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di Emilio Carnevali - Non passa giorno che non venga registrato e ribadito – meno frequentemente indagato – l'infimo livello di fiducia di cui godono i partiti, ovvero le organizzazioni alle quali l'articolo 49 della Costituzione assegna il compito di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Secondo una recente inchiesta condotta da Ilvo Diamanti la fiducia dei cittadini nei confronti dei partiti è arrivata a toccare il valore record (in negativo) del 3,9% (in una scala dove il primato positivo è detenuto dalle forze dell'ordine, con il 71,8%), e infatti quasi la metà degli italiani non li ritiene necessari al funzionamento della democrazia. Coerentemente con questo dato la fiducia nel Parlamento si assesta su livelli altrettanto bassi – 9% –, inversamente proporzionale al consenso di cui sembra godere, secondo altri sondaggi, l'attuale governo di “tecnici” (per definizione e senso comune “estranei alla politica”). Tanto che lo stesso Diamanti è arrivato a ipotizzare – sulla Repubblica di oggi – una Terza Repubblica non più «fondata 'da' e 'su' i partiti, ma 'contro' i partiti».

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Matteo Patrono - Se Mario Monti aveva ancora dei dubbi su cosa fare della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 (e probabilmente non ne aveva, forse non ne ha mai avuti), è certo che le immagini di guerriglia e rivolta provenienti da Atene negli ultimi giorni devono averlo convinto definitivamente che l'unica cosa sensata da fare era non firmare le garanzie finanziarie richieste dal Comitato olimpico internazionale (Cio) e mettere una pietra tombale sul sogno a cinque cerchi che la Capitale coltiva da quasi venti anni (il primo fu Rutelli, poi Veltroni, infine Alemanno). 

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di Massimo D'Alema - Una pagina nuova si è aperta nella vita politica italiana. Il mutamento è stato rapido e radicale non solo nella realtà delle istituzioni e nei rapporti fra i soggetti politici, ma anche nel senso comune e nello spirito pubblico dei cittadini. Al punto quasi da far dimenticare l’estremo degrado cui si era giunti nel periodo conclusivo del decennio berlusconiano: uno dei momenti più oscuri della vicenda italiana, uno dei punti più bassi di discredito del paese nel contesto europeo e in quello internazionale. Con Monti l’Italia è tornata ad avere credibilità. Non siamo ancora fuori dalla crisi né da una condizione di pericolo che minaccia non solo il nostro paese, ma l’euro e l’intera costruzione economica del continente europeo. Ma quanto meno non è più sulle spalle del nostro paese l’eventuale responsabilità del crollo. L’Europa non deve avere paura dell’Italia, come dice Mario Monti. E il nostro paese torna ad avere voce in capitolo nel confronto sulle scelte fondamentali che l’Unione deve compiere se vuole essere all’altezza della sfida. È interesse dell’Italia che il governo possa operare fino alla conclusione naturale della legislatura; affrontare l’emergenza con misure eque; cercare di rimettere in moto l’economia; esercitare il suo ruolo a Bruxelles e nelle relazioni con le principali cancellerie europee, come ha cominciato a fare. Il Partito Democratico sosterrà il governo e opererà per realizzare le necessarie riforme, a cominciare da quella della legge elettorale, e per ridefinire il ruolo di istituzioni più efficaci e più sobrie. Nello stesso tempo si tratta di costruire una nuova prospettiva politica e una proposta di governo per l’Italia a partire dalla primavera del 2013.

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di BARBARA SPINELLI - C'È una parte di verità, in quel che Mario Monti ha detto  -  a RepubblicaTv  -  sul modo in cui è stata interpretata la sua idea del lavoro fisso ("Diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!"). Citato fuori dal contesto, quel che ha aggiunto subito dopo è finito in un buco nero: "È più bello cambiare e accettare nuove sfide, purché in condizioni accettabili. Questo vuol dire che bisogna tutelare un po' meno chi oggi è ipertutelato, e tutelare un po' più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci".

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di Claudio Sardo - Lo scontro sull’articolo 18, e più in generale sul mercato del lavoro, può cambiare il segno del governo Monti. Era nato per affrontare l’emergenza economica e ricostruire, dove possibile, la tela strappata del patto sociale: ora può virare e tornare sulla rotta che ci ha portato nella crisi e che Berlusconi, per limiti propri, non è stato capace di tenere. La modifica dell’articolo 18, nel senso di liberalizzare i licenziamenti per motivi economici, non serve ad aumentare le dimensioni delle piccole imprese italiane, né ad attirare gli investimenti stranieri, né ad accrescere la produttività del sistema-Paese. Lo sanno tutti, e lo dicono apertamente pure gli economisti di scuola liberista. La questione è diventata invece un simbolo politico, un’arma puntata contro il potere contrattuale residuo dei lavoratori, contro il sindacato e contro l’autonomia dei corpi intermedi.

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di Susanna Camusso - L’Italia è ormai in recessione, l’Europa non esce dalla stagnazione. Le politiche per la crescita diventano urgenti ed essenziali per riconsegnare ai cittadini europei prospettive accettabili di vita e aspettative positive per le future generazioni. Le politiche per la crescita sono la condizione anche di un riequilibrio stabile dei conti e dei bilanci di ciascuno Stato. Senza crescita le manovre di rientro dal debito non sono credibili e le speculazioni contro l’euro e contro i titoli di Stato di ciascun paese non cessano. Senza crescita, i rating – per quanto discutibili – peggiorano anche nei paesi più forti. Senza crescita europea nemmeno l’economia tedesca può essere solida e duratura. Con un colpevole ritardo di almeno dieci mesi, anche le leadership europee sembrano essersi convinte che la priorità assoluta è la crescita. Crescita del reddito, del lavoro, della domanda.

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di Marco Panara - Siamo in trappola. Sappiamo che dobbiamo aumentare la produttività per tornare a crescere, ma aumentare la produttività vuol dire produrre di più con un minor numero di persone. E sappiamo anche che liberalizzare i mercati aumenta le potenzialità dell' economia e lo sviluppo globale, ma più si aprono i mercati più aumentano le disuguaglianze. E noi giustamente vogliamo insieme produttività e occupazione, mercati liberi e società inclusive. Il problema è che non abbiamo la ricetta. La disoccupazione è ai suoi massimi storici, con oltre 205 milioni di persone senza lavoro nel mondo, 75 milioni dei quali sono giovani. E anche le disuguaglianze hanno raggiunto un livello record, con il 10 per cento più ricco che ha redditi nove volte superiori al 10 per cento più povero. Di questo dramma i paesi industrializzati sono il cuore: il 55 per cento dell' aumento della disoccupazione globale tra il 2007 e il 2010 è avvenuto nella parte "ricca" del pianeta.

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di Riccardo Pennisi - Il presidente non si è ancora ricandidato ufficialmente, ma la campagna elettorale per l'Eliseo è già iniziata. In vantaggio l'esponente del Partito socialista. Il peso del centrista Bayrou e del Fronte nazionale di Le Pen. Il fattore-Merkel.
Le elezioni che tra novanta giorni decideranno il nuovo presidente della Repubblica francese si annunciano aperte e imprevedibili. Nicolas Sarkozy, non ancora candidato ufficialmente, affronta una campagna elettorale in salita: la brutta situazione economica che vive il paese ha originato una profonda crisi di sfiducia nell'opinione pubblica, che, per ora, si riflette in sondaggi tutt'altro che incoraggianti.

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di Antonio Menniti Ippolito - Al desiderio di partecipazione condiviso attraverso il passaparola digitale che ha caratterizzato in questi ultimi mesi le piazze d’Italia e del mondo, non ha saputo ancora dare risposta una politica che appare di colpo invecchiata, spaventata, arroccata nella difesa di se stessa. È tempo che la politica riprenda in mano le sue sorti e quelle del paese, con i fatti e non con parole vuole. Il 2011 e l’inizio di questo 2012 sono stati caratterizzati, un po’ in tutto il mondo, da un desiderio di partecipazione diffuso che ha riempito le piazze – non sempre pacificamente –; ha incendiato il web e, spesso e volentieri, ribaltato nelle urne ogni previsione. Zuccotti Park e tanti altri luoghi negli Stati Uniti si sono riempiti di manifestanti contro il predominio sulla politica della grande finanza; in India la protesta ha spadroneggiato per diverso tempo nella scena politica appoggiando i digiuni dell’attivista Anna Hazare intenzionato ad imporre una severa legislazione contro la corruzione; il Nord Africa e il Medio Oriente si sono sollevati rimuovendo fino ad ora tre regimi; la Spagna ha proposto il modello degli indignados; mobilitazioni di diverso genere e intensità (dai movimenti No TAV, alla mobilitazione “dei Forconi”, alle proteste corporative) animano la nostra penisola. In Cina, in Russia, in Israele… ovunque si accende la protesta, spesso multi-direzionale, e un desiderio di partecipazione spesso accompagnato da un’ancora più forte voglia di punizione, da un’ansia di risarcimento.

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di Michele Prospero - Con un tesoriere appena sorpreso con le mani nel sacco, la campagna di delegittimazione dei partiti assume toni sempre più parossistici. Mentre i media colpiscono il ventre molle di partiti indifendibili percepiti come custodi di cospicui tesoretti, è quasi una insensata provocazione provare a riflettere con freddezza sul nesso accettabile tra politica e denaro pubblico.  Per affrontare la controversa faccenda dei costi della politica è opportuno anzitutto chiedere: i partiti servono o no?
Per molti osservatori la risposta è negativa. Il sogno dei grandi apparati industriali e mediatici è quello di scacciare i partiti per determinare non solo l’agenda politica, ma anche per designare comodamente il personale politico più gradito cui affidare in appalto la leadership. Cosa è successo nella Seconda Repubblica? Un’azienda mediatica è diventata un partito-personale con un centro assoluto di comando proteso alla cura di interessi parziali. Gli altri media hanno provato gusto nel chiedere la tessera numero uno, nel raccomandare la costruzione di partiti liquidi sui quali esercitare più agevolmente un potere di direzione, consiglio, rimbrotto, scambio.

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