italiani, brava gente davvero! Dal mare sale una brezza umida, pesante come la notte che ormai avvolge il profilo della citt\u00e0, ingoiando tanto i sogni inquieti quanto le eteree speranze. Danka mi scivola leggera sotto il braccio. Nel rumore della risacca, in tutto quel gorgoglio di schiume e sbuffi contro il molo, sembra quasi che tremi, e il mondo, la storia, la follia degli uomini mi paiono infinitamente lontani. Una lampara passa silenziosa e veloce come una stella cadente dentro un cielo di pece nera rovesciato. \u00abSe ora ti chiedessi un bacio, me lo daresti?\u00bb. Lievi devono essere le mani che sanno raccogliere le lacrime di chi ama.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Angelo Floramo del 1\/5\/2020 &#8211; Brano tratto da \u201cL\u2019osteria dei passi peduti\u201d (Bottega Errante Edizioni) La via migliore da prendere, per arrivarci con effetto a sorpresa, \u00e8 senza dubbio quella delle antiche saline di Muggia, evitando i valichi pi\u00f9 trafficati, con i loro fastidiosi obblighi di vignette autostradali e tutta la congestione del traffico che soffoca Rabuiese, avvelenando di ottani bruciati e puzzolenti questa meravigliosa e strana terra di frontiera, tutta curve e miracoli. 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