Apertamente

di Marco Brando da Striscia Rossa dell'8/8/2018 - Il dibattito sullo sdoganamento del razzismo, avvenuto “grazie” alla linea del governo Lega-M5S, pone un problema di comprensione del fenomeno; tanto più dopo alcuni recenti fatti di cronaca (nera e politica).
L’impressione è questa. Certa politica nazionalpopulista si sta assumendo la responsabilità di soffiare sul fuoco della xenofobia per conquistare consensi; bisogna ammettere che lo fa con successo. Però occorre chiedersi perché quel fuoco covasse già sotto la cenere, considerando che la propaganda del leader leghista Matteo Salvini sembra fare molta presa grazie a un terreno di coltura fertile. In altre parole: quanto è radicato il pregiudizio contro lo “straniero povero e diverso” nell’immaginario degli italiani?
È indubbio che il razzismo (perché le razze umane non esistono, i razzisti sì…) sia emerso con forza attraverso i percorsi carsici dei nostri pregiudizi più o meno latenti. Per decenni ci siamo dipinti come “italiani, brava gente”, anche rispetto al nostro passato coloniale, sull’onda di una quasi totale amnesia rispetto al manifesto fascista della razza del 1938 e alle deportazioni, ai lager, alle stragi (in Libia, Etiopia, Eritrea, Somalia ed ex Iugoslavia) tra 1911 e 1943. Non avere mai affrontato davvero la storia dei nostri crimini ci ha fatto nascondere sotto il tappeto della memoria anche i pregiudizi razziali e la complicità di gran parte dell’opinione pubblica nella giovane Italia liberale, prima, e fascista, poi.
Oggi il riemergere del fenomeno, confortato dalla politica nazionalpopulista, ci sta ricordando che il “nemico” è dentro di noi. Un nemico che ci spinge a infierire sui “diversi” e, soprattutto, sui migranti che vengono nel nostro Paese, quasi sempre soltanto in cerca di salvezza e di lavoro.
Agli italiani infatti l’immigrazione fa paura in modo sproporzionato rispetto alla realtà oggettiva degli arrivi. Otto su dieci la guardano con preoccupazione: è la percentuale più alta nel mondo occidentale. Inoltre 2 italiani su 3 pensano che ci siano più immigrati irregolari che regolari (invece è vero, per giunta in larga misura, l’opposto). A valutare gli orientamenti dell’opinione pubblica è anche il rapporto Eurispes sull’Italia 2018: solo il 28,9% dei cittadini sa che l’incidenza di stranieri sulla popolazione è all’8%. Più della metà del campione, al contrario, sovrastima la presenza di immigrati nel nostro Paese: per il 35% si tratterebbe del 16%, per ben il 25,4% addirittura del 24% (in quest’ultimo caso un residente su quattro sarebbe straniero).
Lo scarto tra la realtà (certificata da enti al di sopra di ogni sospetto) e la percezione che hanno gli italiani la dice lunga sulle paure e i pregiudizi che si sono stratificati nel nostro Paese. La paranoia causata dall’”immigrato immaginario” – il terribile extracomunitario – è così nata in pochi anni, dato che è relativamente recente la storia dell’immigrazione verso il Bel Paese.
Siccome i percorsi della mente non sono sempre lineari, e nonostante il martellamento quotidiano incoraggi l’equazione immigrato uguale criminale, si può giungere anche a riflettere in modo diverso. Su cosa? Sul fatto che, se provassimo a scoprire le radici delle parole che usiamo quotidianamente, avremmo più chiaro il valore che attribuiamo a chi viene da lontano. E forse capiremmo anche l’origine delle nostre paure.
Ad esempio, in italiano usiamo l’espressione “straniero”. Trae origine dall’antico francese “estrangier”, derivante a sua volta dal latino “extraneu(m)”, cioè “estraneo”. I greci, invece, per definire lo “straniero” usavano l’espressione “bàrbaros”, che significava in origine “balbuziente, che parla in modo incomprensibile” e divenne poi sinonimo di “forestiero”. I latini trasformarono quella parola in “barbaru(m)”; in italiano diventò “barbaro”. Ben presto tale espressione identificò i popoli nomadi provenienti dall’Europa dell’Est e dall’Asia, al di là dei confini dell’Impero romano. Cosicché “barbaro” oggi si usa, come aggettivo, per significare “incivile, selvaggio, primitivo, crudele, feroce, inumano”.
Un altro esempio? Oggi i problemi generati dall’afflusso di cittadini stranieri disposti a tutto, pur di lasciarsi alle spalle la miseria, induce spesso i nostri mass-media ad utilizzare la parola “schiavitù”. Ci sono esseri umani – si suol dire – “ridotti in schiavitù”: nei campi di pomodori, nelle fabbriche clandestine, lungo le strade della prostituzione.
Ebbene, la parola “schiavo” ha origini molto antiche: in estrema sintesi, “slavu(m)” era – per i romani -l’etnonimo (cioè, il nome di un popolo o di una comunità) dato agli Slavi, che premevano sul confine nordorientale dell’Impero. Lo schiavo invece era chiamato “servus”.
Nel latino medievale si assiste all’inserzione eufonica di una c in “slavu(m)”, per cui per un po’ di tempo “sclavu(m)” vale ancora come “slavo”, ma poi significherà “servo”. Parola usata a partire dall’X-XI secolo in Germania, quando si verifica il primo fenomeno massiccio di vendita di schiavi slavi, catturati a Oriente; con questo significato il vocabolo viene ripreso nella nostra lingua nel Duecento, allorché arrivano nella Penisola i primi schiavi slavi originari delle regioni del Sudest europeo e delle sponde del Mar Nero.
L’origine di tali parole – straniero e schiavo – fa riflettere sul fatto che la civiltà italiana e quella europea, nonché il nostro variegato patrimonio genetico, sono il frutto di immigrazioni, alcune delle quali forzate, succedutesi nell’arco dei millenni.
Oggi però, sui giornali come nei discorsi di tutti i giorni, la parola straniero spesso è sostituita dall’espressione “extracomunitario”. Identifica, in senso velatamente dispregiativo, gli stranieri provenienti da Paesi poveri. Quando mai, infatti, si sente definire “extracomunitario” un cittadino statunitense o svizzero o australiano, malgrado, sulla carta, lo siano quanto un cinese o un albanese o un nigeriano? Mai. Così la comunità cui questi ultimi sono “extranei” non è la vecchia Cee (oggi Ue), da cui trae origine il termine, ma è, in realtà, la più estesa “comunità” dei Paesi benestanti.
Foto di Ella Baffoni
Oggi tuttavia la maggior parte di noi non ha, come i nostri antenati e i nostri nonni o bisnonni, l’alibi dell’ignoranza o della mancanza di informazioni per giustificare tanti pregiudizi. Anche gli italiani, membri della “comunità” dei benestanti, hanno dunque l’occasione per riflettere, di fronte ai problemi – e spesso ai drammi – di moltissimi migranti.
Riflettere su cosa? Sulla differenza tra vittime e carnefici, per sfuggire alla citata e facile equazione immigrazione uguale criminalità. Sull’inutilità, vista anche la storia europea, della xenofobia come meccanismo di autodifesa. Sui vantaggi dell’integrazione degli “stranieri” per bene, che sono la grande maggioranza e sono una risorsa civile, umana, sociale e professionale. Sul fatto che vanno combattute le mafie, nostrane e d’importazione, che lucrano sul commercio di “carne umana”. Sul confine netto che, nella coscienza di tutti, dovrebbe esserci tra minoranze di criminali e maggioranze di persone in buona fede, che cercano in Europa quello che tanti europei (e tantissimi italiani) cercarono in America o in Australia.
Insomma, serve solidarietà. E coraggio. Confortati dal fatto che, per tornare alle radici della parole, il nostro “ciao” trae origine dalla parola in antico dialetto veneto “sciao”, che deriva a sua volta da “schiavo”, cioè – come spiegato qualche riga sopra – “slavo”.
Come se, salutando un amico, dicessimo: “Sono tuo schiavo”. Quel termine, un tempo sinonimo di oppressione, è diventato un saluto ormai internazionale: sinonimo di amicizia. Chi l’avrebbe mai detto?

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