Apertamente

di Michele Ciliberto da Italiani Europei del 19/12/2017 - Di fronte ai grandi cambiamenti che stanno avvenendo su tutti i piani – demografico, religioso, dei rapporti personali, della politica e dello Stato –, invece di mostrare capacità di visione e di elaborazione di soluzioni, le società europee si chiudono in se stesse, formano barriere, elaborano in termini integralmente negativi la categoria del “diverso”, vedendo in esso solo il nemico da abbattere e da cui difendersi. Ne scaturisce una sorta di feudalizzazione della società, che spezza il principio dell’unità, affermando il primato del particolare, del locale, dell’individualismo nella forma più gretta ed egoistica. È su questo piano, culturale prima che politico, che la destra vince. Viviamo in un tempo di trasformazioni profonde, che per radicalità e intensità ricorda le grandi crisi organiche dell’Occidente, quelle che ne hanno trasformato il volto e le prospettive in modo decisivo. Come quella che segnò il passaggio dal Medioevo al Rinascimento, e di cui i grandi umanisti come Ficino e Poliziano ebbero piena consa­pevolezza, parlando, appunto, di una nova aetas che veniva alla luce dopo secoli di tenebre. Era un giudizio per molti aspetti ingiusto

– il Medioevo era stato una realtà complessa e stratificata – ma esso esprimeva un punto di vista ideologico, in cui si manifestava, al mas­simo grado, la consapevolezza che un’epoca della storia del mondo era finita, e che se ne stava aprendo un’altra.

Quello che oggi invece colpisce è la mancanza di consapevolezza di fronte ai grandi mutamenti che stanno avvenendo da anni sotto i nostri occhi, e che riguardano in primo luogo l’Europa e l’Italia, e il ruolo che il nostro continente può svolgere adesso nella storia del mondo.

Sono mutamenti che si verificano su tutti i piani, connessi in modo diretto anche alla profonda trasformazione demografica che sta av­ venendo ormai da tempo, e che si è ulteriormente potenziata con gli immensi flussi migratori degli ultimi anni. Un intero continente si sta sollevando e guarda all’Europa come punto di approdo della pro­pria esistenza: un processo inarrestabile, che non è possibile bloccare perché sorge dalla necessità, la quale, come è noto, genera ostinazio­ne. Sono trasformazioni che incidono in modo diretto sul piano cul­turale, antropologico, religioso, e che si connettono, potenziandosi a vicenda, alle trasformazioni che sono maturate dentro le società occidentali, mutandone secolari punti di identità e di orientamento, a tutti i livelli.

È una vera e propria “crisi organica”, che sta investendo tutti i piani dell’esistenza, a cominciare dai rapporti personali, dalle forme della vita sessuale, dalle credenze religiose. Dopo secoli stanno cambiando le relazioni fra Europa e cristianesimo, come sa per primo il papa, che non considera più il nostro continente come il centro della sua attività pastorale – e non perché venga da un altro emisfero, ma per il giudizio che ha maturato sulla crisi e sulla decadenza delle società europee, e sulla loro incapacità di misurarsi con i tempi nuovi che bussano alle porte. Noi già viviamo in Italia e in Europa in un mon­do multireligioso. Non saperlo, e arrivare a contrapporsi in modo frontale allo ius soli, oltre che umanamente mediocre, è politicamen­te miope, anzi stupido.

Ma trasformazioni altrettanto profonde stanno avvenendo a livello della politica e in primo luogo dello Stato. «Non è nel mondo cosa alcuna eterna», dice Machiavelli nel capitolo sulla Fortuna, e aveva ragione. Oggi si sta esaurendo, in modo complicato e pure contrad­dittorio, il ruolo dello Stato moderno, e anche la concezione della politica di cui esso è stato, al tempo stesso, causa ed effetto. Stiamo entrando in territori nuovi, sconosciuti. Il nesso tra Stato e territorio si è incrinato e, nonostante i lamenti e le deprecazioni, non sarà pos­sibile restaurarlo. La storia ha girato pagina.

Di fronte a sommovimenti di questa portata, che richiederebbero una eccezionale capacità di visione, le società europee, e anche la nostra, si rinchiudono in se stesse, formano barriere, elaborano in termini integralmente negativi la categoria del “diverso”, vedendo in esso solo il nemico da abbattere e da cui difendersi.

Sono fenomeni generati anche dalla lunga crisi che dal 2007 ha in­vestito il mondo e che ha contribuito a incrementare diseguaglianze le quali, invece di generare solidarietà, hanno potenziato tristi “pas­sioni” fino al punto di contrapporre tra loro proprio quelli che veni­vano più direttamente colpiti dalla crisi, e questo non solo in Italia, ma in Europa. Accade, quando vengono a mancare punti politici di riferimento, e si sgretolano, come si sono sgretolati, i vecchi blocchi sociali. Ma anche qui è impossibile tornare indietro, spostando l’o­rologio della storia.

Tutto ciò è stato reso possibile da un altro fenomeno di vasta portata su cui non si riflette a sufficienza: si sono logorati, e poi frantumati, i legami che tenevano insieme le vecchie società e, all’interno di esse, quelle che una volta si chiamavano le “classi subalterne”, e che oggi

– ed è un fatto di prima grandezza – non dispongono più nemmeno di un termine che riesca a nominarle in modo adeguato. E dal momento che le crisi si rivelano in primo luogo proprio sul piano del linguaggio, l’impossibilità di nomina­re in modo compiuto quello che sta accadendo conferma la profondità e la vastità della crisi che l’Europa e anche l’Italia stanno attraversando. Non c’è dialogo perché non c’è oggi una lingua comune che consenta la comunicazione, oltre che tra i “diversi”, tra gli “eguali”. Lo vediamo, ogni giorno intorno a noi, in Italia e in Europa.

Ma questo ha effetti devastanti perché se i mondi non si parlano, o si ignorano o si contrappongo­no. E questo, a sua volta, conferma la crisi della politica moderna, della concezione moderna della politica, che si è costituita proprio determinando un punto di vista generale da cui guardare all’intera realtà – e non per rispecchiarla, ma per cambiarla.

La politica moderna, questo è stato: uno strumento fondamentale di costruzione delle libertà – di parola, di culto, di associazione. Il nesso organico di politica e libertà è stato il fondamento del pensiero dei grandi pensatori politici moderni, da Machiavelli a Locke, da Rousseau a Kant.

Rispetto a questa “modernità”, quello che oggi accade intorno a noi è una regressione che si compie attraverso la costituzione di spazi chiusi, separati, contrapposti, in modo programmatico, gli uni agli altri, fino al punto di precipitare in vere e proprie pulsioni razzisti­che, incentrate sul principio “sangue e terra”. E questo significa non capire nemmeno più se stessi perché, come diceva Platone, è solo guardando nella pupilla dell’altro che ciascuno capisce chi effetti­vamente è.

Oggi è in atto una sorta di feudalizzazione della società, che spezza il principio dell’unità, affermando il primato del particolare, del loca­le, dell’individualismo nella forma più gretta ed egoistica. Invece di guardare e di misurarsi con la realtà, ci si rinchiude nelle singole mo­nadi senza interrogarsi su ciò che sta avvenendo fuori del nostro “par­ticulare”, coincidente, nella propria immediatezza, con l’universale.

Sono fenomeni che agiscono su tutti, se ne abbia maggiore o minore consapevolezza. Siamo tutti in una stessa situazione. Ma è natura­le, ovvio, che questo incida in primo luogo sulle forze di sinistra, quelle che dovrebbero battersi per il cambiamento. La sinistra – una parola an­che questa da rideterminare – vive se è capace di costruire legami, relazioni, connessioni fra indi­vidui e fra ceti; quando questo viene meno, e di­venta difficile nominare perfino il cambiamento, si apre una crisi che può essere fatale perché si finisce con il consegnare il paese alle forze della destra, che elaborano e riescono a imporre un altro linguaggio, nuove parole, un nuovo lessico che, prima di essere politico, è antropologico. Le sconfitte avvengono prima sul piano culturale – e linguistico – poi su quello politico. È sul piano ideologico che avvengono le battaglie campali, anche se non se ne ha coscienza. E destra significa regressio­ne alla particolarità, perdita dell’unità, riduzione della politica a una gestione feudale e corporativa di interessi, incapacità di salire a un punto di vista generale, considerato, anzi, come il nemico da abbat­tere perché connesso, in quanto tale, al principio della eguaglianza dei cittadini.

Per dirla con una coppia classica, destra vuol dire assumere come unico punto di vista quello del bourgeois contrapposto frontalmente a quello del citoyen, senza nemmeno porsi il problema delle garanzie formali, giuridiche, della cittadinanza, perché è il concetto stesso di cittadino che viene rifiutato. Questa è la destra che oggi c’è in Italia, e anche in Europa, e ha a che fare assai più col Medioevo che con la modernità. Per uscire di qui, da questa palude, occorre perciò riuscire a trova­re, anzitutto, un linguaggio in grado di nominare le trasformazioni di questo tempo, come fecero gli umanisti che, accanto al latino, cominciarono a usare anche il volgare. C’è necessità di una nuova lingua, di parole nuove che diano il senso di ciò che sta accaden­do intorno a noi. E questo ovviamente non si può farlo senza gli straordinari mutamenti linguistici portati dalla rete. Si tratta di un lavoro difficile, di una sfida complicata, specialmente nella nostra situazione. Guai ad autoconsolarsi. Nel nostro paese, come appare dall’astensionismo sempre più vasto e diffuso, c’è sfiducia nella de­mocrazia rappresentativa e nei confronti dei partiti tradizionali, c’è fastidio verso un vecchio linguaggio che si è separato dalla vita, e che non riesce a comunicare se non il proprio vuoto. E c’è risentimento, profondo. Ma risentimento non significa quiete, indifferenza; può significare il contrario: anche voglia di agire, di fare, di ridiventare protagonisti della propria vita. Ma per trasformare il risentimento in azione, in partecipazione, occorre saper nominare il nuovo che esplode, guardare ai nuovi mondi che stanno nascendo in modo con­traddittorio e faticoso. E per avere questo nuovo linguaggio ci vuole una visione.

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