{"id":2393,"date":"2020-05-15T14:13:28","date_gmt":"2020-05-15T12:13:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=2393"},"modified":"2020-05-15T14:13:29","modified_gmt":"2020-05-15T12:13:29","slug":"il-cileno-errante","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/15\/il-cileno-errante\/","title":{"rendered":"Il cileno errante"},"content":{"rendered":"\n<p>di Pino Cacucci da www.jacobinitalia.it del 23\/4\/2020 &#8211; Pino Cacucci ripercorre la vita di Luis Sep\u00falveda, segnata da sconfitte fino a quella che definiva \u00abla vittoria finale\u00bb. \u00abNon ci hanno impedito di assaporare questa vittoria \u2013 diceva \u2013 siamo ancora qui, e non ci siamo arresi. Mai\u00bb. Qualche mese fa, cercando chiss\u00e0 cosa nei meandri del computer, \u00e8 saltata fuori questa foto. Gliel\u2019ho fatta vedere, e Lucho mi ha risposto: \u00abQuanto eravamo giovani, compadre!\u00bb. Ho conosciuto Luis Sep\u00falveda, Lucho, il cileno errante, tanti anni fa, nelle Asturie, dove ancora non aveva fatto base \u2013 ricordo che allora viveva in una casetta ai margini della Selva Nera, pur conservando la vaga residenza \u00abtra Amburgo e Parigi\u00bb, come si leggeva sulle copertine dei suoi libri \u2013 ma ci andava per la Semana Negra di Gij\u00f3n, fondata e diretta dal comune amico Paco Taibo II. Poi, Lucho a Gij\u00f3n avrebbe trovato il clima ideale (\u00abIl primo giorno che ci sono stato pioveva forte, il secondo pioveva poco: comunque, l\u2019aria era sempre fresca, e il paesaggio, be\u2019, non proprio la Patagonia, ma le alte scogliere e la brava gente asturiana, mi hanno convinto a restarci per un po\u2019\u00bb) e l\u00ec aveva scelto una grande casa da cui ripartire spesso. Ci siamo incontrati in tanti luoghi diversi, ma \u00e8 in quel giardino dove Lucho amava radunare gli amici e preparare per loro l\u2019asado, che ho goduto di interminabili nottate parlando di tutto o assaporando i momenti di silenzio, specie mentre accendeva la carbonella, perch\u00e9 lui stesso ha spiegato le differenze \u00abetniche\u00bb del rituale: gli argentini mentre stanno davanti alle braci parlano chiassosamente e si distraggono, i cileni, al contrario, si concentrano e non gradiscono interferenze, certe cose si tramandano e fanno parte di una cultura.<br><br>Tra i tanti viaggi, tornava quasi ogni anno in Cile, che lasci\u00f2 nel 1977 per l\u2019esilio \u2013 e solo nel 2017 gli avevano restituito la cittadinanza, che del resto aveva da molto tempo in Germania mentre la residenza era in Spagna \u2013 si era anche procurato un piccolo buen retiro ai margini della Patagonia, casetta affacciata sull\u2019oceano Pacifico australe, eppure non sentiva il bisogno di restare nel paese di nascita troppo a lungo, perch\u00e9 ormai non lo riconosceva pi\u00f9. Per\u00f2 restava forte l\u2019attrazione per i paesaggi apocalittici della Terra del Fuoco, per la sterminata solitudine della Patagonia, che avrebbero ispirato alcune delle sue pagine memorabili.<br><br>Il concetto di \u00abpatria\u00bb non ha mai sfiorato Lucho. Chiss\u00e0 se c\u2019entravano i cromosomi. Il nonno paterno era un anarchico andaluso condannato a morte in Spagna per attivit\u00e0 sovversive. Evase dal carcere di Almer\u00eda, primi anni del secolo, e raggiunse le Filippine, da dove pass\u00f2 in Ecuador, e l\u00ec ricominci\u00f2 da capo: fond\u00f2 un gruppo anarchico, ne combin\u00f2 di tutti i colori, e si busc\u00f2 un\u2019altra condanna. Rievase, ovviamente. Dal carcere di Guayaquil fugg\u00ec direttamente in Cile, fermandosi nel porto di Iquique.<br><br>\u00abEra il 1918, e laggi\u00f9 c\u2019era il meglio del movimento libertario europeo, tutti militanti anarchici sfuggiti alle galere e ai boia dei rispettivi paesi d\u2019origine, quindi mio nonno si ritrov\u00f2 a cuocere nella propria salsa\u2026 Si chiamava Gerardo Sep\u00falveda T\u00e1pia, ma tutti lo conoscevano con il nome di battaglia, il compagno Ricardo Blanco. Stare con lui, fu per me la miglior scuola di vita possibile. Da Iquique si spost\u00f2 a Valpara\u00edso. Non riusciva mai a stare per troppo tempo nello stesso posto, e lo capisco benissimo\u2026 Laggi\u00f9 trov\u00f2 l\u2019amore della sua vita, mia nonna Susana, colta, un po\u2019 borghese, addirittura cattolica\u2026 Credo che il compagno Ricardo Blanco le avesse perdonato tali difetti soprattutto per due motivi: era bellissima, e parlava cinque lingue. Io sono praticamente cresciuto con loro, e con lo zio Pepe, altro anarchico furibondo, che nel 1937 se ne part\u00ec per la Spagna con una brigata di combattenti internazionalisti messicani e statunitensi. Nel frattempo mio nonno aveva fondato una Universit\u00e0 Popolare, finalizzata soprattutto a formare dei buoni grafici e tipografi. \u00c8 grazie a lui e al t\u00edo Pepe, che ho imparato ad amare Salgari. Nel loro circolo anarchico credo si siano tenute le pi\u00f9 approfondite e intelligenti letture di Salgari a cui abbia mai assistito\u2026\u00bb<br><br>I primi passi da scrittore li ha mossi al liceo di Santiago, dove pubblic\u00f2 qualche poesia sul giornalino dell\u2019istituto. Ma decise subito di mettersi in proprio, scrivendo e ciclostilando racconti erotici che poi vendeva ai compagni di scuola. \u00abQuelli sono stati i primi soldi che mi sono guadagnato con il mestiere di narratore. Sono certo di aver contribuito non poco all\u2019equilibrio ormonale dei miei compagni di liceo\u2026\u00bb.<br><br>Di l\u00ec a poco, si sarebbe dedicato a ben altro genere di narrativa. Nel 1964 entr\u00f2 nella Giovent\u00f9 comunista cilena, e i suoi racconti e poesie divennero celebri nelle riunioni sindacali, in scioperi e manifestazioni. Gli scrittori \u00abseri\u00bb lo snobbarono, per poi attaccarlo con disprezzo. Ci rimasero molto male, quando Luis, nel 1969, vinse il Premio Casa de Las Americas con la raccolta di racconti Cr\u00f3nicas de Pedro Nadie. \u00ab\u00c8 stato un amico a metterli assieme e a mandarli a L\u2019Avana. Io non ci credevo, ma poi, una volta vinto il premio\u2026 be\u2019, gli scrittori cileni affermati decisero di odiarmi apertamente. Tutti, meno uno: Francisco Coloane, che mi difese pubblicamente\u00bb. Luis aveva appena vent\u2019anni, e stimava Coloane come il pi\u00f9 grande narratore d\u2019avventura che mai avesse letto, e che lui mette al pari, se non al di sopra, di London, Melville e Conrad.<br><br>E arrivarono gli anni della militanza totale, che per molto tempo avrebbe tenuto Lucho lontano dalla macchina da scrivere. Sempre nel \u201869, vinse una borsa di studio per l\u2019universit\u00e0 Lomonosov di Mosca, l\u2019ateneo della nomenklatura.<br><br>\u00abIo seguivo i corsi di drammaturgia, l\u2019ambiente mi era abbastanza insopportabile, ma ebbi modo di conoscere il giro del migliore teatro moscovita, pi\u00f9 o meno clandestino, in contrapposizione alla noiosissima \u2018estetica del realismo socialista\u2019. E frequentavo anche i disegnatori di fumetti, mia grande passione, tutti eccellenti, underground ed ebrei. Peccato che, solo quattro mesi dopo, mi avrebbero espulso per \u201catteggiamenti contrari alla morale proletaria\u201d\u2026\u00bb. Lucho scosse la testa, arrivato a questo punto del racconto della sua vita, fingendo rammarico prima di aggiungere, con un sorriso p\u00edcaro: \u00abIl fatto \u00e8 che\u2026 mi hanno beccato a letto con la professoressa di letteratura slava. Che per mia disgrazia era moglie del decano dell\u2019Istituto Ricerche Marxiste\u2026 Scoppi\u00f2 proprio un bel casino. Espulso dall\u2019Unione Sovietica, torno in Cile e vengo espulso anche dalla Giovent\u00f9 comunista. Litigai pure con mio padre, militante di ferro, e cos\u00ec me ne andai di casa. Tre espulsioni nel giro di tre settimane\u00bb.<br><br>Il rigido Partito comunista cileno andava gi\u00e0 stretto a Lucho, che al pari di altri partiti gemelli latinoamericani pretendeva di applicare teoria e prassi sovietiche a paesi immensamente diversi per cultura, tradizioni e \u00abfilosofia di vita\u00bb. A quei tempi era gi\u00e0 attivo il Mir, Movimiento de Izquierda Revolucionaria, in aperto contrasto con il Pcc, e l\u2019Eln, Ej\u00e9rcito de Liberaci\u00f3n Nacional, a cui decise di aderire Lucho. Due anni prima Ernesto Che Guevara era morto in Bolivia, dove per\u00f2 resisteva ancora Osvaldo \u00abEl Chato\u00bb Peredo con un gruppo di guerriglieri; era il fratello di Inti e Coco Peredo, caduti con Guevara. L\u2019Eln cileno decise di mandare alcuni volontari, e Luis fu tra loro. \u00abEravamo in nove, al comando di Gonzalo Arenas, che in realt\u00e0 si chiamava Agust\u00edn Carrillo ed era campione panamericano dei pesi Welter. Siamo rimasti sulle montagne del Teoponte fino al febbraio del \u201870. Io e Sergio Leiva, il poeta e cantautore, eravamo gli unici due cileni sopravvissuti\u2026\u00bb.<br><br>Leiva sarebbe morto tre anni dopo, durante il golpe di Pinochet. Riusc\u00ec a entrare nell\u2019ambasciata argentina, dove si erano rifugiati alcuni dirigenti politici, per convincerli a riorganizzare la resistenza. Vi torn\u00f2 una seconda volta, con l\u2019intento di raccogliere tutti i fondi che avevano con loro, ma i militari all\u2019esterno lo intercettarono, e lo crivellarono. A Lucho si incrinava ancora la voce, ricordando Sergio, il suo amico per la pelle con cui aveva condiviso tanto.<br><br>Riguardo invece Osvaldo \u00abChato\u00bb Peredo\u2026 nel 1997 ebbi la fortuna di assistere all\u2019incontro tra lui e Lucho, a Milano. Chato era stato invitato dalla Fondazione Feltrinelli per una serie di incontri pubblici, e per l\u2019occasione avevano chiesto a Luis Sep\u00falveda di fare \u00abgli onori di casa\u00bb come scrittore internazionalmente celebre, e soprattutto, come protagonista di almeno una delle storie che avrebbe probabilmente raccontato Peredo in pubblico. Serbo un ricordo indelebile di quel momento: erano trascorsi ventisette anni dall\u2019ultima volta che si erano visti\u2026 Lucho si par\u00f2 di fronte a Chato, lo tir\u00f2 in disparte, e tenendogli il braccio sulle spalle, gli mormor\u00f2 a lungo nell\u2019orecchio. A un tratto, Osvaldo ebbe uno scatto, lo guard\u00f2 negli occhi, lo scrut\u00f2 in volto, e riconobbe l\u2019allora giovanissimo guerrigliero del Teoponte. Nell\u2019abbraccio bagnato di lacrime che ne segu\u00ec, interminabile, temetti che il minuto Chato Peredo rimanesse soffocato: continuavano a battersi manate sulla schiena senza decidersi a staccarsi, sotto gli sguardi incuriositi del pubblico che non poteva sapere cosa significasse quel rencuentro.<br><br>Era il culmine di una lunga storia. Troppo lunga, da raccontare. Basti sapere che Chato, il pi\u00f9 giovane dei tre fratelli, era stato a Milano nel marzo del 1971, per incontrare Monica Ertl, compagna del fratello Inti caduto con il Che: doveva consegnarle una pistola da parte di Giangiacomo Feltrinelli, che mise a loro disposizione anche un\u2019auto con cui raggiungere Amburgo, dove, al consolato della Bolivia, c\u2019era Roberto Quintanilla, ex colonnello dei servizi che aveva partecipato alla cattura e all\u2019uccisione del Che, e poco prima aveva torturato a morte Inti Peredo. Monica, giovane donna attraente, non ebbe problemi a essere ricevuta dal console Quintanilla, che si credeva irresistibile\u2026 Monica gli spar\u00f2 tre colpi con la pistola di Giangiacomo Feltrinelli, uccidendolo. Fuori, a quanto si narra, la aspettava Chato, con il motore acceso\u2026<br><br>\u00abDal settembre del \u201870 al giugno del \u201871 fu il periodo della mia vita in cui dormii di meno. C\u2019erano troppe cose da fare. Mi ero appena diplomato come regista teatrale, e con V\u00edctor Jara allestimmo Sei personaggi in cerca d\u2019autore, di Pirandello. La militanza era in qualsiasi cosa facessimo, e nessuno si dedicava a una sola attivit\u00e0 in esclusiva. Per esempio, oltre al teatro, ai programmi della radio e a qualche racconto che scrissi, divenni anche responsabile di una cooperativa agricola\u2026 Ma presto cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di cannibalismo. Le divisioni politiche si acuirono, e fra una disputa e l\u2019altra non ci si rendeva conto che la destra si preparava a sferrare il colpo decisivo\u00bb.<br><br>Dal \u201873, Lucho era entrato nella struttura militare del Partito socialista, diventando anche membro della guardia personale di Allende. Il giorno del colpo di stato stava sorvegliando un acquedotto che si temeva potesse essere dinamitato.<br><br>\u00abA poca distanza da me c\u2019erano interminabili file di camion fermi per lo sciopero degli autotrasportatori contro Allende. Gli autisti ricevevano fondi direttamente dagli Stati Uniti, e avevano paralizzato il paese. I soldati, spudoratamente in divisa, si erano incaricati di custodire i Tir abbandonati, assieme ai paramilitari di Patria y Libertad, i fascisti creoli. Dall\u201911 al 14 settembre mi unii ad altri compagni, i pochi che avevano qualche arma, e tentammo di difendere alcune fabbriche. Ne ho visti morire a centinaia, in quei quattro giorni, tutti chiedendosi dove accidente fossero le armi promesse dai dirigenti\u2026 Il 15 mi presentai a un appuntamento clandestino con il responsabile della struttura militare del partito, Arnoldo Cam\u00fa, un uomo coraggioso ma ingenuo. Mi ordin\u00f2 di spostarmi a sud, dove un generale lealista, Carlos Prats, pareva stesse avanzando alla testa di una divisione antigolpista. Mi misi subito in viaggio, con mezzi di fortuna, cercando un \u2018esercito rivoluzionario\u2019 che non esisteva. Il generale Prats non aveva mai mosso un dito, era tutta un\u2019invenzione del Pcc, propagata da quegli irresponsabili delle trasmissioni per l\u2019America Latina di Radio Mosca\u2026 Per colpa loro, centinaia di militanti sono morti spostandosi verso sud, verso il nulla, incontro ai soldati di Pinochet. Arnoldo fu ucciso a Santiago due giorni dopo il nostro appuntamento. Io mi ritrovai nelle vicinanze di Temuco, solo e praticamente disarmato, e il 5 ottobre, l\u2019indomani del mio compleanno, fui catturato. Mi portarono alla caserma del Reggimento Tucapel, e per sette mesi la mia cella \u00e8 stata un cubicolo largo cinquanta centimetri e lungo un metro e mezzo, cos\u00ec basso che dovevo restare sempre sdraiato, fra la mia orina e quella dei soldati che venivano a pisciarmi addosso attraverso una piccola grata\u00bb.<br><br>\u00c8 difficile immaginare come una mente umana possa resistere e non svanire nella follia, in simili condizioni. Luis Sep\u00falveda era certo di dovere il presente, e il futuro, alle sue letture: \u00abRipassavo a memoria tutti i libri di Conrad, Melville, Stevenson, Verne, Dum\u00e0s\u2026 E giocavo anche a scacchi, tenendo gli occhi chiusi\u00bb. Lo tiravano fuori per gli interrogatori, e non era facile, per lui, ricordare quei primi sette mesi.<br><br>\u00abQuanti ne sono morti, di fianco a me\u2026 Poi c\u2019erano le finte fucilazioni. Me ne hanno fatte due, e anche la seconda volta che mi sono trovato davanti al plotone, ho creduto che i fucili fossero carichi\u2026 Penso di aver assorbito tanta elettricit\u00e0 che ancora adesso potrei ricaricare una batteria appoggiandoci le mani sopra\u2026\u00bb. Lucho sorrise, quel giorno in cui mi raccontava tutto questo, tentando di rimuovere l\u2019orrore con l\u2019umorismo macabro. A un certo punto mi fiss\u00f2 in modo strano, e disse: \u00abSai che \u00e8 curioso? Non avevo mai raccontato tutto questo, prima. Non con i particolari, e tanto meno a uno che lo pubblicher\u00e0 da qualche parte\u2026 Che tu sia il mio dottor Freud, compadre?!\u00bb E rise forte, stavolta, una risata liberatoria.<br><br>All\u2019epoca di queste confidenze, a met\u00e0 degli anni Novanta, gli avevo detto che intendevo raccontare almeno in parte la sua storia in un capitolo del libro Camminando, capitolo che avrei intitolato Il cileno errante [e che fa da traccia a questo testo, Ndr]. Non pretendevo di essere il suo minibiografo, n\u00e9 posso pretenderlo adesso, perch\u00e9 l\u2019esistenza di Luis Sep\u00falveda \u00e8 stata talmente intensa e ricca di eventi, che difficilmente qualcuno un giorno potr\u00e0 mettere assieme cos\u00ec tanto \u2018materiale\u2019 da scriverne una biografia compiuta. Forse, solo Carmen Y\u00e1\u00f1ez, potrebbe farlo, quien sabe\u2026<br><br>Nel \u201876 la sezione tedesca di Amnesty International aveva lanciato una serrata campagna per la liberazione di Sep\u00falveda, suscitando un vasto clamore che alla giunta militare cilena fece saltare i nervi. Non era pi\u00f9 possibile eliminarlo in silenzio, e alla fine decisero di liberarsi da quei \u00abcalunniatori tedeschi\u00bb\u2026<br><br>\u00abIl 17 luglio del 1977 mi portarono all\u2019aeroporto di Santiago. Non mi permisero di abbracciare i miei, che potei salutare da dietro una vetrata. Fu l\u2019ultima volta che vidi mio padre, mor\u00ec due anni dopo. Prima di caricarmi sull\u2019aereo, i militari si accomiatarono dandomi una discreta scarica di calci. Avevo in tasca un visto per la Svezia, dove mi aspettava un posto da professore di drammaturgia presso l\u2019universit\u00e0 di Uppsala. Ma non mi sentivo ancora disposto ad allontanarmi cos\u00ec tanto da tutto\u2026 Allo scalo di Buenos Aires non ripresi nessun aereo, e rimasi in Argentina. Non per molto, perch\u00e9 in quel periodo la gente scompariva a grappoli, e certi amici fecero una colletta per mandarmi in Uruguay. Neanche l\u00ec, per quelli come me, tirava una buona aria, cos\u00ec passai in Brasile, a San Paolo, dove lavorai a un allestimento di Madre Coraggio di Brecht. Alla fine, visto che neppure il governo brasiliano mi dimostrava troppa simpatia, decisi di tornare al mio grande amore, il Pacifico. Attraversai il Paraguay, il nord dell\u2019Argentina, la Bolivia, il Per\u00f9, e finalmente in Ecuador, a Quito\u00bb.<br><br>E qui Lucho conobbe un mondo che tanta influenza avrebbe avuto nei suoi destini di scrittore, oltre che di militante totale ed estremo in favore di una natura saccheggiata. Per sette mesi visse nella selva amazzonica con gli indios shuar, di cui aveva imparato la lingua e il rispetto per i delicati equilibri della Madre Terra. \u00abSette mesi in cui ho scoperto l\u2019essenza della vera libert\u00e0, il comunismo utopico dal vivo e in diretta\u00bb.<br><br>Da quell\u2019esperienza, anni pi\u00f9 tardi, avrebbe tratto il suo libro di maggior successo mondiale, Il vecchio che leggeva romanzi d\u2019amore. Al pari del protagonista, Antonio Jos\u00e9 Bol\u00edvar, Lucho era accettato dagli shuar, ma non sarebbe mai potuto diventare uno di loro, n\u00e9 restare per sempre nella selva. Era l\u2019inizio del \u201879, e dal Nicaragua arrivava un richiamo irresistibile. Si un\u00ec alla Brigada Sim\u00f3n Bol\u00edvar, formata da combattenti latinoamericani, e fu tra i primi a entrare a Managua liberata dal sanguinario dittatore Somoza nel mese di luglio.<br><br>Nel paese centramericano vi rimase il tempo di partecipare attivamente al triunfo de la Revoluci\u00f3n, e se ne and\u00f2 quando cominci\u00f2 a vedere gli \u00abimboscati\u00bb ricavarsi poltrone e privilegi\u2026<br><br>Una breve sosta in Ecuador, e quindi Lucho giunse in Europa, ad Amburgo.<br><br>\u00abEro stanco, e con una gran voglia di starmene in pace, anche per riprendere a scrivere\u00bb.<br><br>Due anni pi\u00f9 tardi, un mattino, passeggiando nel porto not\u00f2 una barca che si chiamava Sirius; era uno dei vari equipaggi di Greenpeace, che si apprestava a salpare per una scorribanda di \u00abguerriglia ecologista\u00bb. Lucho parl\u00f2 con un neozelandese che era a bordo, e mezz\u2019ora dopo riempiva la scheda di imbarco. Cos\u00ec divenne uno dei pi\u00f9 noti corrispondenti della stampa tedesca sulle imprese di Greenpeace.<br><br>\u00abPer quattro anni ho attraversato praticamente tutti mari. Nell\u2019estremo sud, tra la Patagonia e la Terra del Fuoco, ostacolavamo le baleniere, mentre nei mari nordici sbarravamo il passo alle navi militari, che trasportavano armi nucleari o scorie radioattive. Era un lavoro da formichine. Con i nostri piccoli Zodiac incrociavamo davanti alla prua costringendoli a fermare le macchine: se una nave si arresta in alto mare, i costi diventano insostenibili, e piuttosto che procedere a singhiozzo preferiscono tornare indietro, sperando di farla franca la prossima volta. Prima, per\u00f2, ci riempivano di immondizie, a bidonate, e ci bombardavano con getti d\u2019acqua: quando ci sono venti gradi sotto zero, l\u2019acqua \u00e8 mortalmente efficace. E se cadi in mare, bastano tre minuti per morire assiderati, in meno di duecento secondi il cuore si ferma. Ma abbiamo ottenuto molte vittorie, che restano tra i migliori ricordi della mia vita\u00bb.<br><br>Tra le tante vicende raccolte nel suo vagabondare per il mondo, Sep\u00falveda aveva deciso di rivelarne una che lo riguardava molto da vicino, trovando un raro senso della misura: l\u2019incontro di sua moglie Carmen Y\u00e1\u00f1ez con la cara amica Marcia Scantlebury, avvenuto casualmente a Venezia pochi anni fa. Oggi Carmen \u00e8 poetessa di fama e Marcia giornalista affermata. Venticinque anni prima erano insieme nelle segrete di Villa Grimaldi, centro di tortura e sterminio sotto l\u2019egida di Pinochet. Carmen venne infine gettata in una discarica. Doveva essere un cadavere tra i tanti. Qualcuno not\u00f2 che respirava ancora, e il resto \u00e8 quotidiana resistenza contro gli spettri del passato. Anche Marcia la credeva morta, e lo stesso pensava Carmen di lei. A Venezia, la \u00abbruna e la bionda\u00bb hanno scoperto che non era cos\u00ec, davanti agli occhi stupiti e commossi dello scrittore, che su quelle due \u00abragazze della mia generazione\u00bb seppe scrivere un\u2019elegia commovente.<br><br>E anche la loro storia, quella tra Carmen e Lucho \u2013 che lui chiamava affettuosamente Pelusa, o Pelu \u2013 sembra uscita dalla penna del romanziere: insieme dal 1968 e sposati nel 1971, separati dalle tragedie della dittatura, entrambi allora inconsapevoli che l\u2019altro fosse vivo, avevano un figlio, Carlos, poi\u2026 lui esiliato in Germania e lei in Svezia, avevano ripreso i contatti grazie a quel figlio, e nel frattempo entrambi avevano formato un\u2019altra famiglia, tre figli Lucho e due Carmen, finch\u00e9\u2026 negli anni Novanta, quando i successivi matrimoni languivano, Carmen e Lucho si incontrarono a una singolare \u00abfesta di divorzio\u00bb in Germania, convocata dalla ormai ex moglie tedesca, Margarita, che aveva deciso di invitare anche Carmen, intuendo che Lucho fosse sempre rimasto innamorato di lei. E quella sera, Lucho le propose di trascorrere qualche giorno insieme a Parigi. Sul treno, perdendosi negli occhi di Pelusa, le scrisse una struggente poesia, La pi\u00f9 bella storia d\u2019amore: \u00abUna storia possibile solo nella serena e inquietante calligrafia dei tuoi occhi\u00bb\u2026<br><br>Al termine della breve \u00abfuga d\u2019amore ritrovato\u00bb, Lucho chiese la mano di Carmen\u2026 al figlio Carlos. E andarono a vivere insieme a Gij\u00f3n, dove nel 2004 si erano risposati, con Carlos a fare da testimone delle seconde nozze.<br><br>E la casa nelle Asturie, battezzata Cruz del Sur, con il vasto giardino alberato e il mar Cant\u00e1brico che ruggiva poco distante infrangendosi sulle alte scogliere, per Natale e ancor pi\u00f9 in estate, ospitava la riunione dei tanti figli con rispettivi coniugi e, via via, dei nipoti che nascevano, i veri responsabili delle memorabili favole narrate da Luis Sep\u00falveda, tutte, o quasi, nate dal piacere del abuelo, nonno Lucho, che inventava storie per i nuovi arrivati. Per il suo settantesimo compleanno, nell\u2019ottobre scorso, c\u2019erano tutti, alla Cruz del Sur: Carlos, Sebasti\u00e1n, Amadeus, Max, Le\u00f3n, e Paulina, l\u2019unica donna tra cinque fratelli maschi.<br><br>Tradotto in quasi tutte le lingue, Luis Sep\u00falveda, in ciascuno dei suoi tanti libri, sembra riaffermare quello che \u00e8 il motto di una vita intera: narrare \u00e8 resistere. Resistenza della memoria contro l\u2019oblio.<br><br>E l\u2019oblio, in Sep\u00falveda, \u00e8 il nemico subdolo che ricopre di cenere le vite di personaggi meritevoli di immortalit\u00e0: ogni sua pagina riscatta frammenti di memoria trasformandoli in voci, suoni, presenze palpabili, sensazioni conosciute, e poco importa chiedersi quanto vi sia di autobiografico, perch\u00e9 comunque \u00abla scrittura arriva dopo la vita, e la vita verr\u00e0 sempre prima della scrittura\u00bb.<br><br>La vita, del resto, \u00e8 un susseguirsi di sconfitte e resurrezioni. E al riguardo, ha scritto:<br><br>\u00abQuando vivi intensamente, capisci presto che la cosa pi\u00f9 facile, pi\u00f9 normale, \u00e8 il fallimento. Per\u00f2 solo dai fallimenti ricavi una lezione. La nostra generazione \u00e8 segnata dai fallimenti. Eppure si potrebbe dire che procede di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria&nbsp; finale\u00bb.<br><br>Quella volta, una delle innumerevoli occasioni di sorseggiare qualche copa insieme, era ormai calata la sera, l\u2019ora di accendere la carbonella per l\u2019asado, e gli feci l\u2019ultima domanda: ma qual \u00e8 la vittoria finale, Lucho?<br><br>\u00abAvere tanti buoni amici, e ogni volta che li rivedo, che ci riuniamo attorno a un asado, bevendo buon vino, non per coltivare nostalgie ma per goderci il presente insieme, mi confermano che le sconfitte non ci hanno impedito di assaporare questa vittoria: siamo ancora qui, e non ci siamo arresi. Mai\u00bb.<br><br>Lucho non si \u00e8 mai arreso. Neanche nei quarantotto giorni di degenza in ospedale, dando segni di ripresa, sporadici, ma che riaccendevano in noi la speranza\u2026 Fino al mattino del 16 aprile.<br><br>Lui non \u00e8 pi\u00f9 qui. Lucho vive nei suoi libri, le sue parole non si spegneranno mai.<br><br>E a tutti noi che abbiamo avuto l\u2019inestimabile fortuna di frequentarlo, godendo della sua innata generosit\u00e0, rimane una sola consolazione: stringerci intorno a Carmen, e ricordare i momenti di allegria pensando che \u00e8 meglio averli vissuti e ora piangere, che avere gli occhi asciutti non avendoli vissuti.<br><br>*Pino Cacucci \u00e8 scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha partecipato al \u201977 bolognese e vissuto a Parigi, Barcellona e in Messico. Dopo Outland rock (1988), \u00e8 stato autore diversi romanzi, racconti sui ribelli e su vinti, libri di viaggio e biografie. Ha scritto, tra le tante cose, Puerto Escondido (1990, da cui l\u2019omonimo fim di Gabriele Salvatores), Demasiado coraz\u00f3n (1999), Nahui (2005) e Le balene lo sanno \u2013 Viaggio nella California messicana (2009). Nel 2012 \u00e8 uscito Nessuno pu\u00f2 portarti un fiore (2012), e Mahahual (2014).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Pino Cacucci da www.jacobinitalia.it del 23\/4\/2020 &#8211; Pino Cacucci ripercorre la vita di Luis Sep\u00falveda, segnata da sconfitte fino a quella che definiva \u00abla vittoria finale\u00bb. \u00abNon ci hanno impedito di assaporare questa vittoria \u2013 diceva \u2013 siamo ancora qui, e non ci siamo arresi. Mai\u00bb. Qualche mese fa, cercando chiss\u00e0 cosa nei meandri del computer, \u00e8 saltata fuori questa foto. Gliel\u2019ho fatta vedere, e Lucho mi ha risposto: \u00abQuanto eravamo giovani, compadre!\u00bb. 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