Apertamente

di Stefano Pizzin - In questi tempi di magra elettorale per i partiti socialisti europei, fanno eccezione i laburisti britannici e, in particolare, il loro leader Jeremy Corbyn. Quasi settantenne, in Parlamento da oltre trent’anni, un uomo che ha fatto della politica la ragione di vita, e una professione, Corbyn è l’esatto contrario di ciò che i manualetti stilati dagli spin doctor impongono ai politici in carriera. Un fare trasandato, accompagnato da abiti che sembrano usciti dai magazzini di una rivendita statale bulgara, idee fuori dal solco dell’egemonia culturale del liberismo e un linguaggio non sempre nei canoni del politicamente corretto, ne fecero, al momento della sua ascesa ai vertici del Labour, lo zimbello degli analisti politici. Di lui, dissero in molti, si sarebbero presto perse le tracce, travolto al primo appuntamento elettorale o fatto fuori dagli stessi compagni di partito. Oggi, invece, dopo avere portato i laburisti a un impensabile 40% alle ultime elezioni, uno dei risultati maggiori della loro storia, essere sopravvissuto agli assalti dei reduci del blairismo e alle ironie degli “esperti”, veleggia in testa ai sondaggi elettorali e perfino l’Economist e il Financial Times mettono in conto di poterlo vedere insediarsi a Downing Street, favorito, bisogna riconoscerlo, dal suicidio dei Conservatori, alle prese con una grottesca gestione della Brexit e guidati da leader imbarazzanti come la premier Theresa May e il ministro degli Esteri Boris Johnson.
Entrato in Parlamento nel 1983, ai tempi del massimo fulgore del thatcherismo, al seguito dell’allora capo del Labour, Michael Foot, un ultrasinistro che subì una delle peggiori disfatte elettorali della storia britannica, Corbyn è rimasto da allora a Westminster a rappresentare il seggio di Islington North a Londra. Refrattario alle svolte blairane, al nuovo Labour, alle riforme degli anni novanta, fu tra i pochi, all’epoca, a opporsi alle sciagurate avventure militari in Iraq del duo Blair Bush. Diventato leader del Labour nel 2015, dopo la vittoria dei conservatori di Cameron alle elezioni, trascinato dai nuovi iscritti e dalle organizzazioni sindacali, svolta drasticamente a sinistra, ripudiando le politiche di Tony Blair che, affascinando la sinistra “moderata” di mezzo mondo, avevano spiegato che, in fondo, il liberismo andava bene e bastava dagli una regolata. Più che dalle ironie degli avversari Conservatori, convinti di avere trovato l’uomo giusto da usare come pungiball elettorale, deve subire da subito l’avversità della maggioranza del suo stesso gruppo parlamentare che, dopo un anno di leadership lo mettono in minoranza, trascinandolo a una nuova conta interna. Corbyn non demorde, riorganizza la sua fazione, trascina migliaia di nuovi iscritti al partito alle elezioni interne e sbaraglia gli avversari nuovamente.
Il nuovo capo del Labour parla un linguaggio del secolo scorso: rimette al centro il tema delle diseguaglianze, in tempi di austerità rispolvera le politiche keynesiane di spesa pubblica, non nasconde le sue simpatie per una Gran Bretagna meno disponibile ad accodarsi a ogni impresa militare dei cugini d’oltreoceano e in una Londra che punta a diventare la capitale finanziaria dell’Occidente ostenta tutta la sua distanza dell’establishment delle banche e della finanza. Ogni tanto la sua propensione a essere poco diplomatico mette in imbarazzo la stessa opinione pubblica progressista, come quando ha ripetuto che l’immigrazione non è in se un bene se diventa funzionale allo sfruttamento dei lavoratori o come quando inciampa ripetutamente in giudizi sprezzanti verso Israele. A ben leggere le vicende politica britannica, la chiave del successo laburista nasce con il referendum sull’uscita dall’Unione europea. Corbyn porta il Labour a schierarsi contro la Brexit, ma lo fa in modo timido, attento agli umori della Britannia profonda e di quella classe operaia che non vede nella retorica europeista niente di più che altra austerità e benefici per chi se la passa già piuttosto bene. Una scelta suicida a detta di molti e, infatti, appena arriva il verdetto con il quale i britannici hanno scelto di lasciare l’Unione, Corbyn finisce sul banco degli imputati e suo stesso gruppo parlamentare lo mette in minoranza, costringendolo a una nuova elezione a segretario. Riconquistata la leadership del partito, si trova subito in campagna pettorale. La premier May, infatti, convinta dai sondaggi di poter vincere alla grande, scioglie il Parlamento e indice nuove elezioni. Analisti, sondaggisti e tutto il mondo politico danno la premier May largamente in vantaggio, e prevedono per i laburisti una delle sconfitte più grandi della loro storia. Eppure le cose non vanno come quasi tutti avevano previsto. A Corbyn riesce il miracolo di tenere insieme i progressisti delle aree urbane, europeisti e i ceti operai dell’Inghilterra del nord che hanno votato per la Brexit. La sua è la coalizione degli “sconfitti” della globalizzazione, di quelli che il turbocapitalismo finanziario ha lasciato indietro. Al centro del dibattito politico britannanico torna la discussione sul welfare, la giustizia sociale, il ruolo dello Stato in economia, Corbyn, insomma, rovescia l’agenda della discussione pubblica e l’ordine delle priorità che si era installata all’epoca della Thatcher.
I mesi seguenti alle elezioni hanno visto il leader laburista girare per il Paese come la Madonna pellegrina, accolto da folle osannanti (memorabile la sua apparizione al festival rock di Glastonbury dove è stato acclamato da migliaia di giovani), ha sedato ogni forma di dissenso nel partito ed è balzato in testa nei sondaggi elettorali.
Riuscirà a vincere le prossime elezioni? Tutto ciò si rivelerà un fuoco di paglia? Difficile a dirsi, eppure c’è una morale in questa, un po’ romanzata, epopea del vecchio Corbyn, e i socialisti europei farebbero bene a capirla. Dieci anni di crisi economica hanno trasformato profondamente le nostre società, hanno aperto una frattura tra vincitori e vinti, hanno ampliato, per la prima volta dal dopoguerra, le disparità sociali. Chi si occupa di questi temi riuscirà a riprendere i volti di quei ceti sociali che si sentono emarginati e impoveriti, e se non lo fa la sinistra lo farà la destra.
Ecco, questo ha fatto Corbyn. Niente di straordinario: ha portato la sinistra a fare il suo mestiere. Sarebbe ora che qualcuno cominciasse a farlo anche alle nostre latitudini.

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