Apertamente

di Marco Almagisti e Paolo Graziano, da Italiani Europei del 26/10/2017 - Perché è necessario recuperare il “socialismo”, al netto delle sue declinazioni partitiche, nel caso italiano? In fondo, con l’eccezione della penisola iberica, i partiti socialisti sono in serie difficoltà un po’ ovunque in Europa. In realtà, se consideriamo il termine socialismo quale importante richiamo ad aspirazioni di giustizia che hanno attraversato la storia dell’Occidente e all’idea di “portare avanti quelli che sono nati indietro”, la sua attualità sta proprio nell’esigenza di prendere sul serio l’impegno a combattere le diverse forme di esclusione e diseguaglianza che hanno impoverito e reso meno sicure le nostre società, nella consapevolezza che il benessere o è collettivo o non è. Una feconda linea di analisi politica, che possiamo far risalire a Nic­colò Machiavelli, invita a studiare la politica attraverso il prisma dei conflitti. Lungi dall’essere una patologia, il conflitto è un orizzonte sempre possibile – e più che talvolta auspicabile – all’interno di so­cietà minimamente plurali. Fra gli scienziati politici del Novecento, soprattutto Stein Rokkan traduce l’insegnamento machiavelliano in un coerente – e vastissimo – programma di ricerca, orientato a rico­struire la mappa geopolitica dell’Europa moderna attraverso il succe­dersi di giunture critiche, linee di frattura della società, conseguenti identità collettive generate a causa di queste linee di frattura e, infine, formazioni partitiche sorte al fine di rappresentare le diverse posizio­ni in conflitto nelle istituzioni.1 Il riferimento al ruolo dei partiti – e di altri attori intermedi – è cruciale nella lezione di Rokkan, in quan­to la loro azione può condizionare la modalità di ricomposizione dei conflitti, evitando dinamiche distruttive e laceranti.

I conflitti che attraversano le società moderne sono molteplici e sol­tanto quelli più intensi si trasformano in autentiche linee di frattura, in grado di formare identità collettive durevoli. Nonostante siano categorie nate – in piena Rivoluzione francese – all’interno delle istituzioni rappresentative, le categorie di “destra” e “sinistra” sono solitamente correlate a una linea di frattura caratterizzante le società moderne: la linea di frattura fra “capitale” e “lavoro”, che oppone gli interessi dei proprietari dei mezzi di produzione e dei lavoratori. Quest’ultima frattura ne produce un’altra, che si origina nella Ri­voluzione bolscevica, e divide il campo della sinistra – anche se ha conseguenze sull’intera società. Essa ha per oggetto l’egemonia sul movimento operaio e contrappone i partiti socialisti, divenuti “leali” nei confronti delle regole del proprio sistema politico nazionale, ai partiti comunisti, allineati a Mosca sul piano internazionale. Questa contrapposizione ha immediate conseguenze anche di politica inter­na, nella quale si delineano posizioni riformiste e gradualiste nelle fila dei socialisti e posizioni rivoluzionarie fra i comunisti.

La linea di frattura fra socialisti e comunisti non spacca il movimento operaio in due porzioni equivalenti: nei diversi Stati nazionali è una minoranza a seguire il richiamo rivoluzionario. Tuttavia, nell’Italia repubblicana, la formazione numericamente più consistente della sinistra è il Partito comunista: se alle elezioni per l’Assemblea Costi­tuente del 1946 il PSI ottiene il 20,7% contro il 18,9% del PCI, già alle elezioni politiche del 1953, il PCI conquista il 22,6%, contro il 12,7% del PSI (nel 1948, i due partiti, riuniti nel Fronte Democratico Po­polare avevano ottenuto un 30,9%, molto lonta­no dal 48,5% della DC). La spiegazione dell’af­fermazione del Partito comunista è legata in modo sostanziale al peculiare radicamento che esso realizza nella società italiana, costruito du­rante la Resistenza e la transizione dal fascismo all’Italia repubblicana,2 che gli consente di “aderire alle pieghe della società” e, nell’Italia centrale, di costruire una “subcultura politica” particolarmente longeva. In particolare, se si volge lo sguardo alle vicende delle società locali, è possibile ricostruire anche a livello mi­cro-politico l’impatto della repressione fascista sugli insediamenti del Partito socialista, che fu il primo partito di massa italiano, in grado, come ha sottolineato Maurizio Degl’Innocenti, di rivitalizzare quel­le antiche tradizioni comunali dell’Italia centrale che da molti sono considerate alla base della tradizione civica tipica di quelle aree.3 Pa­rimenti, ricerche come quella condotta da Mario Caciagli nel Medio Valdarno Inferiore illustrano bene le modalità attraverso cui il PCI riesce a diventare una forza egemone nelle campagne toscane durante la Resistenza, assecondando le spinte rivendicative dei mezzadri, for­temente penalizzati dalle politiche del regime, dando vita a un sin­golare impasto di senso di appartenenza alla società locale, identità collettiva antifascista, fiducia nel partito che più era apparso coerente nella lotta contro il regime.4 Una “subcultura politica”.

Il PCI condivide con la DC l’essere un partito con legittimazione esterna:5 se lo sponsor della DC è il Vaticano, quello dei comunisti è il Comintern. Per effetto di tale sponsorizzazione, il PCI deve con­vivere con un elemento di ambiguità: i comunisti perseguono l’inte­grazione piena nel sistema democratico, propugnando una strategia di “unità nazionale”, pur mantenendo nella propria cultura politica il riferimento a un modello alternativo di società, vivificato dal le­game con l’URSS. Tale condizione non produce soltanto conflitti fra le diverse anime del gruppo dirigente comunista, bensì indica una potenziale tensione nel partito lungo l’asse centro-periferia, fra la politica di collaborazione nazionale perseguita dal “centro” e i ri­chiami rivoluzionari riprodotti nelle “periferie” del partito. Pertanto, il PCI poteva produrre uno straordinario dibattito sui rapporti fra la democrazia e il socialismo, pensare a nuovi scenari, come accade con la proposta di “compromesso storico” avanzata da Enrico Berlinguer, e tuttavia caratterizzarsi per un forte insediamento nelle aree “rosse” dell’Italia centrale, in cui ancora negli anni Ottanta molti militanti ritenevano l’URSS un modello sociale di riferimento.6

Neppure il Sessantotto riesce a risolvere il rapporto fra il PCI e la propria matrice sovietica. Lungi dall’essere soltanto un movimento caratterizzante le classi privilegiate dell’Occidente, come pure è stato in molte sedi descritto, nei paesi dell’Europa orientale il Sessantotto si traduce in una rivolta contro le dittature comuniste e, soprattutto durante la Primavera di Praga, diviene una lotta contro l’imperia­lismo sovietico, in grado di mobilitare segmenti eterogenei di so­cietà che si riveleranno poi decisivi nel crollo del socialismo reale nel 1989.7

Sin dalle prime fasi della contestazione, in Italia gli studenti cercano di costruire connessioni con altri soggetti sociali, quali soprattutto i lavoratori, e il PCI è l’unico grande partito della sinistra europea a tentare di costruire un rapporto, sebbene difficile, con i movimenti del Sessantotto.8 Si tratta di una giuntura storica molto delicata per la politica del nostro paese, e per la sinistra in particolare. Il com­portamento dei comunisti italiani di fronte a questa giuntura critica influenzerà gli sviluppi successivi del nostro sistema politico: nell’a­gosto del 1968 il PCI condanna l’invasione so­vietica di Praga e tale presa di posizione sembra preludere a una revisione della collocazione in­ternazionale del partito e a una maggior collabo­razione in seno alla sinistra italiana fra comunisti e socialisti. Infatti, in questo frangente affiora in parte rilevante del gruppo dirigente comunista la volontà di emanciparsi da Mosca. Eppure, nella sinistra italiana, l’interlocutore del “dissen­so” emergente nei paesi dell’Est non sarà il PCI, bensì il PSI: la classe dirigente comunista ritiene che la rimozione del divieto di accesso al governo nazionale dipenda soprattutto dalla “distensio­ne”, ossia dal miglioramento dei rapporti fra Est e Ovest, anziché da un allontanamento del PCI dai regimi dell’Est. In questo modo, il PCI perde un’occasione decisiva per recidere il proprio legame con l’URSS e per condividere con il vasto mondo dei propri iscritti, simpatizzanti ed elettori, un confronto sui capisaldi della propria cultura politica – che pure avviene ai vertici del partito.9

Pertanto, il Sessantotto scuote la società italiana, ma non risolve l’a­nomalia politica alla base della democrazia repubblicana, costituita da una sinistra attraversata da una linea di frattura che contrappone un PSI minoritario a un PCI maggioritario e fortemente radicato nelle regioni dell’Italia centrale, ma inabilitato ad assumere respon­sabilità di governo a livello nazionale perché considerato partito “an­tisistema”.10 Da questa “anomalia” consegue l’assenza di alternative praticabili alla centralità del partito di maggioranza relativa, quella Democrazia Cristiana che sembra il perno inamovibile dell’intera vita pubblica del paese. Eppure, proprio in quegli anni si stanno ar­ticolando processi destinati a modificare in maniera irreversibile quel rapporto fra democrazia repubblicana e società italiana garantito dalla mediazione e dal controllo dei partiti di massa.11 L’ancoraggio dei due grandi partiti (DC e PCI), in grado di supplire con la loro cultura politica e la loro forza organizzativa al deficit di legittimità delle istituzioni nazionali, viene eroso dai processi di modernizzazio­ne sociale e dalla stessa contestazione sessantottina.

In virtù del proprio straordinario radicamento sociale e territoriale il PCI beneficia elettoralmente degli effetti della socializzazione poli­tica del Sessantotto: mentre fra il 1946 e il 1972 i rapporti di forza fra i partiti di governo e le opposizioni di sinistra non avevano avuto grandi cambiamenti, le elezioni amministrative e regionali del 1975 e le politiche del 1976 modificano gli equilibri politici sedimentati nel dopoguerra, con la “grande avanzata” del PCI.12 Tuttavia, come ha evidenziato Alfio Mastropaolo, «l’errore commesso dai comunisti fu non comprendere che se gli elettori premiavano il loro partito per la sua diversità, non per questo erano disposti a ingrossare stabilmente le fila del “popolo comunista”. (Il PCI) non seppe investire il capitale di consenso che gli era stato affidato in gestione, né per rinnovare se stesso, né per imporre un profondo adeguamento della democrazia italiana. Divenuto un partito di tipo laburista, o socialdemocratico, il PCI non se n’era accorto o non aveva il coraggio di ammetterlo».13 Così facendo il Partito comunista si espone alla critica sistematica del PSI guidato da Bettino Craxi, che riattiva la linea di frattura socialisti/comunisti e la lotta per l’egemonia nella sinistra italiana.14 Se gli anni Settanta si sono chiusi con la sanguinosa fine della strate­gia del “compromesso storico” e con la sfida per la modernizzazione della sinistra lanciata dai socialisti, gli anni Ottanta si concludono con il crollo del muro di Berlino e una crisi irreversibile del modello sovietico che costringe l’intero mondo comunista a rivedere repen­tinamente i fondamenti della propria cultura politica. Ma anche in questo caso, quello fra socialisti e comunisti è un incontro mancato. Il PSI esce a pezzi da Tangentopoli e per gli ex comunisti l’approdo socialista pare costituire un tabù: anche se aderisce all’Internazionale socialista, il PDS (Partito Democratico della Sinistra) non ne fa men­zione nel proprio nome e, pur molto diversi fra loro, sia il progetto dell’Ulivo sia quello del Partito Democratico puntano soprattutto al dialogo fra gli ex comunisti e il mondo cattolico.

Perché recuperare il “socialismo”, al netto delle sue declinazioni parti­tiche nel caso italiano? Il riferimento al socialismo potrebbe sembrare superfluo, se non anacronistico. In fondo, con l’eccezione della peni­sola iberica i partiti socialisti sono in serie difficoltà un po’ ovunque in Europa. In realtà, noi consideriamo il termine socialismo quale importante richiamo ad aspirazioni di giustizia che hanno attraversa­to la storia dell’Occidente. Karl Polanyi sosteneva che «dal punto di vista della comunità nel suo insieme, il socialismo è semplicemente la continuazione di quello sforzo di rendere la società un rapporto specificamente umano tra persone, rapporto che nell’Europa occi­dentale era sempre stato associato alle tradizioni cristiane».15 E con­sideriamo ancora valida l’ispirazione ideale di fondo del socialismo che, come ci ha recentemente ricordato un ottimo articolo di Paolo Franchi,16 consiste nell’aspirazione di “portare avanti quelli che sono nati indietro” (nelle parole di Pietro Nenni). L’attualità del socia­lismo, secondo noi, risiede nell’esigenza di prendere sul serio l’im­pegno a combattere le diverse forme di esclusione e diseguaglianza che hanno impoverito e reso meno sicure le nostre società, esposte a trasformazioni economiche e produttive di cui abbiamo cominciato a valutare l’impatto in questi ultimi anni. Significa essere consapevoli che il benessere o è collettivo o non è.

Se guardassimo alla sfera pubblica da questo punto di vista, potrem­mo leggere in prospettiva diversa alcuni fenomeni politici frettolosa­mente classificati sotto l’etichetta di “populismo” e, di conseguenza, giudicati negativamente dalle classi dirigenti. A seguito della crisi economica del 2007-08, tematizzando la questione dell’esclusione sociale e delle politiche di austerità, in Grecia con SYRIZA e in Spa­gna con Podemos si sono affermate neo-formazioni di sinistra più radicali di quelle nominalmente collocate nell’Internazionale socia­lista, ma non estremiste. Più di recente, anche France Insoumise in Francia ha ottenuto un risultato elettorale significativo nelle elezioni presidenziali del 2017. Tali neo-formazioni sono spesso in conflitto con i partiti tradizionali, com­presi quelli appartenenti all’Internazionale socia­lista, accusati di aver contribuito a far pagare il conto della crisi alle classi medie e popolari. Ma nel mondo anglosassone, proposte radicali sono affiorate all’interno degli stessi partiti tradiziona­li: con Bernie Sanders negli Stati Uniti, con più forza nella Gran Bretagna in cui Jeremy Corbyn ha conquistato (e difeso) la leadership del La­bour Party ampliandone i consensi alle recenti elezioni anticipate volute dalla premier conser­vatrice Theresa May. In entrambi questi ultimi casi, la parola “socialismo” è tornata a essere po­polare e a evocare un mutamento politico auspi­cato dai meno abbienti e dai più giovani, ossia da coloro che, in assenza di idee forti di cambiamento, sono spesso i primi a essere vittime della perdita di ogni speranza. Il fatto che ad alimentare questa speranza siano stati due esponenti politici con una lunghissima esperienza di militanza coerente alle spalle dovrebbe aiutarci a rammentare quanto sia necessaria la congruenza fra parole e comportamenti e quanto sia importante l’autenticità nella politica contemporanea. E invitare anche ciò che rimane della sinistra italia­na a non aver paura di un lessico radicale che possa esplorare nuove formule organizzative e parole d’ordine ispirate a principi redistribu­tivi e di giustizia sociale. Ecco l’attualità del socialismo, oggi.





[1] S. Rokkan, Cittadini, elezioni e partiti, il Mulino, Bologna 1982.

[2] M. Almagisti, Una democrazia possibile. Politica e territorio nell’Italia contemporanea, Carocci, Roma 2016.

[3] M. Degl’Innocenti, Identità nazionale e poteri locali in Italia tra ‘800 e ‘900, Lacaita, Manduria 2005. Degl’Innocenti sostiene che il ruolo politico dell’istituzione comu­nale in Italia fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento non sia stato ade­guatamente esplorato dalla storiografia, anche in seguito alla sottovalutazione della funzione integrativa e modernizzante svolta dal socialismo democratico.

[4] M. Caciagli, Addio alla provincia rossa. Origini, apogeo e declino di una cultura politi­ca, Carocci, Roma 2017.

[5] Per approfondire queste categorie, si vedano A. Panebianco, Modelli di partito, il Mulino, Bologna 1982; M. Almagisti, op. cit.

[6] Sul punto, è sempre utilissimo leggere M. Caciagli, op. cit.

[7] V. Lomellini, A. Varsori (a cura di), Dal Sessantotto al crollo del Muro: i movimenti di protesta in Europa a cavallo dei due blocchi, FrancoAngeli, Milano 2014.

[8] A. Hobel, Il PCI di Luigi Longo (1964-1969), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2010.

[9] V. Lomellini, L’appuntamento mancato: la sinistra italiana e il dissenso nei regimi co­munisti (1968-1989), Le Monnier, Firenze 2010; si veda anche l’intervista a Massi­mo D’Alema in M. Almagisti, op. cit., pp. 186-87.

[10] G. Sartori, The Typology of Party System: Proposal for Improvement, in E. Allant, S. Rokkan (a cura di), Mass Politics, Free Press, New York 1970, pp. 322-52.

[11] M. Almagisti, op. cit.

[12] A. Parisi, G. Pasquino (a cura di), Continuità e mutamento elettorale in Italia. Le elezioni del 20 giugno 1976, il Mulino, Bologna 1977.

[13] A. Mastropaolo, La repubblica dei destini incrociati. Saggio su cinquant’anni di demo­crazia in Italia, La Nuova Italia, Firenze 1996, p. 76.

[14] M. Gervasoni, La guerra delle sinistre. Socialisti e comunisti dal ’68 a Tangentopoli, Marsilio, Venezia 2013.

[15] K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 2010, p. 294.

[16] P. Franchi, Il socialismo è malato (ma può anche riprendersi), in “Corriere della Sera”, 24 luglio 2017.

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