Apertamente

di Alessandro Rosina - Oggi più che mai l’Italia deve puntare sulle nuove generazioni, vera risorsa strategica per la crescita. Nessun cambiamento è realizzabile senza il loro contributo, e del resto le cronache recenti ne testimoniano il ritrovato desiderio di partecipazione. Il paese ha bisogno di politiche coraggiose e obiettivi misurabili, perché le radici del futuro stanno nel presente. Si sente spesso dire che i giovani italiani sono senza futuro. Non è del tutto esatto: il futuro c’è, prima o poi implacabilmente arriva. La questione vera è semmai la qualità del futuro. Domani possiamo star peggio di oggi, non c’è nessuna legge di natura che lo impedisca, c’è solo l’azione politica e sociale che può rendere più o meno probabile un generale scadimento del benessere e delle opportunità. Le radici del futuro stanno nel presente; chi non prepara bene il terreno oggi e non semina con cura non può pretendere di raccogliere buoni frutti domani. Questo vale sia per i singoli che per il sistema paese.

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di Giorgio Ruffolo, da Repubblica - Marx era convinto che lo Stato fosse l'agente del capitalismo. Non si aspettava che il capitalismo diventasse il giudice dello Stato. Questa è la pretesa delle agenzie di rating che, travalicando la funzione tecnica di valutare i rischi dei singoli titoli, si sono auto attribuite il compito di giudicare l'affidabilità complessiva del debito pubblico dei governi. Una funzione decisamente politica. Svolta, peraltro, in modi tecnicamente assai contestabili: come risulta dai tanti attestati di ineccepibile solidità emessi dalle agenzie a "beneficio" dei risparmiatori su grandi banche d'investimento alla vigilia del loro clamoroso fallimento (per la storia: nel 2008 sette giganti "votati" con titoli lusinghieri dalle agenzie di rating, Aig, Bear Sterns, Citigroup, Countrywide Financial, Lehman Brothers, Merryl Lynch, Washington Mutual, collassavano con perdite di 107 miliardi di dollari, non gravanti sui loro dirigenti che nel frattempo – 2007-2008 – intascavano 450 milioni di dollari).

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da Il Fatto Quotidiano  - Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo e fedelissimo del Senatùr, diserterà la cerimonia per la cittadinanza onoraria di Milano all'autore di Gomorra: "Non rappresenta la città". L'annuncio segue il voto alla Camera che ha salvato dal carcere il deputato del Pdl accusato di collusione con i casalesi. Sì a Nicola Cosentino, no a Roberto Saviano. Ieri il voto dei leghisti bossiani contro l’arresto del parlamentare Pdl accusato di collusione con la camorra. Oggi l’annuncio che Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo e fedelissimo del Senatùr, diserterà polemicamente il conferimento della cittadinanza onoraria di Milano all’autore di Gomorra, in programma il 18 gennaio.

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di Barbara Spinelli - Da quando siamo rinchiusi come morti viventi nella recessione, è soprattutto sulle sciagure passate che riflettiamo, illuminati da economisti e raramente purtroppo da storici. È un rammemorare prezioso, perché delle depressioni di ieri apprendiamo i tempi lunghi, gli errori, gli esiti politici fatali, specie nella prima metà del secolo scorso. Anche sulle grandi riprese tuttavia conviene meditare: sulle rivoluzioni economiche che hanno aumentato e diffuso il benessere. In particolare, vale la pena ripensare la scintilla da cui partì la Rivoluzione industriale del XVIII secolo. È allora infatti che l'Europa comincia a crescere a raggiera, con impeto. Anche se costellata di iniziali fatiche, ingiustizie, ricordiamo quella rivoluzione come un'epoca d'oro, e forse proprio per questo l'evochiamo di rado. Dai tempi di Dante lo sappiamo: "Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria, e ciò sa 'l tuo dottore".

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di Guido Rossi - Che la grave e attuale crisi sia di carattere economico e che quindi, con qualche buona ricetta, ora novella, ora ripetitiva (e di medici ce ne sono a bizzeffe), possa risolversi, è un postulato privo di fondamento. Il problema per l'Europa, se non vuole catastroficamente scomparire, è soprattutto politico.  Infatti, il capitalismo finanziario globale è riuscito a creare quello che Carl Schmitt aveva definito «lo Stato di eccezione», dove il diritto è sospeso, sicché, con l'aiuto delle teorie e delle pratiche della deregolamentazione, si abbandonano tutte le regole e si giustificano, per l'emergenza, pratiche anche non democratiche. Non è un caso che il presidente americano Obama prenda misure per evitare quel che egli stesso ha definito «terrorismo finanziario» di ignota identità, e che altri han rievocato come «la prossima Pearl Harbour». Ebbene, «lo Stato d'eccezione» corrisponde alla decadenza dello Stato di diritto, come emanatore di leggi giuste, ispirate al bene comune. Esso infatti è costretto, in un attanagliante paradosso, ad accettare una serie innumerevole di norme illegittimamente dettate da altri, che rendono, nella situazione attuale, più difficoltosa l'uscita dalla crisi e anzi l'aggravano, con derive recessive. È così che, invece di leggi giuste, siamo alluvionati da catastrofi normative sempre più complesse e di sempre più incerta e difficile interpretazione.

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di BARBARA SPINELLI - Non è del tutto chiaro come mai Monti, che tanto ha insistito sullo sguardo lungo e l'Europa, abbia deciso di frenare lo scatto iniziale. Per dire d'un tratto ai tedeschi, in un'intervista alla Welt dell'11 gennaio: "Gli Stati Uniti d'Europa non li avremo mai. Non foss'altro perché non ne abbiamo bisogno". Forse è la prudenza a produrre un'affermazione così perentoria, che chiude orizzonti possibili. La battaglia contro gli egoismi di Berlino reclama compromessi. Forse è quella deferenza che lui stesso aveva stigmatizzato, il 26 giugno sul Financial Times: una sorta di virus che affligge i capi europei quando si compiacciono di sé per custodire apparenti sovranità.

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di Emilio Carnevali e Cinzia Sciuto - Nello stesso giorno la Consulta ha bocciato i referendum elettorali e la Camera ha respinto la richiesta di arresto per Cosentino. Molti hanno creato un nesso (inesistente) tra le due notizie: la Casta ha salvato se stessa due volte, si è detto. Ma in questo modo si rischia di sospingere la battaglia anticasta verso una pericolosa deriva populista. Arturo Parisi – uno dei referendari più convinti, spesosi anche dentro (e contro) il suo partito, il Pd, perché la raccolta di firme per il referendum sulla legge elettorale avesse successo – stamattina ha dichiarato (a Radio 24): «Quando abbiamo proposto i referendum non eravamo affatto sicuri che la Corte li approvasse ma ci siamo detti: qui l’edificio brucia e quando l’edificio brucia ci si butta anche se le probabilità di successo sono il 30 per cento». Ma allora perché questo stracciarsi le vesti per l’esito della decisione della Corte costituzionale, che ha respinto entrambi i quesiti referendari (uno per l’abrogazione totale e uno per l’abrogazione parziale dell’attuale legge elettorale)? Se buttandosi dalla casa in fiamme consapevoli di avere poche speranze di salvarsi poi... non ci si salva, beh... quantomeno non si tratta di una “sorpresa”.

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intervista a Angelo d'Orsi di Vittorio Bonanni, da Liberazione - Questi giorni Giulio Einaudi è tornato a far parlare di sé. Il 2 gennaio scorso infatti è stato ricordato il centenario delle sua nascita avvenuta appunto nel secondo giorno del 1912 a Dogliano, in provincia di Cuneo. Senza tema di smentita il figlio di Luigi, secondo presidente della Repubblica italiana, può essere considerato il più grande editore italiano e tra i più grandi e autorevoli del mondo. Lo abbiamo voluto ricordare parlandone con Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico presso l’Università di Torino.

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di Federico Rampini - In mezzo a tante notizie che hanno agitato i mercati la settimana scorsa, nell'attesa convulsa del vertice salvaeuro e poi nei postumi del summit, non dovremmo sottovalutare una non notizia. E' il classico caso del "cane che non ha abbaiato", come nella novella di Arthur Conan Doyle. La nonnotizia in quel caso era importante, perché il cane avrebbe dovuto abbaiare. Anche nel nostro caso è importante la nonnotizia. A metà settimana è accaduto questo: Standard and Poor's ha annunciato che avrebbe messo sotto sorveglianza, con il 50 per cento di probabilità di downgrading, ben 15 paesi della zona euro incluse Germania e Francia. Una bomba, potenzialmente. Ma solo potenzialmente: in realtà i mercati hanno reagito con uno sbadiglio.

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di Paolo Flores d’Arcais - L’Ungheria democratica chiama, l’Europa istituzionale nicchia, fa orecchie da mercante, traccheggia nell’ipocrisia. Ma se i governi europei vogliono trastullarsi in paralizzanti e irresponsabili lungaggini procedurali, è necessario che i cittadini europei facciano della “questione Ungheria” un loro problema e una loro battaglia. Ormai improcrastinabile. Il governo di Victor Orban ha imposto una nuova Costituzione che calpesta i diritti democratici minimi che l’Europa ha posto come vincolanti e irrinunciabili per ogni paese che voglia aderire alla Comunità. La legge elettorale è ritagliata su misura per facilitare al partito di Orban la vittoria anche in futuro, stampa e televisione vengono imbavagliate, i magistrati asserviti alla volontà dell’esecutivo, la Banca centrale perde ogni margine di autonomia, sciovinismo e razzismo diventano il collante “popolare” di questo vero e proprio fascismo postmoderno.

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