Apertamente

di Matteo Zola da East Journal del 3/4/2018 - C’è una storia che non abbiamo capito, e continuiamo a non capire, ed è la storia dell’Europa centro-orientale. Il vizio di guardare a Praga, a Budapest, a Varsavia con le stesse categorie concettuali con cui si guarda a Parigi, Londra e Berlino, è antico. L’errore di prospettiva risulta ancora più evidente per gli eventi del secolo scorso, e in particolare per la Primavera di Praga. Breve riassunto dei fatti. I fatti sono noti. Era il 5 gennaio del 1968 quando Alexander Dubček venne eletto segretario del Partito comunista cecoslovacco, un’elezione che portò alle dimissioni del vecchio Antonín Novotný dalla carica di presidente, il tutto con il benestare di Breznev il quale non poté, almeno in un primo momento, ignorare il sostegno che Dubček aveva nel partito e nel paese. Il 22 marzo dello stesso anno prese avvio quella stagione di riforme destinate a costruire il “socialismo dal volto umano“. Riforme economiche ma anche politiche, votate a una maggiore democrazia pur nell’alveo del monopartitismo. Un contributo essenziale a quella stagione venne dagli intellettuali raccolti intorno alla rivista Literární listy che, sfidando apertamente la censura, denunciarono l’oppressione di Novotný senza incorrere in conseguenze. Una nuova stagione di libertà sembrava iniziare. Furono i carri armati sovietici a interromperla bruscamente quando, il 21 agosto, entrarono a Praga ristabilendo il tallone di ferro brezneviano.

La Primavera di Praga è, da allora, il simbolo della ricerca di libertà e democrazia da parte dei popoli sottoposti alla cattività sovietica. Eppure, in quel 1968, la Primavera di Praga non trovò nei movimenti studenteschi e nelle lotte operaie quel solidale sostegno che sarebbe stato necessario. Né lo ebbe dai partiti comunisti europei. Perché?

“Praga è sola”, l’indifferenza dell’occidente

Cinquant’anni dopo quei fatti un libro ci aiuta a capire: “Il sessantotto sequestrato“, a cura di Guido Crainz¹, porta il lettore nella temperie dell’epoca e una cosa, subito, appare chiara: l’occidente non capì. Il “sessantotto” di Parigi, Torino, Trento, Berkeley, non seppe e non volle comprendere le ragioni di Praga. Accuse di “controrivoluzione” piovvero sulle proteste, le richieste di un ‘socialismo dal volto umano’ vennero bollate come eresia, l’invasione militare sovietica trovò l’appoggio dei partiti comunisti. Il maggio francese non fu meno indifferente alle sorti di Praga e solo qualche timido segnale di solidarietà giunse da oltre oceano: “Welcome to Prague” stava scritto sui muri dell’università di Berkeley all’indomani della repressione poliziesca. Ma fu troppo poco.

“Prigioniero dell’ideologia – scrive Crainz –  il movimento studentesco finì per rinchiudersi in essa”. La nascente sinistra extraparlamentare italiana riuscì a vedere nella primavera praghese “solo il ritorno al sistema capitalistico”. Posizioni estreme si registrarono nella stampa fedele all’ortodossia marxista che descrive gli studenti di Praga come “revisionisti che hanno tradito il loro popolo”².

Non servirono le parole di Umberto Eco, che andò a vedere di persona quel che stava accadendo, a ricordare che “non c’è traccia di reazione di destra” nella Primavera, e non bastò la lucida e profonda conoscenza della politica e cultura boema di Angelo Maria Ripellino: l’ideologismo manicheo ebbe il sopravvento.

Di fronte all’invasione il Partito comunista italiano si trovò diviso. Crainz riporta i verbali dell’Ufficio politico del PCI, con un Terracini deciso “a non smussare gli angoli” e un Pajetta pronto a “non pagare certi prezzi nemmeno se si dovesse rinunciare a un’edizione dell’Unità” (riferimento, questo, ai finanziamenti sovietici). Ma occorreva evitare di “porre come motivo centrale la questione della democrazia nei paesi socialisti”, per dirla con Amendola, e così il partito finì per smussarli quegli angoli, anche a causa delle pressioni “e minacce” sovietiche. Una posizione che non piacque a tutti. “Praga è sola“, titolò allora il Manifesto, pagando con l’estromissione dal partito. Ma nemmeno il gruppo del Manifesto, che pure sostenne il dissenso cecoslovacco come quello di altri paesi dell’est, accettò la natura democratica delle proteste praghesi, convinto che “dallo stalinismo si esce solo a sinistra” e rimanendo fedele ai riferimenti culturali maoisti.

Differenze sessantottine

Nel complesso, la sinistra italiana ed europea non capirono. I ragazzi di Praga cercavano democrazia, quelli di Parigi e Torino volevano distruggerla, la democrazia, o quantomeno superarla ritenendola colpevole di avere promosso la società dei consumi, le disuguaglianze sociali, gli interventi militari. Le differenze non finiscono qui. “Lo scarto comincia dalle immagini del corpo – scrive Anna Bravo – guerriero, giovane, preferibilmente maschile nel Maggio francese e nelle lotte dell’Europa occidentale. Inerme, di diverse età, di donne e uomini, vulnerabile, nella resistenza dei cecoslovacchi”. Oltre alla rappresentazione iconica, sono i riferimenti storici a differire: “per gli studenti occidentali, il Vietnam; per i cechi e i polacchi, l’Ungheria del ’56”.

Non da ultimo, il comunismo stesso è oggetto di una diversa riflessione. Per i ragazzi di Praga – scrive ancora Anna Bravo –  “il comunismo è un nemico fatto di gulag, carri armati, polizie segrete, censura, paura”, […] “è quantomeno un avversario da sottoporre a critica, che ha bisogno di scoprire il valore della democrazia”. Per i ragazzi italiani e francesi il comunismo è “un melting pot” in cui si coagulano esperienze tra loro diversissime, dal maoismo a Che Guevara, da Rosa Luxembourg a Lenin.

Il quarto tradimento di Praga

Colpisce come la contestazione sessantottina si sentisse idealmente più vicina e partecipe alle vicende latino-americane che a quelle europee. Praga (e con essa tutta l’Europa orientale) era un altrove, lontana distanze siderali nella concezione occidentale dell’epoca. Qualsiasi ragionamento sull’unità europea non può dimenticare questa amara verità: ancora oggi una strage a Bucarest, Zagabria, Varsavia, trova minore eco che una strage a Miami.

Scriverà Milan Kundera che il Maggio parigino è stata “un’esplosione di lirismo rivoluzionario. La Primavera di Praga un’esplosione di scetticismo post-rivoluzionario”. Ma non è soltanto la sinistra a rendersi complice della repressione, anche i governi occidentali si astengono dall’esercitare su Mosca una seria pressione. “E’ il quarto tradimento – scrive Anna Bravo – dopo l’inerzia di fronte all’invasione nazista del 1939, l’assegnazione della Cecoslovacchia alla sfera d’influenza sovietica, il ‘colpo di stato’ comunista del 1948″.

Praga fu sola. Al’indomani dell’invasione sovietica cominciò lo sconfortante esercizio dei distinguo³: “né con l’invasore sovietico, né con i controrivoluzionari praghesi”. Ancora questa accusa di controrivoluzione, la condanna fu la repressione militare. L’anatema all’occidente lo lanciò infine Jan Palach, bruciandosi vivo nel gennaio del 1969. Ma ancora, di fronte a quella morte, “molti restarono indifferenti, qualcuno addirittura ostile”. Eppure qualcosa sopravvisse alla repressione, all’esilio, alle persecuzioni, al carcere. Nel 1977 nascerà “Charta 77” e la lotta alla dittatura comunista ritroverà decisivo vigore.

Aria di “controrivoluzione”

“Controrivoluzione“, abbiamo detto, fu l’accusa rivolta alla Primavera di Praga. “Controrivoluzioni” vennero chiamate anche quella ungherese del 1956, o quella di Velluto del 1989, e in generale tutti i movimenti di opposizione al socialismo reale promossi da forze liberali e democratiche, ansiose di restituire alla nazione l’indipendenza perduta durante la cattività sovietica. Controrivoluzionaria è stata l’attività di Solidarność – il sindacato polacco da cui anche il PiS deriva –  o del Magyar Demokrata Fórum, impegnati nella lotta contro i regimi socialisti in Polonia e Ungheria, come anche quella del Fiatal Demokraták Szövetsége (Fidesz) l’alleanza dei giovani democratici fondata dal venticinquenne Viktor Orbán nel 1988.

Si trattava di movimenti di ispirazione cattolica, nazionalista e liberale che proponevano un’alternativa democratica per il proprio paese, lottando contro i regimi comunisti ma anche contro l’idea – quella della rivoluzione socialista – che essi incarnavano. Una lotta dalle profonde radici, di cui i partiti nazionalisti di oggi si sentono eredi. Questo per dire che, come nel 1968 l’Europa occidentale non capì quella orientale, oggi si corre un rischio non dissimile attribuendo ai governi di Praga, Budapest e Varsavia, caratteristiche che non hanno: tacciati di populismo, euroscetticismo, nazionalismo, quei paesi rischiano di non venir compresi nella loro specificità. La Primavera di Praga ci ha insegnato a non giudicare con le nostre categorie le esperienze politiche, le vicende sociali, il divenire storico dell’Europa centro-orientale. Le nostre parole d’ordine, che tutto appiattiscono in una vuota scomunica, non aiutano a capire. Quanto in questi anni sta avvenendo a Praga, a Varsavia, a Budapest non piove dal cielo ma è il risultato di precise condizioni storiche che non possiamo ignorare. Pena l’ennesimo tradimento.



1 – “Il sessantotto sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni“. A cura di Guido Crainz. Saggi di Pavel Kolar, Wlodek Goldkorn, Nicole Janigro, Anna Bravo. Donzelli editore, Roma 2018

2 – da “Lavoro Politico”, marzo-aprile 1968, citato in “Il sessantotto sequestrato“, Donzelli 2018

3 – a latere, gli stessi distinguo non sono mancati in riferimento alla cosiddetta “Rivoluzione di Maidan” andata in scena in Ucraina nel 2014: “né con l’invasore russo, né con il governo ucraino” è stata (ed è) una posizione diffusa che, forse, pecca d’ignavia nei confronti di un paese che paga il prezzo di aver tentato la libertà sperimentandone le contraddizioni. Pensare a Praga può aiutarci a capire Kiev?

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