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grciadi Luciano Gallino, da La Repubblica, 24 giugno 2011 - La crisi greca rappresenta in modo impietoso come il sistema finanziario di fatto governi ormai la Ue mediante i suoi bracci operativi: la Commissione europea, il Fmi e la Bce. I governi eletti dal popolo hanno scelto da tempo di fungere da rimorchio al sistema finanziario. Avrebbero dovuto riformarlo dopo l'esplosione della crisi nell'autunno del 2008, quando, con le parole del ministro tedesco dell'economia di allora, Peer Steinbruck, «abbiamo visto il fondo dell'abisso». È vero che a Bruxelles si discute da due anni di riforme finanziarie, ma dinanzi alla natura ed alle dimensioni del problema si tratta del solito secchiello per vuotare il mare.

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di Cecilia Tosi - RUBRICA PUZZLE EUROPA . Dalla Croazia alla Grecia, i governi del continente fanno appello a Bruxelles per uscire dalla crisi. Ma la popolazione rema contro.Sarà il 28esimo membro dell’Europa unita, se gli altri 27 non se ne andranno prima. Nel luglio del 2013 la Croazia entrerà nell'Ue, secondo paese della ex Jugoslavia a raggiungere questo traguardo. Certo, non è ancora detta l’ultima parola, e in questi due anni Zagabria dovrà dimostrare di sapersi adeguare in tutto e per tutto agli standard richiesti dagli euroburocrati, ma Bruxelles ha ufficialmente riconosciuto l’efficacia delle riforme adottate fino ad ora e ha chiuso gli ultimi quattro capitoli del negoziato di adesione.

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akpDopo una campagna elettorale lunga e piuttosto aggressiva, le elezioni nazionali in Turchia si sono concluse con un risultato chiaro. Eppure, nonostante abbia quasi raggiunto il 50% dei voti, il partito di governo non ha forza sufficiente per cambiare la Costituzione. Sarà dunque necessario un accordo con le forze dell’opposizione per affrontare il compito più importante dei prossimi mesi: la stesura di una nuova Costituzione civile, che tenga in considerazione le richieste della popolazione curda. Un comico bavarese, Gerhard Polt, disse una volta parlando della politica bavarese «noi non abbiamo bisogno di un’opposizione. Siamo già democratici». La Turchia dopo le elezioni nazionali del 12 giugno ha quasi raggiunto quel punto in cui l’opposizione è ridotta a dati statistici. Il Partito giustizia e sviluppo (AKP) del primo ministro Recep Tayyip Erdogan è riuscito a conquistare per la terza volta consecutiva la maggioranza assoluta.

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Il giorno dopo le elezioni la Turchia si ritrova con un Akp (Adalet ve kalkinma partisi, Partito di giustizia e sviluppo) più forte in termini di voti percentuali rispetto alle ultime elezioni del 2007. Il partito del premier Erdogan ha ottenuto circa 21 milioni di voti, quasi il 50% del totale, rispetto ai 16 milioni della precedente tornata. Come ha detto lui stesso al termine dello scrutinio, di fatto un turco su due è con lui. Ciò nonostante, paradossalmente la presenza dell'Akp all’interno della Grande assemblea nazionale è scesa da 341 a 325 seggi.

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noLa decisione del governo Merkel di chiudere tutti i reattori nucleari entro il 2022 non rappresenta un cambiamento improvviso o una reazione emotiva all’incidente di Fukushima, è invece frutto di una scelta strategica relativa al mix energetico che da più di dieci anni privilegia lo sviluppo delle fonti rinnovabili. La decisione del governo Merkel di chiudere tutti i reattori nucleari entro il 2022 ha una evidente, rilevantissima portata in termini energetici e politici. Innanzitutto per le conseguenze dell’impegno preso: i 17 reattori hanno garantito nel 2010 il 22% della risposta alla domanda elettrica, e per sostituirli occorrerà in 10 anni realizzare una fortissima crescita delle fonti rinnovabili e garantire, al contempo, l’equilibrio del sistema elettrico. Qui sta forse la novità più importante di una decisione che segue di pochi giorni quella del governo svizzero, che analogamente ha scelto di fissare la chiusura dei propri reattori nucleari al 2035.

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Il modello politico turco costituisce un punto di riferimento per i paesi nordafricani in transizione verso un sistemo democratico. L’Unione europea, che grazie ai negoziati per l’adesione della Turchia all’UE ha contribuito al processo di riforma di Ankara, oggi ha l’occasione di rafforzare quel modello proprio ridando slancio ai negoziati. Le recenti elezioni parlamentari in Turchia hanno visto il Partito  giustizia e  sviluppo, con  una dirigenza dal passato islamista, vincere per la terza volta consecutiva, crescere ogni volta in percentuale (fino all’attuale 49,9%) e, per la terza legislazione successiva, essere in condizione di governare da solo. Se indubbiamente esistono preoccupazioni su un uso arrogante di questo vasto consenso politico al livello istituzionale, esso appare, tuttavia, riflettere la maturazione democratica di un paese in cui la politica per decenni ha fortemente ristretto i diritti politici, impedendo in particolare che etnicità e religione potessero assumere un ruolo di strutture ideologiche e organizzative in opposizione alla ideologia secolarista ufficiale.

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di Giorgio Arfaras - Atene è davanti a un bivio: risanare il bilancio per evitare di emettere nuovo debito pubblico (che intanto viene acquisito dal sistema finanziario europeo), o abbandonare l'euro per finanziare il deficit con una nuova Banca centrale nazionale. Meglio la prima opzione. Alla Grecia è richiesto un saldo primario (la differenza fra entrate e uscite dello Stato prima del pagamento degli interessi) positivo e cospicuo (data la consistenza del debito e dei relativi interessi) per risanare il proprio bilancio pubblico.  In questo modo l'avanzo si “mangia” gli interessi da pagare. Non si ha più necessità di emettere nuovo debito pubblico e il paese piano piano si “risana”. Fintanto che non arriva – grazie al surplus primario - ad annullare l'emissione di nuovo debito, ecco che gli altri paesi dell'Euro area e il Fondo monetario la finanziano, comprando il suo debito pubblico, ma chiedendole un rendimento inferiore a quello dei mercati.

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La nuova Costituzione ungherese, che sarà in vigore dal 1° gennaio 2012, è frutto dell’azione solitaria delle forze conservatrici al governo. Verrà introdotto così nel paese un nuovo ordine fondato su valori cristiani, conservatori e nazionalistici, irrispettoso di quei diritti fondamentali previsti dall’Unione europea che pure, formalmente, fa suoi. L’attuale sistema costituzionale e democratico ungherese fu creato durante il periodo di transizione del 1989-90. Adottata il 20 agosto 1949, la Costituzione della Repubblica di Ungheria è stata a lungo la prima e unica Costituzione scritta del paese magiaro. L’idea di redigere una nuova carta costituzionale emerse già a partire dal 1988, ma allora non fu possibile elaborare una Costituzione totalmente nuova; si decise invece di apportare alla Costituzione del 1949 un emendamento sostanziale adottato dall’Assemblea Nazionale (Atto XXXI del 23 ottobre 1989). Sebbene il Preambolo faccia riferimento alla natura provvisoria della Carta, dichiarando che essa sarebbe rimasta in vigore solo fino all’adozione di una nuova Costituzione, essa ha mantenuto la data “1949“ nel titolo, e il suo contenuto modificato è stato la cornice in cui ha operato la nuova e democratica Terza Repubblica di Ungheria, fondata sulla separazione dei poteri e sulla protezione e il rispetto dei diritti umani.

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La riforma della goverance economica dell’Unione europea costituisce un passo molto importante. Eppure essa non fornisce gli strumenti necessari a stimolare gli investimenti. Il Parlamento europeo chiede che al rigore dei conti si accompagnino riforme in grado di stimolare la ripresa. Una riflessione sulla riforma della governance economica europea, tuttora in discussione e che vede il Parlamento europeo implicato come codecisore, offre l'opportunità di fare il punto sui nodi politici che vanno sciolti per permettere un concreto rilancio economico. Risulta evidente che dalla distonia delle politiche economiche nazionali sono derivate e derivano grandi perdite di efficienza e problematiche gravi che minano la generale stabilità economico-finanziaria europea.

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Caro Magris, lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti («pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe»: lei ha voluto sottolineare nell'articolo sul Corriere di sabato) l'assuefazione alle tragedie dei «profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile» che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull'accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce. Non si è trattato - lo sappiamo - di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili. Lei ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l'acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile «cronaca consueta». Ma se in qualche modo è istintiva l'assuefazione, è fatale anche che essa induca all'indifferenza?

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