Apertamente

di Marco Omizzolo da Italiani Europei del 7/9/2018 - Per razzismo, in genere, si intendono tutti quei rapporti sociali fondati sull’oppressione e lo sfruttamento, giustificati da un complesso ideologico che naturalizza relazioni diseguali fondate sulla discriminazione razziale, da cui deriva la subordinazione di un gruppo sociale a un altro. La stessa tesi della vigenza di una società post ideologica nasconde, in realtà, un’ideologia di fondo che agevola la penetrazione e la diffusione, nella cittadinanza, attraverso l’azione della sua classe dirigente (in particolare politica e imprenditoriale), di tesi, comportamenti e norme che altrimenti resterebbero sostanzialmente periferiche e marginali, proprio come il razzismo, lo sfruttamento lavorativo e l’esclusione di colui che è considerato “non gradito e non titolare di diritti”. Il razzismo, secondo questo approccio, si fonda su un rapporto materiale di dominazione che colpisce le classi subalterne (o pezzi di esse) e che è parte integrante dei processi di produzione e riproduzione delle diseguaglianze sociali. In questo senso, esso è un fattore di creazione e di mantenimento, dunque di conservazione, delle disparità sociali utili a una parte della classe politica dominante e a una parte di quella imprenditoriale, fondato sull’inferiorizzazione di alcune culture, classi, soggetti ed etnie, allo scopo di scaricare su di esse il processo di autolegittimazione del potere e per garantire al sistema di produzione manodopera a bassissimo costo.

A questa tesi va aggiunta quella di un razzismo escludente, ossia capace non solo di inferiorizzare coloro che sono strumentalmente considerati “naturalmente diversi” ma anche di escludere, dall’organizzazione politico-istituzionale ed economico-imprenditoriale, alcune categorie di persone. È il caso, ad esempio, dei richiedenti asilo, spesso donne, uomini e bambini costretti a fuggire da guerre, carestie, mutamenti climatici, dittature, privi dei beni essenziali alla sopravvivenza e perseguitati a rischio costante per la propria incolumità e di quella dei loro familiari ma che trovano in Europa, e in Italia in particolare, forme sempre più organizzate di ostilità, peraltro in piena violazione del diritto costituzionale e internazionale.

La combinazione di queste due tesi induce alla nascita di una forma di razzismo definibile come “istituzionale”, che produce e legittima nella cittadinanza, sollecitata dai leader della classe politica al governo, attraverso dichiarazioni, regole, norme, procedure e prassi fondate sulla distinzione Noi-Loro, cittadino-non cittadino, etero-omosessuale, ricco-povero, uomo-donna, comportamenti di intolleranza, sfruttamento, esclusione e discriminazione. Questa forma di razzismo sopravvive e, nel contempo, si nutre del processo di banalizzazione, sia sociale che mediatico, che spesso perimetra i casi quotidiani di discriminazione, espulsione/esclusione e violenza, considerandoli, in genere, di scarsa importanza. Essa, come già ricorda Hannah Arendt, produce il paradigma dentro il quale il razzismo istituzionale trova giustificazione, consenso e legittimazione nell’attività, in primis, di governi, parlamenti e rappresentanti istituzionali, a cui segue l’accondiscendenza di una parte prevalente dei media nazionali, di una parte del sistema imprenditoriale nazionale e di quello intellettuale. Non a caso, nel corso degli ultimi anni, in Occidente sono emersi o si sono consolidati movimenti, associazioni e partiti dichiaratamente xenofobi e razzisti, capaci di raccogliere intorno a sé e alle proprie tesi fasce sempre più ampie di popolazione. In Italia, ad esempio, la crescita esponenziale della Lega e di Fratelli d’Italia, a cui si associano forze minoritarie ma allo stesso modo dichiaratamente razziste come Forza Nuova e CasaPound, è circoscrivibile in una strategia di marketing politico, in cui si può inserire anche il Movimento 5 Stelle, che inoculando nel tessuto sociale, mediante una strategia comunicativa retorica, aggressiva e provocatoria, tesi del genere “prima gli italiani”, oppure proposte politiche fondate sull’uso della “ruspa” per risolvere problematiche sociali complesse, o la tesi, del tutto infondata, per cui “gli stranieri sono troppi e devono tornarsene a casa loro o vanno trasferiti con la forza verso le coste di altri paesi”, sono riusciti a sollecitare istinti razzisti che, coagulandosi, hanno prodotto un consenso politicamente maggioritario. Essi impongono legislazioni speciali, spesso aventi carattere d’urgenza, prassi amministrative arbitrarie, atte a distinguere tra migranti e cittadini, la selezione razziale tra nazionalità buone e cattive (si citano i discorsi dell’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con riferimento ai rom o ai profughi, tutti considerati clandestini, oppure dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la sua lista di paesi buoni e cattivi). Il razzismo è, dunque, ancora oggi, una componente propria dell’organizzazione sociale contemporanea, basata strutturalmente sulle diseguaglianze sociali, artificialmente indotte, sullo sviluppo diseguale, sulla concorrenza e gerarchizzazione di popoli, etnie, culture e nazioni e sul loro uso strumentale quali soggetti privi o con pochi diritti, trasformandoli in manodopera a basso costo. Esso si autopromuove per via di comportamenti sociali che producono oppressione materiale quotidiana e processi di esclusione e allontanamento di chi viene considerato Altro da sé.

In definitiva, il razzismo nasce nelle società diseguali e si nutre di diseguaglianza sociale ed economica, fonda la sua legittimazione sull’inferiorizzazione dell’Altro, sulla banalizzazione degli eventi coerenti con tale visione e sull’esclusione dei “non desiderati”, siano essi migranti, profughi o persone appartenenti a categorie non gradite, per farne manodopera a bassissimo costo (si vedano le condizioni di vita e di lavoro di circa 100.000 braccianti prevalentemente migranti impiegati in numerose aziende agricole italiane in condizioni paraschiavistiche) o per legittimare, attraverso la loro espulsione e discriminazione, partiti e movimenti razzisti al potere. Ne deriva un razzismo arcigno, duro, che manifesta una profonda intolleranza e che ghettizza i migranti in condizioni sociali e lavorative particolarmente difficili. Si ricorda la persistenza ventennale, nel paese, di ghetti come quelli di Rosarno, San Ferdinando o di Rignano, dove migliaia di migranti vivono condizioni di gravissimo disagio sociale e sfruttamento lavorativo, nella totale indifferenza o incapacità delle istituzioni locali e nazionali. Proprio il perdurare di queste condizioni finisce col legittimare la politica “della ruspa, della violenza, della norma discriminatoria”.

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