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di EUGENIO SCALFARI - LA DOMANDA ancora in parte inevasa riguarda Mario Monti: chi è veramente? Qual è la sua formazione culturale e la sua concezione politica? E che cosa rappresenta il suo governo di tecnici nella storia italiana? Le risposte finora fornite da chi lo conosce e da chi ne ha seguito il percorso di studioso, di rettore della Bocconi, di commissario alla Commissione dell'Unione europea e infine di neo-premier, lo definiscono un liberale cattolico; forse - azzardano alcuni - un liberale radical-moderato, dove la parola radicale sta a significare che la sua moderazione non inclina tanto al compromesso ma piuttosto all'intransigenza. Un moderato intransigente, coi tempi che corrono, rappresenta una felice anomalia quanto mai necessaria per raddrizzare l'Italia del post-berlusconismo.

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Il giorno dell'insediamento del nuovo governo guidato da Mario Monti un gruppo di autorevoli economisti italiani e stranieri rivolge un appello «al Parlamento della Repubblica italiana e alle forze politiche» per «un cambiamento della politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione». Se il nuovo esecutivo «si configurasse come mero esecutore delle richieste europee determinerebbe un aggravamento della crisi economica».

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di ROBERTO SAVIANO ESISTE una parola che più di tutte descrive ciò che il governo Berlusconi è stato per l'Italia, ciò che lo ha davvero caratterizzato in senso politico ed economico, questa parola è immobilismo. Negli ultimi venti anni non è successo niente per il Paese. Non una delle riforme promesse nel 1994 e che avrebbero contribuito a scongiurare la crisi che ora l'Italia sta vivendo, è stata fatta. Ed è evidente che dove non sono riusciti gli elettori, dove non sono riuscite le opposizioni, dove non è riuscita la stampa, dove non sono riusciti gli intellettuali, è riuscito il mercato. Ironia della sorte, proprio Silvio Berlusconi, che si è sempre vantato di aver creato un impero dal nulla, di aver incarnato il sogno americano del self-made man, che si è sempre considerato campione di numeri e denaro, è stato sopraffatto dove si sentiva onnipotente, in quello che ha sempre detto essere il suo stesso elemento: dal mercato. È stato commissariato da un'economia che della sua gestione non poteva più fidarsi.

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di BARBARA SPINELLI Ci sono due scene, nel fine regno di Berlusconi, che dicono la sua caduta con crudezza inaudita: più ancora del voto del rendiconto dello Stato che ha attestato, ieri, lo svanire della maggioranza. Ambedue le scene avvengono fuori Italia, trasmesse dal mezzo che Berlusconi per decenni ha brandito come scettro: la tv. La prima è il riso di Sarkozy e Merkel, quando una giornalista chiede se Roma sia affidabile. È l'equivalente del lancio di monete su Craxi: un'uccisione politica. La seconda scena è del 4 novembre, dopo il G20 a Cannes, e forse è quella che parla di più. Con volto tirato, stupito, il Premier ripete che di crisi non c'è traccia, che "per una moda passeggera" i mercati s'avventano sul nostro debito sovrano: "Noi siamo veramente un'economia forte, la terza economia europea, la settima economia del mondo... la vita in Italia è la vita di un Paese benestante, in tutte le occasioni questo si dimostra... i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, con fatica si riesce a prenotare posti negli aerei, i posti di vacanza nei ponti sono assolutamente iperprenotati... ecco, non credo che voi vi accorgiate, andando a vivere in Italia, che l'Italia senta un qualche cosa che possa assomigliare a una forte crisi! Non mi sembra!"

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di Rossella Guadagnini - Tornare a credere nello Stato perché lo Stato siamo noi. Tornare a credere nella politica per una nuova etica della politica. Tornare a credere nell’impegno perché "solo con la partecipazione collettiva e solidale alla vita politica un popolo può tornare padrone di sé". Sono le esortazioni, rivolte agli italiani, da Piero Calamandrei (Firenze 1889-1956), uno dei padri fondatori della Costituzione, tra i principali artefici della rinascita morale dell’Italia del secondo dopoguerra. Un Paese che, nel faticoso tentativo di uscire dalle macerie del conflitto, stentava a liberarsi dai cascami del Ventennio. Gli italiani di oltre mezzo secolo fa erano un popolo fiaccato dal fascismo, sconfitto dai suoi stessi alleati, che aveva la necessità immediata e assoluta di ricostruirsi un pantheon di glorie patrie, di valori condivisi e condivisibili. Un popolo che, superata ogni retorica, doveva rimboccarsi le maniche, seppellire i propri morti, imparare di nuovo a guardare con fiducia al futuro. E cosa offrire loro nella penuria spirituale e culturale che avvolgeva una società che aveva aderito, quasi in massa, a un regime trionfante poi miseramente caduto?

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di Fabrizio Maronta - RUBRICA AMERICA E DINTORNI. La recessione ha portato all’aumento delle diseguaglianze di reddito. Ora si chiedono agli Usa equità, giustizia sociale, lavoro e sostegno economico. Dalla teoria reaganiana dello Stato minimo alla sua eutanasia. Nel centenario della nascita di Ronald Reagan - il presidente che vedeva nella macchina statale “la bestia da affamare”, “il problema, non la soluzione” dei guai economico-sociali del paese - il reaganismo torna prepotentemente ad affacciarsi sulla scena politica statunitense. Lo fa nel momento più inatteso, con l’Occidente attanagliato da una crisi debitoria figlia anche (soprattutto) degli eccessi di un liberismo sfrenato, cui uno Stato in trentennale ritirata di fronte al mercato non riesce a dare risposte efficaci.

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di EZIO MAURO - NASCE il governo del riscatto e dell'equità, per uscire dall'emergenza e recuperare la fiducia dei mercati, dell'Europa, dei cittadini. È l'impegno che si sono scambiati ieri Giorgio Napolitano e Mario Monti, nel momento in cui il Capo dello Stato  -  condotte a tempo di record le consultazioni  -  ha affidato al professore l'incarico di formare il governo che guiderà l'Italia nel dopo-Berlusconi. La crisi preme ma tono e forma ieri al Quirinale hanno segnato un cambio d'epoca, non solo di governo. Nessun sorriso, molta preoccupazione: ma anche la convinzione che l'Italia possa farcela, e il ritorno a concetti come "dignità", "scrupolo", "servizio", soprattutto "responsabilità" e "bene comune". Cambiano i protagonisti cambia il lessico e il contesto, con una svolta culturale e concettuale, dunque politica, che non poteva essere più netta.

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di Nima Baheli - RUBRICA RES PERSICA. Il rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica non ha trovato prove incontrovertibili della dimensione militare del programma nucleare iraniano. L'Occidente è preoccupato, mentre Russia e Cina sono più caute. WikiLeaks inguaia il direttore dell'Aiea. Sembrerebbe che il virus informatico Stuxnet non abbia bloccato il programma nucleare iraniano, stando perlomeno all’ultimo rapporto di 25 pagine rilasciato martedì dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).

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di Dario Terzić - Diciotto anni fa, la mattina del 9 novembre 1993, le forze dell'esercito croato HVO distruggevano il Ponte di Mostar. Oggi la mezza luna di pietra è risorta, ma in una città diversa. Le molte vite del Vecchio ponte nel ricordo del nostro corrispondente. Dicono che i ponti uniscono le persone, le sponde. E noi vogliamo crederci. Spesso i ponti non sono che strade di collegamento, stazioni di passaggio. E sulla romantica e umanitaria dimensione dei ponti sono state scritte  poesie, storie, sono stati girati film. Il ponte sul fiume Kwai, il Golden Gate, il Ponte di Avignone, il Ponte di Brooklin, sono tutti ponti con una loro storia.

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da Financial Times - In a Group of 20 summit that fell well short of what was needed, the world’s most powerful leaders were powerless in the face of the manoeuvres by two European premiers: George Papandreou and Silvio Berlusconi. The similarities between the two prime ministers are striking: both men rely on a thin and shrinking parliamentary majority and they are both squabbling with their own ministers of finance. Most importantly, they both have a dangerous tendency to renege on their promises at a time when markets worry about their countries’ public finances. There is, however, one important difference: having reached €1,900bn, Italy’s public debt is so high that its potential to destabilise the world economy is way above that of Athens.

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