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di Emilio Carnevali - Il candidato socialista François Hollande non pare essersi scomposto più di tanto – almeno nelle dichiarazioni pubbliche. «Non sono i leader europei che influenzeranno la decisione del popolo francese. Siamo una grande nazione che non si fa comandare»: così ha commentato il servizio apparso sull'edizione online del settimanale tedesco Der Spiegel, secondo il quale «in colloqui riservati, la Cancelliera e i leader britannico, spagnolo e italiano hanno concordato di non incontrare lo sfidante socialista durante la campagna elettorale». Insomma, sarebbe all'opera una sorta di boicottaggio diplomatico-promozionale contro il grande nemico del “capolavoro politico” di Angela Merkel, quel Fiscal Compact approvato lo scorso venerdì al vertice europeo di Bruxelles e considerato dalla Cancelliera una «pietra miliare» della nuova Europa.

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di Chiara Valentini, da L'Espresso, 2 marzo 2012 - A parole, è una scelta che tutti respingono. I fatti la confermano continuamente: "O i figli o il lavoro". Non poteva essere più diretto, e tagliente, il titolo dell'ultimo libro della giornalista Chiara Valentini, in libreria, per Feltrinelli, dal 7 marzo. Un'indagine sulla difficoltà di conciliare lavoro e maternità, colma di storie e di emozioni. Un'analisi su quanto costi veramente diventare mamme. In Italia, più che in tutto il resto d'Europa. Qui di seguito un estratto dal primo capitolo. Eccellenza, provi a toccare qui, senta come si muove". Resta interdetto per un momento il vescovo in visita a un ospedale calabrese quando la giovane dottoressa, superato d'un balzo il gruppetto dei professori, gli afferra senza tanti complimenti la mano e se la posa sul pancione che spunta da sotto il camice bianco.

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di Stefano Rodotà - Con gli ultimi provvedimenti, il profilo del governo "tecnico" si è ormai chiaramente definito e le caratteristiche dei suoi interventi rappresentano anche una messa in mora (una sfida?) per un mondo "politico" che non riesce a trovare una sua misura di fronte ad una novità che si conferma sempre più profonda. E i partiti devono fronteggiare anche una ineludibile questione: antipolitica o altrapolitica? Infatti, la lunga ondata antipolitica, alimentata ogni giorno da scandali e debolezze del sistema dei partiti, non può occultare il fatto che l'Italia sia pure un Paese pieno di politica, reattivo in forme né populiste né qualunquiste. Ma quest'altra politica viene temuta dai partiti, che magari ne parlano e poi la tengono lontana, la trascurano, continuano ad abbandonarsi all'esorcismo del "non cedere ai movimenti", formula divenuta ormai l'emblema dell'immobilismo e dell'autoreferenzialità. Così stando le cose, potranno i partiti realizzare quel mutamento che tanti invocano come indispensabile?

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di Francesca Marino -  Dietro alla morte dei pescatori e all'incidente diplomatico tra Roma e Delhi, lo spettro del passato coloniale e una campagna elettorale in corso. Il ruolo di Sonia Gandhi. La soluzione è più vicina di quanto sembri. Secondo un proverbio indiano, l’elefante passa e va. Ma se tu nel frattempo ti attacchi alla coda, sei destinato a beccarti in faccia i poco piacevoli prodotti del suo posteriore. L’aneddotto in questione è stato citato a Delhi da qualcuno - che per motivi abbastanza ovvi non desidera pubblicità - a proposito del ‘pasticciaccio’ della questione dell’Enrica Lexie e dei due marò italiani arrestati per l’omicidio di due pescatori che si trovavano a bordo del peschereccio St. Anthony.

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di Federico Rampini - Le grandi crisi partoriscono grandi idee. Così fu dopo il crac del 1929 e la Depressione. Per uscirne, l'Occidente usò il pensiero di John Maynard Keynes, scoprì un ruolo nuovo per lo Stato nell'economia, inventò le politiche sociali del New Deal e la costruzione del moderno Welfare State. Oggi siamo daccapo. L'eurozona sprofonda nella sua seconda recessione in tre anni. Gli Stati Uniti malgrado la ripresa in atto pagano ancora i prezzi sociali elevatissimi della Grande Contrazione iniziata nel 2008 (almeno 15 milioni di disoccupati). Ma dall'America una nuova teoria s'impone all'attenzione. Si chiama Modern Monetary Theory, ha l'ambizione di essere la vera erede del pensiero di Keynes, adattato alle sfide del XXI secolo.

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di Claudio Sardo - Non è vero che la tecnica può sostituire la politica. Non è vero che la Grande coalizione è la condanna ineluttabile per un Paese sempre in transizione. Non è vero che il vincolo esterno impedisce scelte alternative. Non è vero che la sola competizione possibile consiste nell’eseguire al meglio gli ordini degli organismi finanziari internazionali.
Non è vero che esiste un solo paradigma economico, incontestabile, non smentibile. È vero invece che c’è molto conformismo in giro. E opportunismo. Nel nostro bilancio pesa un deficit di pensiero critico. Le democrazie si nutrono di questo. E di coraggio. Se l’antipolitica cresce perché le istituzioni non appaiono più come decisori efficaci (e dunque deludono le domande di cambiamento, di equità, di mobilità sociale) di questo non si può dare solo colpa alla globalizzazione. I vincoli esterni ci sono, e sono anche aumentati. Ma la politica è appunto capacità di modificare l’inerzia delle cose.

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di Roberto Mania, da Repubblica Affari & Finanza - L’ossessione dell’articolo 18 per nascondere la nostra vera malattia: quella della bassa, bassissima, produttività. Ogni dieci anni lo scontro aspro sulla norma dello Statuto dei lavoratori confonde le acque, inquina la discussione, esalta i conservatori. Si combatte così una battaglia inutile, una battaglia persa per tutti, per sviare lo sguardo dalla ragione del nostro progressivo declino. Che riguarda tutti, nessuno escluso e che non dipende e non dipenderà dall’articolo 18. Abbiamo alle spalle due decenni persi: bassa crescita, bassi salari, bassa competitività. Scivoliamo in fondo in quasi tutte le classifiche globali sulle performance economiche, senza riuscire a risalire. Siamo immobili, con il Pil che, a parte le flessioni per le ripetute recessioni, non arriva più al 2%. Abbiamo perso quasi 30 punti di competitività rispetto alla Germania. Viviamo aggrappati a un modello di sviluppo che da anni non crea occupazione, che esclude i giovani, che dà a pochi una seconda chance. La ragione prima di tutto ciò sta proprio nel tracollo della produttività. Indossiamo da tempo la maglia nera in Europa. Servirebbe un patto per rilanciarla. Ma allora ciascuno (sindacati, industriali, banchieri e partitici politici) dovrebbe rimettere in gioco se stesso, uscire dalle rendite di posizione. Troppo rischioso. Sergio Marchionne aveva saputo porre il problema, ma non ha saputo risolverlo. Ha fatto il cowboy. Ed è una colpa.

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di Barbara Spinelli - PARLANDO dell'austerità che si impone a Atene, e delle riforme strutturali necessarie al ritorno della crescita, il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi è ricorso a un'immagine forte. In un'intervista al Wall Street Journal, il 23 febbraio, ha detto che quel che si profila in Grecia è un Nuovo Mondo. L'immagine è forte, e singolare, perché di Nuovi Mondi nessuno osa più molto parlare: tanti ne sono stati promessi, e le cose non sono andate bene. Generalmente quando si annunciano Nuovi Mondi se ne seppelliscono di vecchi, o perché falliti o perché malgovernati. Goethe, ad esempio, era convinto che la Rivoluzione francese non avrebbe spazzato via i monarchi come "vecchie scope", se questi fossero stati veri monarchi. Lo stesso si può dire oggi dell'Europa, che versa in condizioni ancora peggiori di quei re: la corona non l'ha persa; non l'ha mai pienamente avuta. Non esiste un impero europeo che governi il caos. Non esistono partiti europeisti che si battano contro l'impotente potenza dei nazionalismi, letale per l'Unione. Proviamo dunque a vederlo e pensarlo, il Nuovo Mondo proposto non solo a Atene ma a tutti noi.

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di Barbara Spinelli - Con molta, troppa facilità ci stiamo abituando a dire che la bancarotta greca non sarebbe poi la catastrofe paventata da anni. Il male, incurabile, basterebbe allontanarlo, asportando Atene dall'Eurozona come si fa con un'appendicectomia. Quel che conta è evitare il contagio, e non a caso il Fondo salva Stati si chiama d'un tratto Firewall, muro parafuoco che serve a proteggere i sistemi informatici dalle intrusioni: che salverà chi è ancora dentro (l'Italia, per esempio) da chi, nell'ignominia, sta cadendo fuori. Come la linea Maginot che i francesi eressero per proteggersi dagli assalti tedeschi negli anni '20-'30, Firewall evoca gli universi chiusi della clinica e della guerra: il miraggio d'un muro inviolabile rassicura, anche se sappiamo bene come finì il fortilizio francese. Cadde d'un colpo. Lo storico Marc Bloch parlò di strana disfatta perché il tracollo era avvenuto negli animi, prima che lungo la Maginot: "nelle retroguardie della società civile e politica", prima che al fronte.

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di ILVO DIAMANTI - NON E' FACILE prevedere che ne sarà dei partiti e del sistema partitico italiano, dopo il governo Monti. (Mi accontento di prevedere il passato. E non sempre mi riesce bene.) Tuttavia, mi sentirei di avanzare un'ipotesi. Facile. Nulla resterà come prima. L'esperienza del governo tecnico, infatti, sta mettendo a dura prova la tenuta dei principali partiti, ma anche  -  soprattutto  -  delle alleanze e delle coalizioni precedenti.

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