Apertamente

di Riccardo Pennisi - Il presidente non si è ancora ricandidato ufficialmente, ma la campagna elettorale per l'Eliseo è già iniziata. In vantaggio l'esponente del Partito socialista. Il peso del centrista Bayrou e del Fronte nazionale di Le Pen. Il fattore-Merkel.
Le elezioni che tra novanta giorni decideranno il nuovo presidente della Repubblica francese si annunciano aperte e imprevedibili. Nicolas Sarkozy, non ancora candidato ufficialmente, affronta una campagna elettorale in salita: la brutta situazione economica che vive il paese ha originato una profonda crisi di sfiducia nell'opinione pubblica, che, per ora, si riflette in sondaggi tutt'altro che incoraggianti.

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di Antonio Menniti Ippolito - Al desiderio di partecipazione condiviso attraverso il passaparola digitale che ha caratterizzato in questi ultimi mesi le piazze d’Italia e del mondo, non ha saputo ancora dare risposta una politica che appare di colpo invecchiata, spaventata, arroccata nella difesa di se stessa. È tempo che la politica riprenda in mano le sue sorti e quelle del paese, con i fatti e non con parole vuole. Il 2011 e l’inizio di questo 2012 sono stati caratterizzati, un po’ in tutto il mondo, da un desiderio di partecipazione diffuso che ha riempito le piazze – non sempre pacificamente –; ha incendiato il web e, spesso e volentieri, ribaltato nelle urne ogni previsione. Zuccotti Park e tanti altri luoghi negli Stati Uniti si sono riempiti di manifestanti contro il predominio sulla politica della grande finanza; in India la protesta ha spadroneggiato per diverso tempo nella scena politica appoggiando i digiuni dell’attivista Anna Hazare intenzionato ad imporre una severa legislazione contro la corruzione; il Nord Africa e il Medio Oriente si sono sollevati rimuovendo fino ad ora tre regimi; la Spagna ha proposto il modello degli indignados; mobilitazioni di diverso genere e intensità (dai movimenti No TAV, alla mobilitazione “dei Forconi”, alle proteste corporative) animano la nostra penisola. In Cina, in Russia, in Israele… ovunque si accende la protesta, spesso multi-direzionale, e un desiderio di partecipazione spesso accompagnato da un’ancora più forte voglia di punizione, da un’ansia di risarcimento.

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di Michele Prospero - Con un tesoriere appena sorpreso con le mani nel sacco, la campagna di delegittimazione dei partiti assume toni sempre più parossistici. Mentre i media colpiscono il ventre molle di partiti indifendibili percepiti come custodi di cospicui tesoretti, è quasi una insensata provocazione provare a riflettere con freddezza sul nesso accettabile tra politica e denaro pubblico.  Per affrontare la controversa faccenda dei costi della politica è opportuno anzitutto chiedere: i partiti servono o no?
Per molti osservatori la risposta è negativa. Il sogno dei grandi apparati industriali e mediatici è quello di scacciare i partiti per determinare non solo l’agenda politica, ma anche per designare comodamente il personale politico più gradito cui affidare in appalto la leadership. Cosa è successo nella Seconda Repubblica? Un’azienda mediatica è diventata un partito-personale con un centro assoluto di comando proteso alla cura di interessi parziali. Gli altri media hanno provato gusto nel chiedere la tessera numero uno, nel raccomandare la costruzione di partiti liquidi sui quali esercitare più agevolmente un potere di direzione, consiglio, rimbrotto, scambio.

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di SUSANNA CAMUSSO - Riforma del lavoro, ecco il piano Fornero contratto unico, più soldi se lavori a termine. CARO DIRETTORE, nel suo editoriale di ieri Scalfari cita un'intervista a Luciano Lama, della quale si tralascia di ricordare le affermazioni sui profitti e sulla funzione "programmatica" dell'accumulazione che è fondamentale nel pensiero di Lama, e nella svolta dell'Eur. La Cgil oggi, come Lama ieri, mette al centro occupazione e lavoro, ma mentre allora i salari crescevano, anche se molto erosi dall'inflazione, oggi siamo alla perdita sistematica del loro potere d'acquisto e ciò rappresenta una ragione importante della recessione in atto. La distribuzione del reddito tra profitti e retribuzioni non aveva lo squilibrio di oggi. Tutti, ormai, leggono in questa diseguaglianza la ragione profonda della crisi che attraversiamo e il motivo per cui le politiche monetariste non ci porteranno fuori dal guado.

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di Guido Rossi - Gira su internet la seguente frase, datata nel 55 A.C., attribuita a Marco Tullio Cicerone: «Il bilancio nazionale deve essere portato in pareggio. Il debito pubblico deve essere ridotto; l'arroganza delle autorità deve essere moderata e controllata. (...) Gli uomini devono imparare di nuovo a lavorare, invece che vivere di pubblica assistenza». La frase, che sembra dettata dalla signora Angela Merkel e dai Governi europei, in verità non è affatto di Cicerone. La citazione, tratta da una biografia romanzata, scritta nel 1965 da Taylor Caldwell, A Pillar of Iron, è un falso, come aveva già dimostrato il professor Collins fin dal 1971; ciò nonostante, essa è stata abbondantemente abusata persino dall'Ocse e dal Fondo monetario internazionale, alla ricerca di autorevoli precedenti a giustificazione della loro politica monetaria. Le politiche europee che si sono ispirate ai principi del falso Cicerone hanno poi provocato una serie di proteste che caratterizzano un po' ovunque la vita sociale dei Paesi globalizzati. Così è anche per le ultime "liberalizzazioni" del Governo italiano. Eppure queste dovrebbero favorire la concorrenza e dunque alla fine giovare all'interesse degli autotrasportatori, dei tassisti, dei farmacisti, dei pescatori, degli agricoltori e degli avvocati, dirette a eliminare strutture arcaiche alle quali nessuno aveva mai posto mano.

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di BARBARA SPINELLI - C'È una parte di verità, in quel che Mario Monti ha detto  -  a RepubblicaTv  -  sul modo in cui è stata interpretata la sua idea del lavoro fisso ("Diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!"). Citato fuori dal contesto, quel che ha aggiunto subito dopo è finito in un buco nero: "È più bello cambiare e accettare nuove sfide, purché in condizioni accettabili. Questo vuol dire che bisogna tutelare un po' meno chi oggi è ipertutelato, e tutelare un po' più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci".

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di Claudio Sardo - Lo scontro sull’articolo 18, e più in generale sul mercato del lavoro, può cambiare il segno del governo Monti. Era nato per affrontare l’emergenza economica e ricostruire, dove possibile, la tela strappata del patto sociale: ora può virare e tornare sulla rotta che ci ha portato nella crisi e che Berlusconi, per limiti propri, non è stato capace di tenere. La modifica dell’articolo 18, nel senso di liberalizzare i licenziamenti per motivi economici, non serve ad aumentare le dimensioni delle piccole imprese italiane, né ad attirare gli investimenti stranieri, né ad accrescere la produttività del sistema-Paese. Lo sanno tutti, e lo dicono apertamente pure gli economisti di scuola liberista. La questione è diventata invece un simbolo politico, un’arma puntata contro il potere contrattuale residuo dei lavoratori, contro il sindacato e contro l’autonomia dei corpi intermedi.

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di Guido Viale - Misurarsi con il governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo. Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare. Ma a governare non è né Monti né l'Europa, ma la finanza internazionale che decide per entrambi. Le misure adottate - "salvaitalia" e "crescitalia" - non avranno alcun effetto di stabilità, come non lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof. Fornero. Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto. Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi è perché Monti le ha dato un altro po' di succo da spremere, esattamente come era successo in Grecia, fino a nuovo ordine.

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di EUGENIO SCALFARI  - Riforma del lavoro, ecco il piano Fornero contratto unico, più soldi se lavori a termine. Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliono esser coerenti con l'obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea.

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di Michele Smargiassi - Dagli indignati ai grillini, da Celentano a Grillo, proclamare la fuga sprezzante o snob o furbesca dalla geografia dell'agorà è una strategia d'immagine che paga sempre. Ma è davvero possibili sottrarsi alle categorie che hanno scolpito la geografia politica della modernità? “Sopra”, “oltre”, “avanti”, “altrove”: deve convocare un'intera famiglia di avverbi di luogo chi vuole evadere la topografia politica del Novecento, disposta su una linea che corre da destra a sinistra. Affermare “non sono né di destra né di sinistra” rientra, è vero, nel diritto d'opinione del singolo cittadino, ma che succede quando il verbo viene coniugato al plurale collettivo, “non siamo né di destra né di sinistra”, quando è un movimento politico che rifiuta di collocarsi sugli assi cartesiani della democrazia occidentale? Succede che qualcuno gli ritorce addosso la furbizia: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra…».

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