Apertamente

di Božidar Stanišić del 09/10/2017 -  L'editore Bottega Errante di Pordenone ha pubblicato “In volo sopra il mare”, raccolta di storie di viaggio di Ivo Andrić (tradotta da Elisa Copetti), finora inedite in Italia. Il commento del curatore dell'opera. Sarebbe onesto cominciare questo commento all’edizione delle storie di Ivo Andrić sui sentieri, i volti, i paesaggi, sul senso o l'insensatezza del viaggio, con un messaggio al lettore: non si aspetti proprio nulla di simile al genere dominante del racconto di viaggio che negli ultimi decenni ha colmato gli scaffali delle librerie fino a farli cedere. Infatti ne In volo sopra il mare il lettore non troverà né dovizia di particolari, né i cosiddetti consigli utili, né sguardi unidimensionali sui paesaggi attraverso i quali l’autore dell’opera è passato, chiamando poi i suoi scritti – a parte rare ed onorevoli eccezioni – racconti di viaggio e più raramente, come dovrebbe essere in realtà, “reportage”. (Che Goethe, in qualche caso e mai per caso, oggi definirebbe “bambini pallidi della notte che sospirano prima dell’alba”?)
Cosa si trova?
Quindi che cosa si trova? Questo potrebbe chiedere a buon diritto il lettore. E acquirente del libro, naturalmente.
Si trova tutto quello che, soprattutto ai figli del ventunesimo secolo, interessa sempre meno. Si trovano quel fermarsi e immergersi nel pensiero, e riflettere non soltanto su quel che si è visto da fuori ma anche vissuto di dentro. E quell’intuire se stessi e quel tentare di definire sé e le proprie verità e le illusioni che si portano nella valigia, sui volti, sulle cose, sui fenomeni. Se in Andrić cercate descrizioni di regioni e di città, allora leggete i suoi romanzi e i racconti…
Questa sarebbe la risposta, dopo tutti questi anni di tentativi di avvicinamento all’essenza e a questa parte dell’opus letterario di Andrić, che il curatore di questo libro potrebbe dare aggiungendo che Andrić è tutto ciò che la maggioranza dominante di scrittori (quindi, non solo di scrittori di viaggio) della nostra epoca non è e non può diventare neppure con l’aiuto di una pozione magica: la serietà, lo sguardo profondo sui volti e sui fenomeni, lo stile.
"Non conosco nessuno scrittore europeo del ventesimo secolo che presti attenzione con tale minuziosità alle vedute cittadine, ai paesaggi, naturalmente anche agli interni…" Così diceva una lettera di un lettore italiano che ho ricevuto in occasione dell’edizione a mia cura di una delle raccolte di racconti di Andrić ancora inediti in italiano. L’annotazione di quel lettore mi sembra preziosa, e non soltanto perché risveglia la speranza che la “setta dei lettori rimasti” non sia tanto poco numerosa come si potrebbe pensare a volte in un impeto di pessimismo, ma anche perché ricorda implicitamente che nella letteratura mondiale non esiste autore per il quale sono tanto numerosi i personaggi viaggiatori. Quella lettera mi ha implicitamente ricordato l’obiettiva annotazione di Ivan Lovrenović nel suo saggio Gli spazi dei racconti di viaggio (Prostori putopisa): "Se anche Ivo Andrić non avesse scritto racconti di viaggio, il suo opus offrirebbe eccezionali opportunità di ricerca dal punto di vista della letteratura di viaggio, e ciò in due modi. Il primo, la caratteristica descrizione di Andrić, che anima il paesaggio, un procedimento al quale l'autore era costantemente legato, e al quale dobbiamo molte delle più brillanti pagine della nostra letteratura moderna".
Una condizione dell’animo
Questo per Andrić sono i viaggi, i sentieri e i paesaggi, gli incontri e i volti. Non credo che abbia mai scritto nulla per caso, qualsiasi fosse la condizione del viaggio, qualsiasi la veste: studente, diplomatico (dal 1920 al 1941: Vaticano [Roma], Bucarest, Trieste, Graz, Marsiglia, Parigi, Madrid, Bruxelles, Ginevra e Berlino), primo presidente postbellico dell’Unione degli scrittori jugoslavi oppure viaggiatore cosiddetto “qualunque”: curioso, desideroso di nuovi paesaggi e città, ma anche di una normale pausa, di riposo. come casuale non fu certo la scelta degli argomenti per i suoi scritti, senza contare che egli fu severo giudice con se stesso, così come con ciascuna delle parole scritte. Da ciò neppure la constatazione della condizione dell’animo, che ci si offre implicitamente come possibile chiave semantica, non è casuale né secondaria. A questa chiave possiamo associare anche il suo pensiero sul viaggio e sulla permanenza altrove come in un sogno giovanile, così vicino al sogno nei libri, che nell’infanzia e nella gioventù non si poté concedere. E i libri per Andrić ebbero anche in quel precoce periodo di vita il significato di mondi ricchi di nuove vedute, volti, pensieri.
Facilmente ci sembrerà che questo libro sia scritto da “molti Andrić”. In effetti, non sono eterogenei soltanto i motivi ma anche lo stile del primo Andrić che ci dipinge Cracovia e la Polonia, poi l’Austria dei primi anni dopo la Grande guerra, oppure dell’autore maturo che viaggia (lasciandoci il suo sguardo su Chopin) oppure ancora quello che tratteggia una breve storia di Sarajevo e della Bosnia negli scritti che soltanto in apparenza hanno in sé poco della scrittura di viaggio. Ciò nonostante, su questi Andrić domina quello che si abbandona ai sentieri, ai volti e ai paesaggi come allo specchio della sua condizione dell’animo.
Mentre leggeranno le pagine di questo libro, quest'ultima affermazione – che non nasce soltanto dalla normale ammirazione per i frutti dell’animo – forse scapperà a molti di coloro che considerano ancora la letteratura come esame serio delle materie Mondo e Uomo. Questo libro fa in modo che il mare, il lago, il fiume, il vino e la pietra nella nostra percezione si trasformino in qualcosa di più profondo e complesso, e forse non apparterranno più alla normalità dei fenomeni di questo mondo.
Una volta ascoltai un uomo dire che dopo i ponti di Andrić non si vede più soltanto un ponte, e un altro che dopo le mele di Cezanne non si possono immaginare mele più “melose” di quelle che dipinse la mano del geniale provenzale.
Ma per che cosa e perché allora sforzarsi di interpretare questi racconti sul viaggio e sul viaggiare che si rivolgono al nostro animo in modo tanto insolito? Non è forse meglio dire di questo libro qualche cosa con le parole del nostro autore, scritte per la postfazione al Necrologio ad una čaršija (1958) di Zuko Džumhur: "Prendetelo anche voi nelle vostre mani e leggete! Se lo merita. Leggendolo, viaggerete con un bislacco orario, ma per strade interessanti, e come guida e insostituibile interprete avrete un artista dall’animo vivo e dal cuore ricco".
E finisco questo modesto contributo con le parole di Džumhur, che mi accompagnavano durante il mio lavoro su questa edizione: "Soltanto le immagini si ricordano a lungo, le parole di già l’indomani cambiano d’ordine".
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Ogni volta che mi sovviene il mare, mi attraversa un brivido leggero – un’onda e un’ala! – dai talloni fino alle dita, e la terra vacilla per un attimo sotto ai miei piedi.
Portate un uomo dai monti balcanici al mare e anche voi darete il via ad un’inebriante festa con un’alba gioiosa e un crepuscolo incerto. Il desiderio del mare sembra essersi raccolto e cresciuto nel corso delle generazioni, e la sua realizzazione per uno di noi è forte come un’esplosione. L’arrivo di una tribù al mare, rappresenta l’inizio della sua vera storia, il suo ingresso nel regno di più grandi prospettive e di possibilità migliori. Questo attimo decisivo nella storia della specie si ripete ogni volta nella storia del singolo al primo contatto con il mare, in una forma diversa e con un’entità minore.
Continuo a osservare con attenzione questa indescrivibile dolcezza con cui mi riempie il solo pensiero del color grigio-bianco delle penne dei gabbiani, delle onde che portano con sé il sole, il cielo, il profilo della riva, le nostre sagome, e si infrange con la musica che ascoltiamo con religioso trasporto. Ci viene il pensiero che questi sono i giochi lontani e meravigliosi per i quali piangono i bambini nei villaggi delle nostre montagne, di notte, mentre le madri offrono loro inutilmente il seno, che placa soltanto la prima sete e la fame.
(dallo scritto In volo sopra il mare, Ivo Andrić)
Ecco, da questa pietra a Počitelj, sotto al cielo infuocato e bianco, intuisco il tempo più profondamente e avanti di tutti i rapporti umani a me conosciuti, che misuriamo con il tempo e che ci servono per la nostra misurazione superficiale e artificiale del tempo. In un baleno, che con la sua brevità mi toglie ogni certezza di giudizio, ho visto, mi pare, alle nostre spalle e davanti a noi, i secoli che sono già fuori da ogni misura e conto, da ogni possibilità di ricordo, e quelli che ancora non hanno ricevuto un nome e che non sono definiti da avvenimenti. – Dico, “ho visto”, ma lo dico soltanto per mancanza di parole, perché in realtà io non ho visto, bensì ho perso la vista in quell’attimo di chiaroveggenza in confronto al quale ogni fulmine è lento e lungo. Potrei dire forse “ho intuito”, se la parola “intuire” non fosse così ambigua e oscurata del tono metafisico che la segue, mentre ciò di cui io qui parlo da una pietra a Počitelj, è semplice pura verità della nostra umana, sola ed esclusivamente umana vita. 
(dallo scritto Sulla pietra, a Počitelj, Ivo Andrić)

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