{"id":2325,"date":"2020-05-15T12:53:54","date_gmt":"2020-05-15T10:53:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/?p=2325"},"modified":"2020-05-15T12:55:39","modified_gmt":"2020-05-15T10:55:39","slug":"muro","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.associazione-apertamente.org\/m\/2020\/05\/15\/muro\/","title":{"rendered":"Muro"},"content":{"rendered":"\n<p>di Francesca Mannocchi da ItalianiEuropei del 3\/12\/2019 &#8211; Trent\u2019anni dopo la caduta del muro di Berlino, i confini in Europa hanno modificato la portata simbolica, la forma, hanno mutato la natura del proprio escludere e la paura che li genera. E, contraria\u00admente a quanto saremmo portati a pensare, si sono moltiplicati. In un libro di George Perec, \u201cSpecie di spazi\u201d, una citazione di Jean Tardieu parla dell\u2019al di l\u00e0 dei muri, chiedendosi: \u00abDato un muro, cosa succede dietro?\u00bb. In questa frase di Tardieu c\u2019\u00e8 insito tutto il cambiamento della grammatica del confine degli ultimi trent\u2019anni. Se prima al di l\u00e0 del muro si confinava l\u2019avversario politico, il ne\u00admico, l\u2019opposta idea socioeconomica del mondo, oggi al di l\u00e0 della recinzione ci sono persone che raccontano un destino di instabili\u00adt\u00e0 e conflitti e che \u2013 attraverso il peso di quei conflitti \u2013 chiedono al Vecchio continente un\u2019accoglienza che per\u00f2 si \u00e8 tradotta in una grammatica del rifiuto.<br><br>Oggi i muri d\u2019Europa misurano quasi mille chilometri, cio\u00e8 sei volte la lunghezza del muro di Berlino. Alla fine del 2018 il think tank olandese Transnational Institute (TNI) ha pubblicato un report dal titolo \u201cBuilding walls. Fear and securitization in the European Union\u201d1 in cui la ricercatrice Ruiz Benedicto analizza barriere e muri lungo i confini di tredici Stati europei dell\u2019area Schengen. Secondo la ricerca, dopo la fine della guerra fredda i paesi dell\u2019Unione europea avrebbero speso quasi un miliardo di euro per muri e recinzioni.<br><br>Il muro di Ceuta e Melilla che divide la Spagna dal Marocco, i con\u00adfini tra la Grecia, la Bulgaria e la Turchia. O i muri che \u2013 dopo la poderosa ondata migratoria del 2015 \u2013 sono riapparsi nei Balcani, tra Ungheria, Serbia e Croazia. E poi Calais, e la rotta migratoria che attraversa la Manica per giungere dalle coste settentrionali della Francia alla Gran Bretagna, e i confini orientali, con la Lituania, la Lettonia e l\u2019Estonia, che hanno eretto muri con la Russia. \u00c8 utile ripercorrere le tappe della recente storia europea che hanno portato una inversione di rotta cos\u00ec significativa dal 1985, anno in cui Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi firmarono l\u2019accordo di Schengen per \u00abeliminare progressivamente i controlli alle frontiere interne e introdurre la libert\u00e0 di circolazione per tutti i cittadini dei paesi firmatari\u00bb.<br><br>Era gi\u00e0 stato abbattuto il muro, nel 1990, quando la Convenzione di Schengen ha incluso gli altri Stati diventando la mappa di una idea di comunit\u00e0, di cittadinanza condivisa, di diritti da ampliare e non da reprimere. All\u2019inizio del millennio, l\u2019attacco alle Torri gemelle e l\u2019esigenza di sicurezza e pro\u00adtezione da una minaccia terroristica imprevedi\u00adbile e feroce hanno aperto il cammino verso la gestione dei confini nazionali come \u201cquestione di sicurezza\u201d che ha portato in pochi anni alla nascita di una agenzia preposta al controllo dei confini di terra e di mare: Frontex.<br><br>Ma \u00e8 nel 2011, in conseguenza della stagione di rivoluzioni in Nord Africa e Medio Oriente, che il tema dei grandi flussi migratori irrompe prepotentemente nella politica europea. Cresce l\u2019esigenza degli Stati-nazione di proteggere i confini e crescono pro\u00adporzionalmente i fondi a disposizione dell\u2019Agenzia Frontex. \u00c8 il len\u00adto, inesorabile cammino che porter\u00e0 alla militarizzazione dei confini come sola risposta al fenomeno migratorio, in evoluzione in termini numerici, geografici, generazionali.<br><br>Il muro oggi racconta l\u2019Europa che si difende: i 200 chilometri di muro tra Bulgaria e Turchia, concluso nel 2017, fatto di filo spi\u00adnato e torrette, guardie di frontiera, soldati armati. Quello tra UE e Macedonia, eretto come risposta al milione di siriani arrivati tra l\u2019estate e l\u2019autunno del 2015. I 150 chilometri tra l\u2019Ungheria e la Serbia e i 300 con la Croazia. E cos\u00ec il confine tra Austria e Slovenia, che si estende per tre chilometri. E tra Croazia e Slovenia, altri 200 chilometri. Fino alle forme pi\u00f9 recenti di controllo che si esprimono attraverso le operazioni di monitoraggio e pattugliamento. I muri virtuali. Ne \u00e8 esempio pi\u00f9 efficace \u2013 come riportato nel report del Transnational Institute \u2013 il controllo dei quasi 5000 chilometri dei confini del Mediterraneo: \u00abLe vere barriere alla migrazione contem\u00adporanea sono rappresentate dalla vasta gamma di tecnologie come i sistemi radar, i droni, le telecamere di sorveglianza\u00bb si legge nelle pagine di TNI.<br><br>Dato un muro, cosa c\u2019\u00e8 dietro? Per tornare alla domanda di partenza, da una parte, dal lato di chi si protegge, ci sono lo smarrimento di fronte a fenomeni epocali e paure irrazionali che politiche di medio e lungo termine dovrebbero avere la capacit\u00e0 di gestire, dominare e combattere. Invece, ci\u00f2 cui l\u2019Europa sta assistendo ormai da anni \u00e8 una deriva securitaria che ha reso dominante la grammatica della paura e inevitabile l\u2019unica strategia messa in campo, cio\u00e8 quella del rifiuto. Sotto forma di muri fisici e di esternalizzazione della gestione dei confini. Si pensi al patto con la Turchia del 2016 (soldi, 3 miliardi di euro, in cambio della gestione del flusso migratorio verso la Grecia) e il patto italiano prima, europeo poi, con la Libia, che ha portato non solo a conferi\u00adre a uno Stato di fatto senza governo alle prese con la quarta guerra civile in otto anni il ruolo di guardiano della sponda sud del Mediterraneo centrale, ma a riconoscere come interlocutori (e finanziare copiosa\u00admente) istituzioni fragili, impossibili da monitorare, spesso sotto il controllo di mafie locali.<br><br>In Libia, l\u2019esternalizzazione dei confini, il muro virtuale del confine meridionale d\u2019Europa, si esprime anche sotto forma di finanziamenti ai centri di detenzione per i migranti giunti in Nord Africa. Luoghi di abusi ordinari, torture, estorsioni. Cui giungono fondi annuali nonostante le denunce delle agenzie delle Nazioni Unite.<br><br>I confini reali e virtuali d\u2019Europa raccontano un continente spaven\u00adtato, che sembra non aver fatto i conti con la storia passata, ma rac\u00adcontano anche una politica che appare non all\u2019altezza delle sfide della contemporaneit\u00e0. Che, peggio, non possiede le lenti per guardare al futuro e che vedr\u00e0 moltiplicarsi, non ridursi, il flusso di arrivi. Giovani e meno giovani che parleranno la lingua della fuga da una guerra, dai cambiamenti climatici, dalle ingiustizie sociali. O ricorderanno sem\u00adplicemente, bussando alla porta del Vecchio continente che sembrer\u00e0 sempre pi\u00f9 vecchio, l\u2019articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: ogni individuo ha diritto alla libert\u00e0 di movi\u00admento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.<br><br>Oggi, a trent\u2019anni da un muro abbattuto, la parabola \u00e8 compiuta. I muri non hanno risolto il problema dei flussi migratori, hanno con\u00adferito un\u2019illusione di sicurezza, allontanato lo sguardo dalle morti che aumentano quando aumentano gli ostacoli e rischi lungo il percorso della fuga. Sui confini fisici e virtuali si continuano a contare le vit\u00adtime: pi\u00f9 di 30.000 persone hanno perso la vita dal 1990 cercando di raggiungere un\u2019Europa che era nata per abbattere barriere e che oggi, invece, si scopre incapace di declinare una grammatica dell\u2019ac\u00adcoglienza, e coscientemente cieca di fronte alle morti \u2013 per terra e per mare \u2013 che preferisce non vedere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Francesca Mannocchi da ItalianiEuropei del 3\/12\/2019 &#8211; Trent\u2019anni dopo la caduta del muro di Berlino, i confini in Europa hanno modificato la portata simbolica, la forma, hanno mutato la natura del proprio escludere e la paura che li genera. E, contraria\u00admente a quanto saremmo portati a pensare, si sono moltiplicati. In un libro di George Perec, \u201cSpecie di spazi\u201d, una citazione di Jean Tardieu parla dell\u2019al di l\u00e0 dei muri, chiedendosi: \u00abDato un muro, cosa succede dietro?\u00bb. 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