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‘Inefficienza programmata’ e ‘impunità garantita’: questi i due pilastri sui quali si fonda il nostro sistema tributario. E infatti ogni anno mancano all’appello fra i 120 e i 160 miliardi di imposte. Ma basterebbero poche e incisive riforme – detrazione totale delle spese, pubblicità dei redditi, obbligo di dichiarazione di qualsiasi conto bancario, inasprimento delle pene – e per gli evasori la pacchia finirebbe. di Bruno Tinti, da MicroMega 7/2011 - C’è gente che, quando si accorge di un problema, si mette alla scrivania, studia ed elabora soluzioni; poi le prova e, se non vanno bene, ne elabora altre fino a quando il problema è risolto. Poi ce n’è altra che, quando c’è un problema, continua come niente fosse e spera che si risolva da solo; oppure, ed è il caso della classe politica italiana, si guarda bene dal risolverlo perché la soluzione comporta misure non gradite ai cittadini con conseguente perdita di consenso. Lo stile di questo tipo di uomo politico è quello del noto principio del fiammifero acceso: lo si passa a un altro il più in fretta possibile per evitare di bruciarsi le dita. Naturalmente alla fine qualcuno si trova in mano il fiammifero pressoché consumato; e qualcosa deve fare per forza.

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di Azzurra Meringolo - Anche al secondo turno delle elezioni parlamentari vincono Fratelli musulmani e salafiti. Piazza Tahrir è ancora piena di manifestanti, e l'Esercito non smette di sparare per uccidere.
IL CAIRO - “Bruciano le nostre tende, spaccano le nostre macchine fotografiche, costruiscono barricate per impedire l’accesso a piazza Tahrir e ci lanciano pietre e vernice dai tetti dei palazzi limitrofi per sporcarci i vestiti e poi venirci a prendere nelle strade vicine” racconta un manifestante mentre viene medicato nell’ospedale di campo costruito ai margini di Tahrir. “Come facciamo ad accettare che a governarci siano dei nostri fratelli che ci trattano come degli animali? Resisteremo in piazza fino a quando non ci stermineranno” aggiunge proprio pochi istanti prima dell’arrivo di un gruppo di militari che prende d’assalto l’ospedale trasformandolo in un cumulo di boccette di medicinali rotte.

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di Maria Mantello - "Privilegi, immunità, ingerenze, denari, disparità giuridica... Ma quale libertà religiosa!". Questo il titolo del convegno che si è svolto a Roma presso l’ Aula Magna della facoltà valdese il 12 dicembre, promosso da CGIL-Nuovi Diritti (responsabile Gigliola Toniollo) e Fondazione Critica Liberale (direttore Enzo Marzo) per presentare un’ anteprima del VII Rapporto sulla secolarizzazione in Italia dell’ Osservatorio Laico, che verrà pubblicato sul prossimo numero di Critica Liberale. Lo studio, curato da Giovanna Caltanissetta, Laura Caramanna e Silvia Sansonetti, si serve delle fonti statistiche Istat, di dati governativi (Ministero dell’Istruzione e della Sanità), ed ecclesiastici (Annuario statistico vaticano e Cei). Dati ufficiali, quindi, che ognuno può consultare, ma che in questo rapporto formano un quadro organico che delinea un crescente, sicuro e progressivo processo di secolarizzazione della società italiana. Insomma, l’incidenza della Chiesa cattolica sui comportamenti e le scelte degli italiani è decisamente in ribasso.

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di Claudio Sardo - L’emergenza economico-finanziaria e le drammatiche conseguenze sociali resteranno a lungo le priorità di governo e Parlamento. Ma sarebbe un errore trascurare – pur nella tempesta – la crisi di sistema che da tempo attanaglia la nostra democrazia e delegittima la politica mostrandola insignificante. In fondo il governo Monti è figlio di questa doppia crisi. Se avessimo avuto a disposizione una legge elettorale civile e un sistema politico-istituzionale efficiente, il ricorso alle urne sarebbe stato l’esito più probabile e conveniente della caduta del governo Berlusconi. Invece così non era. Ma adesso quest’altro corposo deficit nazionale è destinato a pesare anche nel percorso di Monti, forse a diventare un discrimine. Le riforme istituzionali giustificano la conclusione naturale della legislatura: viceversa, senza riforme, cresceranno le ragioni a favore del voto a primavera 2012.

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di Miguel Gotor  - All’origine dell’annosa questione dei rapporti tra le gerarchie ecclesiastiche e la politica italiana degli ultimi centocinquant'anni stanno le particolari condizioni con cui il nostro Paese raggiunse l'unità, ossia soltanto dopo avere ridotto l'antico Stato della Chiesa ai minimi termini politici, territoriali, militari ed economici. Conseguito il traguardo nazionale, dunque, si aprì inevitabilmente anche una «questione cattolica» ed è significativo che Cavour pronunciò la nota formula «libera Chiesa in libero Stato» in occasione del discorso in Parlamento del 27 marzo 1861, in cui si decise che Roma sarebbe stata la nuova capitale del Regno d’Italia.

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di Stefano Rodotà - Gli effetti del decreto “Salva Italia” dureranno a lungo, perché redistribuiscono poteri e risorse. Per questo non è possibile far tacere lo spirito critico, né pretendere una sorta di acquiescenza sociale, alla quale giustamente i sindacati hanno detto di no. Il decreto, infatti, tocca profondamente vita e diritti delle persone. I diritti sono diventati un lusso? L'”età dei diritti” è al tramonto? Di questo discutiamo in questi tempi difficili, e non solo in Italia. E' tornata l'insincera tesi dei due tempi: prima risolviamo i problemi dell'economia, poi torneranno i bei tempi dei diritti. “Prima la pancia, poi vien la morale” – fa dire Bertolt Brecht a Mackie Messer nel finale del primo atto dell'Opera da tre soldi. Ma l'esperienza di questi anni ci dice che di quel film viene sempre proiettato solo il primo tempo.

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di Gennaro Carotenuto, da gennarocarotenuto.it - Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

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di ILVO DIAMANTI - L'aristocrazia democratica tra limiti e virtùMario Monti (ansa). QUESTA manovra non piace agli italiani, ma la fiducia nel governo  -  e soprattutto nel premier - resta ancora alta. È ciò che emerge dai sondaggi condotti dai principali istituti demoscopici in questa fase. La manovra appare poco equa, per non dire iniqua, alla maggioranza della popolazione. Nell'insieme ma anche nel dettaglio: considerando i singoli provvedimenti. Soprattutto quelli che riguardano le pensioni, l'aumento dell'Iva e l'Irpef. Nel complesso: troppe tasse e pochi interventi che favoriscano la crescita. Le liberalizzazioni, la patrimoniale; anche gli interventi sui costi della politica e dei politici: rinviati a un secondo momento. Con il dubbio che il rinvio divenga permanente. Come altre volte  -  troppe volte  -  è già successo, in passato.

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di Salvatore Settis - Ambiente, paesaggio e beni culturali in tempo di crisi: a governo tecnico, qualche appunto tecnico. Primo: ancora più fragile dell'economia italiana è il suolo della Penisola. Sono state censite almeno mezzo milione di frane, che interessano poco meno del 10% del nostro territorio. Non si tratta solo di morfologia naturale: il degrado è velocizzato dall'abbandono delle coltivazioni e da incendi boschivi spesso dolosi. Ma anche dalla cementificazione (infrastrutture e insediamenti abitativi) che sigillando i suoli accresce la probabilità di frane e alluvioni e ne rende più gravi gli effetti, dall'incuria per il regime delle acque, che riduce le risorse idriche e genera disastrose esondazioni.

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di MASSIMO GIANNINI - Non è un Paese da economia liberale. L'Italia non lo è mai stata, e oggi lo è meno che mai. La furiosa vandea delle macro e micro-corporazioni, che si ribellano alle pur timide liberalizzazioni del governo Monti, è la prova di un drammatico limite culturale: la difesa di una rendita frutta molto di più dell'apertura di un mercato. L'operosa copertura delle categorie "in lotta", assicurata in Parlamento da una destra provinciale e illiberale, è la confema di un tragico limite politico: garantire una lobby rende molto di più che scardinare un monopolio. Ma questo, oggi, è lo spettacolo desolante al quale stiamo assistendo, i danni del cittadino-consumatore già tartassato dalla crisi e dalla manovra. Il Paese è ufficialmente in recessione: di qui alla prossima primavera il Pil crollerà di altri due punti percentuali, nel 2013 avremo bruciato oltre 800 mila posti di lavoro. Ovunque, nelle democrazie occidentali, le liberalizzazioni sono state e sono uno dei principali fattori di sblocco dell'economia e di rilancio della crescita. Offrono un duplice vantaggio: aumentano la concorrenza (e dunque riducono prezzi e tariffe di beni e servizi) e sono a costo zero (e dunque non gravano sui bilanci pubblici).

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