{"id":2351,"date":"2020-05-15T14:05:50","date_gmt":"2020-05-15T12:05:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=2351"},"modified":"2020-05-15T14:05:51","modified_gmt":"2020-05-15T12:05:51","slug":"salario","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/15\/salario\/","title":{"rendered":"Salario"},"content":{"rendered":"\n<p>di Agostino Megale e Nicola Cicala da Italiani Europei del 27\/1\/2020 &#8211; Oggi \u00e8 ancora pi\u00f9 urgente di ieri rivolgere l\u2019attenzione alla questione salariale, poich\u00e9 da qui riparte la riconquista di una centralit\u00e0 del lavoro, sia esso dipendente o meno. Ridurre le diseguaglianze sociali, superare la condizione di un lavoro povero e con meno diritti \u00e8 il pre\u00adsupposto essenziale per riconquistare il consenso perduto a sinistra nell\u2019ultimo ventennio. Il salario medio netto mensile di un lavoratore italiano nel 2018 \u00e8 pari a 1480 euro. Tuttavia, una percentuale compresa tra il 20 e il 25% degli occupati in Italia guadagna meno di mille euro al mese. Parliamo di circa 5,5 milioni di occupati, a cui vanno ad aggiungersi altri 5,5 milioni di pensionati che vivono con una pensione mensile inferiore a questa cifra. Ci\u00f2 significa che oltre il 20% degli italiani con pi\u00f9 di 14 anni di et\u00e0 non arriva a guadagnare mille euro mensili netti. Proiettato su di una prospettiva decennale, il dato sui salari \u00e8 ancora pi\u00f9 inquietante. Incrociando i dati Istat, Eurostat e OCSE emerge che, a fine 2017, il salario lordo medio a prezzi costanti nel nostro paese era pari a 29.000 euro circa, contro i 30.000 euro del 2007. Circa mille in meno all\u2019anno, con una perdita complessiva nel decennio pari a poco meno di 6000 euro. Il raffronto con Francia e Germania nel decennio della crisi globale \u00e8 impietoso. Tra 2007 e 2017 i salari netti tedeschi e francesi sono cresciuti pi\u00f9 dell\u2019inflazione e in linea con la produttivit\u00e0; a fine 2017 un lavoratore tedesco per\u00adcepisce in media pi\u00f9 di 9000 euro lorde annue rispetto a un italiano, mentre un francese quasi 8000 euro in pi\u00f9. Addirittura, guardando al dato sull\u2019ultimo quarto di secolo fornito dall\u2019OCSE, si evince come la retribuzione lorda di fatto del 2016 in Italia sia sostanzialmente uguale a quella del 1991, mentre in Francia e Germania l\u2019aumento complessivo nello stesso periodo supera rispettivamente il 35% e il 25%.<br><br>Il tema dei salari \u00e8 strettamente collegato a quello dell\u2019aumento del\u00adle diseguaglianze. Nel 1970 un top manager guadagnava al massimo venti volte pi\u00f9 di un operaio. Oggi arriviamo a picchi che in Italia superano il rapporto di uno a cento, mentre negli Stati Uniti siamo gi\u00e0 ben oltre la soglia di uno a duecento. Come ci ricorda l\u2019ultimo rappor\u00adto Oxfam, nel mondo esistono attualmente 26 individui che possiedo\u00adno una ricchezza pari a quella detenuta da circa 3 miliardi di persone. Non \u00e8 banale sottolineare che, in Italia come nel resto dell\u2019Occidente, la necessit\u00e0 di una tassazione sui grandi patrimoni sia argomento tab\u00f9. Tuttavia, anche nel fronte dei \u201cpaperoni\u201d si sono aperte delle crepe, come dimostra, ad esempio, l\u2019appello lanciato da 17 miliardari statu\u00adnitensi, tra cui Bill Gates e Warren Buffett, a favore dell\u2019introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze e il cui gettito andrebbe ad alimen\u00adtare politiche di riduzione delle diseguaglianze reddituali.<br><br>Il tema delle diseguaglianze crescenti \u00e8 oramai ampliamente dibat\u00adtuto anche in ambito accademico. Nonostante la strenua resistenza dell\u2019ala pi\u00f9 oltranzista degli economisti neoliberisti, l\u2019obiettivo della riduzione delle diseguaglianze \u00e8 ritenuto oramai un crocevia fonda\u00admentale non solo per garantire maggiore giusti\u00adzia sociale, ma anche per rilanciare l\u2019efficienza stessa del sistema. Come ci ricorda il premio Nobel Joseph Stiglitz, \u00able societ\u00e0 basate su una diffusa diseguaglianza non funzionano in modo efficiente e le loro economie non sono n\u00e9 stabili n\u00e9 sostenibili\u00bb. Il tema \u00e8 strettamente collegato alla crescita della rendita finanziaria rispetto alla stagnazione dei salari. Thomas Piketty, nel suo dettagliatissimo volume dedicato al tema delle diseguaglianze, segnala che \u00abla diseguaglianza dei redditi, in ogni societ\u00e0, \u00e8 il risultato di due componenti, quella dei redditi da lavoro e quella dei redditi da capitale. Pi\u00f9 \u00e8 diseguale la misura in cui si ripartisce ciascuna componente, pi\u00f9 \u00e8 alta la diseguaglianza finale\u00bb. Lo stesso reddito di cittadinanza, strumento utile nel contrasto alla povert\u00e0, non pu\u00f2 cancellare le diseguaglienze n\u00e9 abolire la povert\u00e0 tantomeno creare lavoro. Equit\u00e0, efficienza e forse sopravvivenza stessa del sistema sono quin\u00addi le ragioni di fondo per le quali la questione salariale italiana va analizzata con grande attenzione, nella consapevolezza che ci si mi\u00adsura con la vita quotidiana delle persone, delle famiglie e delle future generazioni. Salari e diritti, da questo punto di vista, rappresentano una sorta di necessaria riconquista della dignit\u00e0 delle donne e degli uomini del nostro paese. I dati sin qui citati segnalano quindi la ragione per la quale \u00e8 oggi ancora pi\u00f9 urgente rivolgere l\u2019attenzione alla questione salariale. Solo da qui pu\u00f2 ripartire l\u2019iniziativa politi\u00adca e sindacale per ridurre le diseguaglianze, riconquistare le giovani generazioni e superare la crisi del ceto medio. Se analizziamo con attenzione le dinamiche della distribuzione della ricchezza nel no\u00adstro paese, emerge con chiarezza che la quota distributiva destinata al lavoro \u00e8 scesa nel primo decennio del nuovo millennio e che tale discesa \u00e8 proseguita, e in parte \u00e8 addirittura accelerata, nel decennio della crisi, determinando una stortura che riguarda anche il rapporto tra vecchie e nuove generazioni di lavoratori in attivit\u00e0.<br><br>Tutti i dati confermano che, a partire dall\u2019accordo tra le parti sociali e il governo Ciampi del 1993 finalizzato a consentire l\u2019accesso dell\u2019I\u00adtalia alla moneta unica, il sindacato ha svolto efficacemente il suo compito nel tutelare i salari dall\u2019inflazione. Tuttavia, il peso del fisco da un lato e la bassa produttivit\u00e0 dall\u2019altro hanno nei fatti colpito e penalizzato il lavoro in una misura che non ha termini di paragone con gli altri paesi europei. Certamente hanno pesato, e non poco, gli effetti di una crisi globale che ha colpito in maniera particolarmente violenta il nostro paese. Sono state per\u00f2 le scelte politiche ad aver avuto un peso preponderante nel determinare tale situazione. Sin da\u00adgli inizi degli anni Duemila si assiste a una caduta degli investimenti pubblici e privati, con conseguente situazione di stallo nella crescita della produttivit\u00e0 che porta oggi il paese a: a) registrare un differen\u00adziale di produttivit\u00e0 di circa 28 punti con la Germania e 25 con la Francia; b) essere uno dei contesti nazionali in cui maggiormente \u00e8 cresciuta la diseguaglianza, con il 10% delle famiglie italiane che gi\u00e0 alla fine del decennio scorso deteneva il 46% dell\u2019intera ricchezza privata nazionale e che, nel corso della crisi, hanno visto ulterior\u00admente alzarsi la propria quota di altri due punti percentuali; c) aver intaccato in parte il principio della progressivit\u00e0 fiscale (si pensi ad esempio agli aumenti dell\u2019IVA negli ultimi vent\u2019anni tra clausole di salvaguardia e mancata restituzione del fiscal drag o all\u2019introduzione della Flat Tax per alcune tipologie di partite IVA. Ci\u00f2 ha significato per i lavoratori dipendenti la perdita secca di migliaia di euro annui: se la pressione fiscale fosse rimasta quella del 1980 il salario netto mensile medio solo per il minor peso del fisco sarebbe pi\u00f9 alto di 235 euro); d) aver abbandonato ogni velleit\u00e0 di governare il cambiamen\u00adto economico tramite una politica industriale di ampio respiro e con lo sguardo rivolto al lungo periodo.<br><br>Per l\u2019insieme di queste ragioni si tratta ora di: a) realizzare il rinno\u00advo di tutti i contratti nazionali gi\u00e0 scaduti sia pubblici che privati che coinvolgono circa dieci milioni di persone. L\u2019importante esito ottenuto con il rinnovo prima di Natale del CCNL del credito rap\u00adpresenta un risultato che, redistribuendo una parte della produttivit\u00e0 con incrementi salariali che vanno oltre l\u2019inflazione, risponde alla necessit\u00e0 di incrementare il salario reale; b) ridurre le tasse sul lavoro aumentando il netto in busta paga. Ci\u00f2 significa che l\u2019obiettivo dei 100 euro mensili di riduzione della tassazione sui salari va concretiz\u00adzato a partire dalle prime misure gi\u00e0 previste in legge di stabilit\u00e0 fino ai 36.000 euro per poi realizzare la riforma dell\u2019IRPEF che coinvolga dagli incapienti al ceto medio; c) dare attuazione a quella parte del programma di governo che rappresenta una grande innovazione: il contrasto ai contratti \u201cpirata\u201d tramite l\u2019erga omnes, il recepimento in legge degli accordi sulla rappresentanza e rappresentativit\u00e0 e la defi\u00adnizione del salario minimo per legge che deve essere ancorato ai mi\u00adnimi contrattuali previsti dai CCNL sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Serve consapevolezza che quando si parla di minimi vanno considerati anche ferie scatti e altri diritti previsti nei CCNL.<br><br>Ad oggi sono aperti quattro tavoli con il governo. Alcuni primi ri\u00adsultati sono gi\u00e0 presenti nella legge di stabilit\u00e0, ma serve un deciso cambio di passo, ridando centralit\u00e0 al lavoro a partire dalla questione dei salari netti, alle pensioni, ai diritti e alla questione ambientale. Per questo sarebbe di grande rilievo la possibilit\u00e0 di un nuovo patto sociale tra governo sindacati, banche e imprese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Agostino Megale e Nicola Cicala da Italiani Europei del 27\/1\/2020 &#8211; Oggi \u00e8 ancora pi\u00f9 urgente di ieri rivolgere l\u2019attenzione alla questione salariale, poich\u00e9 da qui riparte la riconquista di una centralit\u00e0 del lavoro, sia esso dipendente o meno. Ridurre le diseguaglianze sociali, superare la condizione di un lavoro povero e con meno diritti \u00e8 il pre\u00adsupposto essenziale per riconquistare il consenso perduto a sinistra nell\u2019ultimo ventennio. 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