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di Emilio Carnevali - Nella copiosa letteratura sulla crisi fiorita negli ultimi tempi il libro di Mario Pianta – "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa" – ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio: quali sono le cause profonde del declino italiano? Perché su di noi la crisi ha avuto conseguenze peggiori che negli altri paesi europei? Come uscirne? La precipitosa caduta dai “cieli azzurri” berlusconiani della quale il nostro Paese è stato recentemente protagonista ha lasciato dietro di sé una scia. Le sue origini si perdono nella fantasmagoria del “nuovo miracolo italiano” promesso all'inizio del millennio dall'“imprenditore prestato alla politica” (ed evocato anche dall'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio). Il suo ultimo tratto, però, è ancora ben visibile ad occhio nudo e può essere a sua volta suddiviso in segmenti più piccoli, come gradini di una discesa sempre più rapida e rovinosa: dalla negazione più risoluta della crisi siamo passati all'ormai famoso «fattore psicologico» tirato in ballo per dare ragione della vendetta che l'economia reale si stava prendendo sugli slogan politico-pubblicitari. Quando poi non è stato più possibile negare l'evidenza è cominciato il mantra della crisi che c'è, «ma noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri»; oppure della crisi che c'è, «ma il governo ha risposto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani».

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di Emilio Carnevali - L'ultima volta che mi è capitato di assistere dal vivo ad un'apparizione pubblica di Bossi è stato un paio di anni fa al grande raduno di Pontida. Il nome di Umberto Bossi è stato invocato da tutti i singoli oratori che si sono succeduti sul palco dalla mattina fino verso le 13, quando ha preso la parola lui. Con passo incerto – e appoggiandosi al figlio Renzo – si è trascinato verso il microfono e ha biascicato un discorso sconclusionato di circa una quarantina di minuti. Molto spesso si fermava guardando nel vuoto, visibilmente confuso, disorientato e incapace di riprendere il filo. A quel punto le alternative erano due: o lui stesso faceva partire un «Padania Libera!» sollecitando la risposta della folla con uno sbilenco pugno chiuso, oppure erano i militanti a riempire l'imbarazzato silenzio con qualche coro. Più raramente Bossi colmava i vuoti con scenette estemporanee, tipo il dito medio rivolto a un giornalista del Corriere della Sera che si trovava sotto il palco e cose di questo genere.

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di Christian Elia - Il 6 aprile del 1992 iniziava una spaventosa guerra, destinata a finire solo tre anni dopo lasciando una devastazione che fatica a sanarsi. Vent'anni dopo la Bosnia è una 'etno-democrazia', ancora lacerata da divisioni etniche a cui si aggiungono forti tensioni sociali. ''Svegliatemi quando è finita la transizione'', recita una scritta su un muro nei pressi della facoltà di Filosofia di Sarajevo. Oggi, venti anni dopo. Mentre in tutto il mondo si commemora il ventennale della guerra in Bosnia-Erzegovina, il Paese tenta di liberarsi della clessidra di pietra nel quale è rinchiuso dal 6 aprile 1992, data che gli storici identificano come inizio di un conflitto che in realtà era iniziato qualche giorno prima.

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di Alberto Lucarelli - La dimensione politica - e non solo - che sta assumendo il dibattito intorno ai beni comuni, e talvolta anche le sue odiose strumentalizzazioni, mi spingono ad alcune riflessioni di natura giuridica sull'argomento.
Vorrei cercare, soprattutto, di contribuire a spiegare quali sono i motivi per i quali un gruppo di giuristi, ormai da circa un decennio, in Italia, anche attorno alla Commissione Rodotà (incaricata nel 2007 di elaborare uno schema di legge delega per la riforma della disciplina codicistica della proprietà), ragiona su tale categoria tentando di trasporla sul piano del diritto positivo.

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di Emilio Carnevali - Parafrasando Brecht cercheremo di inserirci nel vivace dibattito in corso sulla legge elettorale sedendoci direttamente dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti sono già occupati.
E la parte del torto – ça va sans dire – è quella della “famelica casta” che in questi giorni si sta mettendo d'accordo alle spalle dei cittadini. In molti hanno gridato al “grande inciucio” ordito dall'ormai famigerato gruppo ABC (dai leader della maggioranza parlamentare Alfano, Bersani, Casini).

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di Andrea Rossini - I media di tutto il mondo sono tornati a Sarajevo per ricordare quanto avvenuto 20 anni fa nel cuore dell'Europa. La capitale bosniaca commemora i propri morti e inaugura un importante museo virtuale dell'assedio. Ma è il presente a reclamare attenzione. I veterani di fronte al Parlamento di Sarajevo, avvolti nelle tute mimetiche, scaldano il caffè nei fornellini da campeggio. Elvir, 45 anni, mi spiega le ragioni della protesta. Sono stati pensionati anticipatamente dalle forze armate della Bosnia Erzegovina, ma i soldi per le pensioni non ci sono. “Abbiamo fatto i soldati per 20 anni, non sappiamo fare altro”. Quattro di questi anni li hanno trascorsi in guerra, combattendo gli uni contro gli altri. Sotto le tende, montate da 15 giorni nel traffico incessante della Zmaja od Bosne, ci sono infatti serbi, croati e bosgnacchi. Il loro status, nella Bosnia di Dayton, è lo stesso. Anche i loro volti sono identici. Sono facce da sconfitti.

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di Azra Nuhefendić - Un ricordo lucido e intenso dell’inizio dell’assedio di Sarajevo, gli amici che diventano nemici e gli amici che abbandonano la città. L’incredulità di fronte al tragico accadere della guerra. Da quando ho letto che, vent’anni fa, anche il generale bosniaco Jovan Divjak non credeva che sarebbe scoppiata la guerra a Sarajevo, mi sento meno idiota. Anch’io, come il generale, non prendevo sul serio i chiari segnali premonitori, le situazioni inconfondibili. Non ci credevo, o non volevo crederci. Persino il giorno dopo il primo attacco su Sarajevo, tra il cinque e il sei aprile 1992, continuavo a dubitare. E così come me molti vicini, amici, colleghi, familiari.

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di Marco d'Eramo - Ieri la Spagna ha incrociato le braccia ed è scesa in piazza. Ma quanti anni dovremo aspettare prima di poter scrivere che a proclamare lo sciopero generale e a invadere le piazze è stata l'Europa, non questo o quel paese? Perché l'asimmetria è lampante. Da un lato c'è una destra europea che si muove all'unisono, con una concertazione continentale, con una meditata strategia transnazionale, con la tedesca Angela Merkel che fa campagna per il francese Nicolas Sarkozy: e non sottovalutiamo quest'appoggio elettorale, perché in esso vediamo il primo emergere di un vero partito conservatore europeo, di un'inedita dimensione partitica sovranazionale: in precedenza, a fare l'Europa erano stati Valéry Giscard d'Estaing (destra) ed Helmut Schmidt (socialdemocratico) e poi François Mitterrand (socialista) ed Helmut Kohl (democristiano), cioè Francia e Germania, non la destra o la sinistra delle due rive del Reno.

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di Antonio Musella* e Leandro Sgueglia* - Durante l'ultimo secolo di storia, nella definizione delle forme di vita associata, la parola-concetto “democrazia” è sempre stata affiancata da un'ulteriore specificazione. Liberale, neoliberale, rappresentativa sono stati gli attributi delle forme democratiche negli ultimi sessant'anni, almeno in quella fetta di mondo che ha goduto della maggior parte delle attenzioni analitiche e mediatiche. Diretta, reale, partecipata, sono state invece le forme futuribili auspicate da chi ha avvertito, in questi medesimi decenni, l'esigenza di una trasformazione del modo di esercizio del «potere del popolo».

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di BARBARA SPINELLI - C'È QUALCOSA che zoppica molto, nel giudizio che il Premier dà dell'Italia, della sua preparazione ad accettare le volontà del governo. Sostiene Mario Monti che "se il Paese non è pronto" lui se ne va, non sta aggrappato alla poltrona come i vecchi politici. Ma lo vede, il Paese? E sullo sfondo vede davvero l'Europa, come promette, o percepisce solo l'austerità sollecitata in agosto dall'Unione? In realtà l'Italia sarebbe più che pronta, se solo le si dicesse la direzione in cui si va, l'Europa diversa che si vuol costruire, la democrazia da rifondare a casa ma anche fuori: lì dove si sta decidendo, ben poco democraticamente, la mutazione delle nostre economie, delle nostre tutele sociali, del lavoro.

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