Apertamente

di Sergio Zilli da storiastoriepn.it del 17/9/2018 - Nel settembre 1938 a Trieste Mussolini annunciava l’introduzione delle leggi razziali in Italia. Nel settembre 2018 il Comune di Trieste blocca una mostra sull’espulsione dei cittadini italiani di religione ebraica da una scuola triestina. Detta così, sembra una descrizione da un mondo parallelo, non quello della italica Repubblica, ma è la triste cronaca. Per circa un anno gli studenti della classe IV I del Liceo Petrarca di Trieste, all’interno di un progetto di alternanza scuola lavoro, hanno lavorato sotto la guida della docente Sabrina Benussi alla preparazione di una mostra documentaria sugli effetti delle leggi razziali (secondo la definizione ufficiale, ma chissà perché non le chiamiamo con il loro nome, razziste) sugli allievi della loro scuola ottanta anni prima. Il titolo previsto è Razzismo in cattedra. Il Liceo F. Petrarca di Trieste e le leggi razziali del 1938. L’attività di preparazione si svolge con la collaborazione del Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste, del Museo ebraico “Carlo e Vera Wagner” di Trieste, del locale Archivio di Stato e per la mostra viene chiesto il contributo anche dell’amministrazione comunale triestina, con la disponibilità di uno spazio pubblico e la copertura degli oneri di stampa del materiale di promozione.

Accanto alla mostra gli studenti producono anche un documentario, “1938. Vita amara” che, attraverso testimonianze e documenti vari, presenta la condizione dei triestini di religione ebraica a seguito dell’introduzione delle discriminazioni negli anni successivi al discorso di Mussolini in piazza Unità d’Italia. Il filmato viene presentato mercoledì 13 settembre al Teatro Miela (e riproposto domenica 16 sulla Rai Tre del Friuli Venezia Giulia) ed è proprio nel corso della proiezione – alla quale non partecipa alcun rappresentante dell’amministrazione comunale – che la notizia del blocco viene resa pubblica.

Nonostante la richiesta di sostegno da parte del Comune fosse stata formalmente accolta e alla mostra fosse stata destinata da una delibera di giunta la Sala Veruda per il periodo dal 12 al 24 settembre, alla vigilia dell’apertura l’assessore comunale alla cultura Giorgio Rossi «in accordo con il sindaco», come riportato dal locale quotidiano, ha chiesto di modificare il manifesto della mostra «per muoversi con prudenza» (idem). Davanti a tale richiesta gli altri organizzatori della mostra hanno deciso di non accogliere quella che sembrava a tutti gli effetti una censura politica e, così, di rinunciare al sostegno del Comune, mettendo a rischio la mostra stessa.

Il manifesto, apparso da subito sui vari social e pubblicato a tutta pagina sul quotidiano locale domenica 16, presenta la prima pagina del settembre 1938 dello stesso quotidiano con il titolo a otto colonne Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei e sullo sfondo la fotografia coeva di tre giovani studentesse sorridenti. Un’immagine composta da documenti storici, difficilmente definibile come “provocatoria”. A Trieste prima della guerra viveva una delle principali comunità ebraiche italiane, e a Trieste con il sostegno dei fascisti italiani funzionò nella città la Risiera di San Sabba, unico campo di morte nazista funzionante in Italia.

Il grande scalpore suscitato dalla censura comunale triestina, di cui il sindaco Roberto Dipiazza si è assunto pubblicamente la responsabilità («Quando ho visto quel titolo del Piccolo dell’epoca, così estremamente pesante, e con quella scritta lì sotto sul razzismo mi è sembrato esagerato. Dico io, dobbiamo ancora sollevare quelle cose? Io andrò a condannare la promulgazione delle leggi razziali con una grande manifestazione in consiglio comunale e con l’inserimento di una targa fatta dall’unione delle comunità ebraiche. Chiedevo solo di ammorbidire quel manifesto: per non accendere, cioè, rancori né da una parte né dall’altra», “il Piccolo”, 15 settembre) non ha però modificato l’esito della vicenda. Anche se in seguito il sindaco avrebbe dichiarato il suo disinteresse rispetto all’intera vicenda («facciano pure la mostra», tg la7 15 settembre), finora dall’amministrazione comunale non è arrivato alcun segnale alla dirigente del Liceo Petrarca, Cesira Militello. Questa non ha potuto far partire l’organizzazione dell’inaugurazione, nella consapevolezza che dal 25 settembre gli spazi assegnati non saranno più disponibili («Per quanto mi riguarda, fino a che abbiamo solo dichiarazioni e non comunicazioni istituzionali, la situazione resta la stessa di due giorni fa. Il dato di fatto è che intanto la mostra è saltata» “il Piccolo”, 15 settembre). A questo punto le tardive affermazioni dell’assessore Rossi secondo cui non ci sarebbe stato alcun divieto né alcuna comunicazione in tal senso da parte del Comune e anzi la colpa sarebbe della dirigente Militello («L’evidenza dei fatti mi conferma una posizione preconcetta, strumentale e manipolatoria della vicenda da parte della dirigente del Petrarca, Cesira Militello», “Il Piccolo 17 settembre), appaiono quello che a nord est viene definito “pezo al tacon del buso”.

Se questo è lo stato delle cose per quanto riguarda l’apertura della mostra, molto peggiore è lo scenario messo in evidenza da simili vicende. Che la città triestina abbia contribuito durante l’occupazione nazista per mezzo di un’ampia collaborazione fascista all’eliminazione non dei soli oppositori politici, ma anche dei suoi cittadini di religione ebraica, non è una novità. Che i beni tolti a questi ultimi – tra i quali le grandi compagnie assicurative e lo stesso “il Piccolo” –  abbiano rimpolpato i patrimoni di diversi concittadini “ariani” è difficile da nascondere. Che la Risiera di San Sabba – attraverso la quale passarono grandi quantità di ebrei dall’Italia settentrionale e dai Balcani – e il suo forno crematorio poco distanti dal centro fossero ignoti ai fascisti che avevano il potere in città può essere sostenuto soltanto da ipocriti negazionisti. Che il fascismo locale si sia rigenerato nella politica del secondo dopoguerra anche con il sostegno dei successori in nome di uno strumentale anticomunismo di confine è evidente nella cronaca di questi ottanta anni. Tuttavia finora l’ipocrisia indigena non era mai giunta a un simile livello. Perché in questo caso non è stata bloccata una manifestazione politica, ma la ricostruzione storica di un aspetto locale di una vicenda che rappresenta una delle massime vergogne del Novecento, italiano e europeo.

Di cosa ha paura allora l’amministrazione comunale di Trieste? Di alterare l’animo dei fascisti e dei collaborazionisti di allora? E’ lecito dubitare che ce ne siano molti in giro, per banali motivi anagrafici. Ha forse paura che qualcuno riconosca negli “sgherri” di allora i nomi di qualche personalità locale? Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli.

Non è che invece l’Amministrazione comunale triestina – la quale celebrerà il 18 settembre l’anniversario dell’emanazione delle leggi razziste del 1938 cui parteciperà lo storico Roberto Spazzali, noto per il giudizio dato due anni fa nei confronti dei migranti che scappavano dalle guerre – vorrebbe forse non disturbare quella parte della città che guarda con interesse, se non proprio con adesione, al fascismo, alle sue azioni, al suo atteggiamento nei confronti dell’ ”altro” che in queste parti si espressero con particolare violenza fin dal 1920? La censura alla mostra è una coincidenza.

Poi che nelle ultime settimane prima il vicesindaco poi delle “ronde” si sono date da fare per allontanare gentilmente i migranti dalle vie cittadine potrebbe costituirne una seconda.

Infine il fatto che il 3 novembre prossimo davanti alle finestre del Municipio, della Prefettura e della Presidenza della Regione, nella stessa piazza Unità d’Italia dove Mussolini diede il via alle leggi razziste, si terrà – democraticamente autorizzata – un’adunata di Casa Pound potrebbe costituirne una terza.

E Agatha Christie, la grande scrittrice di gialli, faceva dire a Hercule Poirot che “una coincidenza è una coincidenza; due coincidenze sono due coincidenze; tre coincidenze sono un indizio”.

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