Apertamente

di Federico Tenca Montini da BalcaniCaucaso.org del 7/08/2018 - Pochi libri trovano immediato riscontro nella cronaca come l’ultimo lavoro di Dejan Jović, dedicato al ruolo della guerra combattuta negli anni Novanta nelle narrative ufficiali della Repubblica di Croazia.
Laddove una parte importante dell’opera consiste nella descrizione delle pressioni esercitate dal mondo della politica e dagli apparati di Stato perché il conflitto venga definito come esclusivamente difensivo, solo pochi giorni dopo l’uscita del volume si è consumato il suicidio del generale croato Slobodan Praljak, un gesto teatrale compiuto nello sforzo estremo di evitare una sentenza in grado di acclarare il coinvolgimento dell’esercito regolare croato nel conflitto in Bosnia.

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News - Cultura

di Silvia Merler da LaVoce.info del 31/8/2018 - Non è la prima volta che l’Italia vive una fuga dei capitali stranieri. Ma a far suonare il campanello d’allarme è il volume dei flussi in uscita registrato tra maggio e giugno: 76 miliardi. Nella legge di bilancio non c’è perciò spazio per errori. Gli stranieri se ne vanno. I dati più recenti sulla bilancia dei pagamenti, pubblicati dalla Banca d’Italia, mostrano flussi in uscita importanti negli investimenti di portafoglio, che sono diminuiti di 33 miliardi di euro in maggio e 42 miliardi in giugno (tabella 1). Il flusso in uscita più significativo si è registrato sui titoli del debito pubblico, dove gli investimenti esteri sono scesi di 25 miliardi a maggio e 33 miliardi a giugno, segno che gli investitori stranieri sono preoccupati che la legge di bilancio, che sarà presentata nel prossimo autunno, marchi un’inversione di tendenza per le finanze pubbliche.

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News - Economia

di Carlo Bressan del 23/8/2018 - Confesso, mi sono scoperto sovranista! Di Aiello naturalmente, non certo di Joannis e tanto meno con i “ ‘taglians ” di Palma o di Ontagnano. Dicono “cjase” e non “cjasa”, non intonacavano le facciate per non pagare le tasse che i Savoia avevano genialmente inventato, arrivavano fino alla quinta elementare mentre noi avevamo la classe sesta. Ovviamente fino al 1918, ma son cose che non si possono dimenticare perché fan parte della Nostra Identità culturale di aiellesi. Questi sovranisti dell’ultima ora, dopo aver cercato d’inglobarci nell’improbabile Padania, vorrebbero unirci in un unico Stato Sovrano. Non sia mai! Nella nostra regione abbiamo già almeno 15 repubbliche che hanno poco in comune, figurarsi se dovessimo mescolarci con i piavoti, con i lumbard o con i terroni. La nostra identità andrebbe irrimediabilmente perduta.

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News - Italia

di Donatella Sasso da East Journal del 1/8/2018 - Questo è il terzo di una serie di articoli dedicati al cinquantesimo anniversario della Primavera di Praga. Le truppe sovietiche, giunte in Cecoslovacchia in giugno con tanta premura e in largo anticipo sulla data prevista per le esercitazioni da tempo concordate, tardavano in maniera irritante a lasciare le loro postazioni. Nessuna minaccia aperta, solo un sottile senso di insicurezza che Mosca intendeva diffondere a Praga. A metà luglio una telefonata anonima alla polizia denunciò la presenza di un nascondiglio sotto il cavalcavia di un’autostrada, dove furono trovati venti mitra americani e le relative munizioni. La stampa sovietica e quella della Germania orientale non tardarono a lanciare una campagna allarmistica sulle manovre statunitensi «per armare la controrivoluzione cecoslovacca».

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News - Cultura

di Marzia Bona da BalcaniCaucaso.org del 02/08/2018 - Il controverso sgombero del Camping River a Roma ha riacceso l’attenzione sulla presenza dei rom in Italia, che resta contenuta rispetto a molti paesi europei ma è oggetto di intense discriminazioni. Le recenti esternazioni del ministro degli Interni italiano Matteo Salvini e il successivo, controverso sgombero del campo Camping River a Roma hanno riacceso l’attenzione sulla situazione dei rom in Italia. Ancora una volta, la questione è stata usata per mobilitare il sentimento anti-europeo: lo stesso ministro degli Interni ha schernito la Corte europea tacciandola di buonismo e accusandola di “bloccare il ripristino della legalità».

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News - Cultura

di Domenico Del Prete da ArticoloUNO MDP del 26/8/2018 - “L’inganno di Berlinguer”, ovvero l’inganno di un leader capace di consegnarsi alla Storia come l’icona di un progetto di rottura degli equilibri consolidatisi all’ombra del Muro di Berlino, obliterando la propria dimensione di alfiere di un apparato irrigidito dalla cortina del centralismo democratico, di protagonista indiscusso di una svolta destinata a rimanere incompiuta.

Ricostruzione ardita, quella proposta nel libro di Domenico Del Prete. Ricostruzione ardita, e tutta incentrata sulla particolare lettura di alcuni fatti specifici: la frattura mai integralmente consumata con la grande madre Russia – nemmeno dopo la repressione ungherese del 1956 e la Primavera di Praga del 1968 -; l’espulsione dei reprobi del “Manifesto”; la stagione del grande consociativismo in cui si risolverebbe il “compromesso storico”; il rapporto mai consolidato con il Partito socialista. Sullo sfondo, l’accusa, nemmeno tanto velata, di non avere assecondato l’evoluzione del PCI in una forza autenticamente socialdemocratica (evoluzione tardivamente abbozzata da Occhetto attraverso la svolta della Bolognina), in grado di incarnare le istanze di una moderna sinistra di governo.

Una ricostruzione ardita, e forse poco attenta al quadro storico complessivo nel quale si colloca il travaglio vissuto dai comunisti italiani nel secondo dopoguerra, alla ricerca di quel socialismo dal volto umano da praticarsi sotto l’ombrello della Nato, destinata a risolversi nel frettoloso tentativo di rottamazione del patrimonio di battaglie democratiche e conquiste civili che hanno scandito la storia italiana della seconda parte del ‘900, e rivelatosi invece il presupposto imprescindibile per affrontare le sfide della modernità.

Una ricerca protrattasi per quasi mezzo secolo, tra entusiasmo e sofferenze, vittorie e sconfitte, intuizioni ed errori inevitabili. Se un errore fu la mancata presa di posizione a favore dell’insurrezione ungherese – non giustificabile in ragione dell’esigenza di tenere unita una base forgiata nel mito della Rivoluzione d’Ottobre -, la Primavera di Praga impose invece ai comunisti italiani – e per primo a Berlinguer – la ricerca di una prospettiva diversa dalla fedeltà a Mosca: non più a est ma a ovest; da declinare non più sotto l’egida del Patto di Varsavia ma sotto il più rassicurante contesto dell’Alleanza atlantica.

Il golpe cileno confermò l’attualità della strategia togliattiana diretta a favorire l’interlocuzione tra masse socialiste e masse cattoliche; la necessità di superare la conventio ad excludendum che paralizzava la dialettica democratica di un Paese diviso in blocchi contrapposti costituì il punto di partenza del “Compromesso storico”, primo step di un disegno di ampio respiro che – attraverso le riflessioni sull’eurosocialismo e le critiche mosse all’intero Politbjuro nei discorsi tenuti dal Segretario a Mosca nel ’76 e nel ‘77 – mirava al superamento della logica degli opposti imperialismi.

Un partito di ispirazione autenticamente socialista affrancato dal giogo del Cremlino; un partito che – senza rinnegare la sua identità in confronto del modello socialdemocratico – si proponeva come forza di governo in un paese collocato nel cuore del Mediterraneo: Berlinguer perseguiva una rivoluzione autentica, e non alimentava l’inganno di una svolta mai intrapresa. Una rivoluzione autentica, stroncata in Via Fani il 9 maggio 1978. La morte di Aldo Moro segnò idealmente l’inizio della stagione che avrebbe condotto all’eutanasia della Prima Repubblica: la stagione del Pentapartito, la stagione della “Milano da bere”, la stagione del craxismo che già iniziava ad alimentare i germi dell’epopea berlusconiana.

Del processo di degenerazione della politica che questa stagione avrebbe innescato – e destinato a deflagrare sotto i colpi di Tangentopoli -, della degradazione dei partiti a “macchine di potere e clientela, nelle mani di boss e sotto-boss”, della pericolosa commistione tra “finanziamenti irregolari o illegali” e brutali forme di arricchimento personale forse solo Berlinguer aveva intuito la portata, individuando nell’alternativa democratica, nella centralità della questione morale, nella rivendicazione della “diversità” comunista l’unica via d’uscita per la sinistra italiana dalla deriva in atto.

La conclusione di questo ragionamento perviene a un risultato per certi versi speculare rispetto a quello che il libro di Del Prete tenta di perseguire: lungi dal perpetrare un inganno alla Storia, Berlinguer si propone al giudizio di essa come un leader capace di interpretare le tensioni, le insidie e le prospettive del suo tempo, indicando ai comunisti italiani una dimensione autonoma nel panorama internazionale, tratteggiando una strategia che poteva condurre i discendenti di Gramsci al governo del Paese, offrendo alla sinistra una via di fuga dalla crisi incombente. Ma un inganno, alla fine, forse c’è stato: perpetrato da chi, anche richiamando impropriamente la stagione del Compromesso storico, ha obliterato quel profilo autonomo che il Segretario intendeva imprimere al partito, liquidando, in nome della modernità, quel patrimonio di idee e valori di cui la sinistra teorizzata da Berlinguer doveva invece costituire espressione. La chiosa è affidata alle parole di Aldo Tortorella, in quella che forse è la più lucida tra le testimonianze raccolte nel volume di Del Prete: “Si è visto che fine ha fatto chi è diventato liberista”.

News - Italia

di Milton Fernández da Left del 17/8/2018 - Mentalmente il fascismo non è altro che l’esasperazione di un pregiudizio, di cui sono vittime gran parte degli esseri umani: la convinzione che la loro patria, la loro lingua, le loro tradizioni, siano superiori a quelle altrui. Questo diritto, per alcuni, si trasmette via sangue. Il proprio. Valore aggiunto che accomuna individui d’altro canto difficilmente accomunabili. Ecco il gene del popolo eletto inciso a caratteri cubitali sulla copertina del genoma. Il marchio di appartenenza. Quello che divide la crusca dal grano, la contraffazione dall’originale, il vero dal falso; qualcosa che rafforza il senso di identità, che spalanca i cancelli del sacro suolo.

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News - Mondo

di Martín Caparrós da Internazionale del 16/8/2018 - Il mezzogiorno non aveva pietà. Il termometro superava i quaranta, il sole si crogiolava e l’aria era una successione di piccoli fuochi. Il muezzin chiamava alla preghiera – grida rivolte a un dio e che occupavano tutti gli spazi – e io ascoltavo. Nella moschea di Al Muayad, vecchia di cinque o sei secoli, immensa, quasi vuota, in un quartiere antichissimo del Cairo, i fedeli accorrevano di fretta, sudati, si lavavano piedi e testa, si prostravano davanti a un dio, e io osservavo. Mi sono quindi chiesto se il mio comportamento – la mia distanza, la mia sporcizia e la mia malizia – meritava la collera di un dio e così facendo mi è balenata una piccola rivelazione: l’ateismo è una soluzione di comodo, pura pigrizia. Ogni ateo dice “non credo in dio”, come se questo bastasse.

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News - Cultura

di Marco Brando da Striscia Rossa dell'8/8/2018 - Il dibattito sullo sdoganamento del razzismo, avvenuto “grazie” alla linea del governo Lega-M5S, pone un problema di comprensione del fenomeno; tanto più dopo alcuni recenti fatti di cronaca (nera e politica).
L’impressione è questa. Certa politica nazionalpopulista si sta assumendo la responsabilità di soffiare sul fuoco della xenofobia per conquistare consensi; bisogna ammettere che lo fa con successo. Però occorre chiedersi perché quel fuoco covasse già sotto la cenere, considerando che la propaganda del leader leghista Matteo Salvini sembra fare molta presa grazie a un terreno di coltura fertile. In altre parole: quanto è radicato il pregiudizio contro lo “straniero povero e diverso” nell’immaginario degli italiani?

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News - Cultura

di Paolo Soldini da Striscia Rossa del 3/8/2018 - Se vi capita di andare sull’isola dell’Asinara, all’estremità nord-occidentale della Sardegna, fatevi portare nella località di Campo Perdu. A differenza della colonia penale, del carcere di massima sicurezza che ospitò i terroristi delle Brigate Rosse, i capi di Cosa Nostra e anche, reclusi anch’essi con le loro famiglie, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando dovevano lavorare alle carte del maxiprocesso alla Cupola, le memorie di Campo Perdu sono un po’ neglette. Non attirano tanti turisti e le guide (cui bisogna affidarsi per visitare via terra l’isola che è parco naturale) dedicano in genere poche parole alle statue che resistono ancora all’erosione del vento e della pioggia, alla spoglia chiesetta e all’ossario in stato di quasi abbandono. Eppure si tratta di testimonianze importanti d’una storia che dovrebbe entrare di diritto nella memoria collettiva degli italiani. Quella dei “dannati dell’Asinara”.

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