Apertamente

di ILVO DIAMANTI - L'aristocrazia democratica tra limiti e virtùMario Monti (ansa). QUESTA manovra non piace agli italiani, ma la fiducia nel governo  -  e soprattutto nel premier - resta ancora alta. È ciò che emerge dai sondaggi condotti dai principali istituti demoscopici in questa fase. La manovra appare poco equa, per non dire iniqua, alla maggioranza della popolazione. Nell'insieme ma anche nel dettaglio: considerando i singoli provvedimenti. Soprattutto quelli che riguardano le pensioni, l'aumento dell'Iva e l'Irpef. Nel complesso: troppe tasse e pochi interventi che favoriscano la crescita. Le liberalizzazioni, la patrimoniale; anche gli interventi sui costi della politica e dei politici: rinviati a un secondo momento. Con il dubbio che il rinvio divenga permanente. Come altre volte  -  troppe volte  -  è già successo, in passato.

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di Salvatore Settis - Ambiente, paesaggio e beni culturali in tempo di crisi: a governo tecnico, qualche appunto tecnico. Primo: ancora più fragile dell'economia italiana è il suolo della Penisola. Sono state censite almeno mezzo milione di frane, che interessano poco meno del 10% del nostro territorio. Non si tratta solo di morfologia naturale: il degrado è velocizzato dall'abbandono delle coltivazioni e da incendi boschivi spesso dolosi. Ma anche dalla cementificazione (infrastrutture e insediamenti abitativi) che sigillando i suoli accresce la probabilità di frane e alluvioni e ne rende più gravi gli effetti, dall'incuria per il regime delle acque, che riduce le risorse idriche e genera disastrose esondazioni.

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di MASSIMO GIANNINI - Non è un Paese da economia liberale. L'Italia non lo è mai stata, e oggi lo è meno che mai. La furiosa vandea delle macro e micro-corporazioni, che si ribellano alle pur timide liberalizzazioni del governo Monti, è la prova di un drammatico limite culturale: la difesa di una rendita frutta molto di più dell'apertura di un mercato. L'operosa copertura delle categorie "in lotta", assicurata in Parlamento da una destra provinciale e illiberale, è la confema di un tragico limite politico: garantire una lobby rende molto di più che scardinare un monopolio. Ma questo, oggi, è lo spettacolo desolante al quale stiamo assistendo, i danni del cittadino-consumatore già tartassato dalla crisi e dalla manovra. Il Paese è ufficialmente in recessione: di qui alla prossima primavera il Pil crollerà di altri due punti percentuali, nel 2013 avremo bruciato oltre 800 mila posti di lavoro. Ovunque, nelle democrazie occidentali, le liberalizzazioni sono state e sono uno dei principali fattori di sblocco dell'economia e di rilancio della crescita. Offrono un duplice vantaggio: aumentano la concorrenza (e dunque riducono prezzi e tariffe di beni e servizi) e sono a costo zero (e dunque non gravano sui bilanci pubblici).

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Chiediamo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di intervenire con un solenne monito rivolto al governo e alla magistratura perché siano applicate rigorosamente due tra le leggi più sistematicamente disattese nel nostro paese: la legge 545 del 20 giugno 1952 (detta “legge Scelba”), e la legge 205 del 25 maggio 1993 (detta “legge Mancino”). La seconda punisce “con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” e “con la reclusione da sei mesi a quattro anni” la “mera partecipazione” a qualsivoglia “organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

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Era il 10 dicembre del 1948 quando, a Parigi, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite raggiunse lo storico traguardo: una carta per definire alcuni standard di libertà degli individui di tutto il mondo al di là delle differenze di genere, razza, religione e status sociale. Ad oggi, un obiettivo ancora non raggiunto.  Eleanor Roosevelt con la "Dichiarazione"“Tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Questo il primo articolo della Dichiarazione dei diritti umani, adottata il 10 dicembre 1948 per definire alcuni standard di libertà degli individui di tutto il mondo al di là delle differenze di genere, razza, religione e status sociale. In un’Europa ancora sotto shock per i sei anni di guerra e i 55 milioni di morti della Seconda guerra mondiale, il documento in 30 articoli fu adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Parigi come un traguardo universale da raggiungere, il fine al quale tutti gli individui e i paesi e di cui gli organi della società devono mirare tramite l’insegnamento e l’educazione affinché i diritti siano effettivamente rispettati sia fra gli Stati membri delle Nazioni Unite, sia dalle popolazioni dei territori sotto la loro giurisdizione.

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di Claudio Sardo - L’emergenza economico-finanziaria e le drammatiche conseguenze sociali resteranno a lungo le priorità di governo e Parlamento. Ma sarebbe un errore trascurare – pur nella tempesta – la crisi di sistema che da tempo attanaglia la nostra democrazia e delegittima la politica mostrandola insignificante. In fondo il governo Monti è figlio di questa doppia crisi. Se avessimo avuto a disposizione una legge elettorale civile e un sistema politico-istituzionale efficiente, il ricorso alle urne sarebbe stato l’esito più probabile e conveniente della caduta del governo Berlusconi. Invece così non era. Ma adesso quest’altro corposo deficit nazionale è destinato a pesare anche nel percorso di Monti, forse a diventare un discrimine. Le riforme istituzionali giustificano la conclusione naturale della legislatura: viceversa, senza riforme, cresceranno le ragioni a favore del voto a primavera 2012.

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di Miguel Gotor  - All’origine dell’annosa questione dei rapporti tra le gerarchie ecclesiastiche e la politica italiana degli ultimi centocinquant'anni stanno le particolari condizioni con cui il nostro Paese raggiunse l'unità, ossia soltanto dopo avere ridotto l'antico Stato della Chiesa ai minimi termini politici, territoriali, militari ed economici. Conseguito il traguardo nazionale, dunque, si aprì inevitabilmente anche una «questione cattolica» ed è significativo che Cavour pronunciò la nota formula «libera Chiesa in libero Stato» in occasione del discorso in Parlamento del 27 marzo 1861, in cui si decise che Roma sarebbe stata la nuova capitale del Regno d’Italia.

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In pochi giorni il ventre razzista dell’Italia ha partorito un pogrom contro una collettività rom e una strage di cittadini senegalesi compiuta con modalità da Ku Klux Klan. Il primo episodio è accaduto in un quartiere popolare per antonomasia, Le Vallette di Torino; il secondo fra la periferia e il centro di Firenze, città reputata tollerante, democratica, civile per eccellenza. Il pogrom torinese ha avuto come vittime i capri espiatori di sempre, quelli che – dicono sondaggi e inchieste – occupano il primo posto nella scala dell’antipatia, del disprezzo e della xenofobia.

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di BARBARA SPINELLI - SONO due anni che gli Stati europei vivono una crisi che somiglia a una guerra, di quelle che cambiano il mondo. La guerra non è conclusa e quel che imparammo nel '45, oggi l'apprendiamo con terribile lentezza. Allora tutti si gettarono in una grande corsa: per ricostruire, e anche ricostruirsi interiormente. Oggi si procede a fatica, e per anni è prevalsa l'inerzia o perfino la denegazione. Siamo vissuti come immersi nelle acque dell'ottimismo: avevamo l'Unione europea, avevamo la moneta unica come apogeo. Il disastro, ritenuto impossibile, non era calcolato.

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di AGNESE ANANASSO - Nel giorno del 42° anniversario il sito "La rete degli archivi per non dimenticare" affida l'archivio informatizzato dei documenti del processo al sindaco di Milano. Salvandoli dal deterioramento e dagli smarrimenti, non sempre casuali. Il lavoro è stato svolto dai detenuti. Quarantadue anni di misteri, indagini, processi, presunti colpevoli. Quarantadue anni, tanti ne sono passati dalla strage di piazza Fontana a Milano, da quel 12 dicembre che ha segnato l'inizio della strategia della tensione e  della lunga stagione del terrorismo. E quella bomba alla Banca dell'Agricoltura ha segnato anche l'inizio di una altrettanto lunga stagione di ombre, depistaggi, tentativi di occultare la verità e battaglie coraggiose di cittadini, magistrati, uomini delle forze dell'Ordine per evitare che alla verità non si arrivasse mai.

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