Apertamente

di Stefano Pizzin del 17/09/2018 - Orban è solo l’ultima manifestazione di un male radicato nella storia ungherese, figlio da un senso di sconfitta e di rivalsa contro il mondo. Per capire qual è il male oscuro dell’Ungheria bisogna andare indietro nel tempo, oltre Orban e il suo mezzo regime che si regge in piedi con la retorica nazionalista e i fondi dell’Unione europea. In fondo Orban, un personaggio mediocre, prima comunista, poi liberale e, infine nazionalista, è riuscito a ottenere un potere quasi assoluto sulle rive del Danubio grazie alla colpevole disattenzione dell’Unione europea, in particolare della sua amica Angela Merkel, tanto veloce nel minacciare di spedire i carri armati ad Atene se avessero sgarrato con le misure di austerità e tanto distratta nel permettere che a Budapest i fondi europei vengano usati per bizzarri programmi sociali a metà strada tra la carità e il capitalismo di Stato, lasciando comunque un Paese con Pil più scarso della Grecia, dove la paga media si aggira sui seicento euro, e il tanto favoleggiato “miracolo economico” non ha impedito che, dal 2010 a oggi, oltre 350.000 giovani lasciassero il Paese. Per capire il successo di Orban, non basta, soffermarsi sulle spese sociali, la retorica dell’assedio e il quasi totale controllo dei media, non basta nemmeno ricordare quel fiume di disperati che alcuni anni fa, sulla via dei Balcani, riempì le stazioni ferroviarie magiare venendo descritti come degli invasori e non dei come dei disperati in fuga dai massacri della guerra civile siriana, ma bisogna andare più indietro. Non tanto al 1956 e alla rivolta stroncata dall’Armata rossa (all’epoca fu un’ondata di profughi ungheresi a riversarsi alla frontiera dell’Occidente), ma al 1920, al Trattato di Trianon che sancì i confini dell’Ungheria dopo il disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico.
Quello che un tempo era il Regno di Ungheria uscì dal quel trattato con due terzi di territorio perduto, passò da 19 a 7 milioni di abitanti e si ritrovò senza sbocco al mare. Un patrimonio di risorse agricole e minerarie venne spartito tra le confinanti Austria, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Romania, ma soprattutto, dopo quel trattato, milioni di ungheresi si trovarono a vivere fuori dai confini della madrepatria, alimentando un revanscismo che prospera ancora oggi.
Oltre a ciò, e per non farsi mancare nulla, romeni, cecoslovacchi e jugoslavi, misero in piedi, propio in funzione anti ungherese la “Piccola Intesa” con il preciso scopo di accerchiare il paese magiaro, costringendolo, negli anni ‘30 a cercare una sponda verso la Germania nazista.
Quel trattato sancito nel palazzo di Trianon a Versailles fu un accordo diplomatico fatto con una tale durezza, ispirato più ai desideri di vendetta che a ristabilire un ragionevole ordine geopolitico in Europa centrale, che avrebbe lasciato tanto veleno e risentimento pronto a riesplodere alla prima occasione. Una ferita avvelenata che accompagnò la storia dell’Ungheria, della quale generale francese Ferdinand Foch disse: “Questa non è una pace ma solo un armistizio per i prossimi vent’anni”.
La profonda sensazione di essere stati puniti ingiustamente, di avere lasciato milioni di concittadini al di fuori dei confini patri, la disperata nostalgia per quell’Ungheria di un tempo, unico popolo riuscito a trattare alla pari con gli austriaci nell’Impero degli Asburgo, ha pervaso l’Ungheria per tutto il novecento. Dopo la breve e fallimentare Repubblica dei consigli di Bela Kuhn, la prima rivoluzione comunista ad avere un effimero successo fuori dalla Russia, di quei sentimenti e di quelle frustrazioni si è nutrito il regime fascista di Miklós Horthy, l’ammiraglio senza mare, i tiranno che fu tra i più solerti esecutori delle direttive naziste.
Il sentimento di rivalsa, dunque, ma anche quello dell’accerchiamento. La paura dei vicini sempre pronti a prendersi un pezzo di quella pianura che, adagiata intorno al Danubio e il lago Balaton, non ha mai posto degli ostacoli naturali agli invasori. Gli slavi, a partire dai russi, dai quali gli ungheresi hanno sempre riaffermato la loro distanza etnica e linguistica che li porta a cercare le loro radici più in Asia che nell’Europa contro orientale; gli austriaci, con i quali hanno ingaggiato una lotta formidabile fino a costringerli a condividere l’Impero; i romeni ai quali hanno ceduto la Transilvania con la sua gente e la sua storia di baluardo anti turco.
Forse solo i trent’anni di Janos Kadar, il più bonario dei signori feudali del comunismo sovietico, l’uomo del “comunismo al goulash” o di quella che Churchill chiamava “la baracca più allegra del lager”, riuscì a lasciare in una certa grigia tranquillità il Paese. Kadar, insieme a Horthy e Orban, uno degli uomini che ha più segnato l’Ungheria degli ultimi cent’anni, fu una figura singolare: militante comunista, incarcerato da Stalin, pronto ad autodenunciarsi per difendere il partito, prima condivise il tentativo di riforme di Nagy ma, appena la rivolta divento antisovietica, si fece portare ai vertici dello Stato dai carri armati di Mosca. Dopo trent’anni di potere lasciò in eredità ai magiari il più morbido dei regimi comunisti, tollerante con il dissenso e con l’iniziativa privata. A Budapest il 1989 non ebbe nulla di epico, tranne i funerali di Nagy e degli insorti del ‘’56 le cui salme erano state riportate a casa. L’89 ungherese cominciò in estate, quando il nuovo capo dei comunisti Gyula Horn diede qualche colpo di cesoia al reticolato che segnava il confine tra Ungheria e Austria, aprendo una diga che da lì alla fine dell’anno travolse l’intero patto di Varsavia.
L’ultimo dei sentimenti che pervadono i magiari è il senso della loro eccezionalità, il loro essere diversi dagli europei centrali; né slavi, né tedeschi, con quella parlata ungaro-finnica, segnata dagli accenti nella sillaba finale, dai nomi delle persone scanditi prima con il cognome e poi il nome, da quel sentirsi gli eredi degli Unni e degli Ungari, gli ultimi barbari a essere domati. Probabilmente a questo si deve essere ispirato Viktor Orban quando, pochi mesi fa, rappresentare il suo Paese in Kazakistan, assieme ai turchi e agli Stati dell’Asia centrale, nati dal dissolvimento dell’Unione sovietica, ha ribadito l’eccezionalità ungherese e quel suo appartenere più alle steppe dell’Asia che all’Europa di Bruxelles.
L’idea di fondo di Orban è quella che all’Ungheria la democrazia liberale non si addice, ci vuole uno Stato etnicamente puro, dove alle libertà individuali si preferisca il “Dio, Patria e famiglia”. Più che di Horthy o all’eroe risorgimentale Kossuth, Orban si sente il diretto erede di Stefano, il re santo, che convertì al cristianesimo il suo popolo e fondò il Regno di Ungheria. “Dobbiamo abbandonare i metodi e i princìpi liberali nell'organizzazione di una società. Stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale, perché i valori liberali dell'occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza”. Nella sua Ungheria identitaria e nazionalista non c’è spazio per gli altri: i socialisti, i liberali, gli immigrati, gli omosessuali, i laici. La sua Ungheria è quella delle campagne e della nostalgia, oggi largamente maggioritaria nel Paese tranne che nella più cosmopolita e progressista Budapest.
Come ogni regime, anche quello orbaniano, deve rispondere alle esigenze economiche dei suoi cittadini. Riccamente finanziato dai fondi europei, il governo di Budapest in questi anni ha distribuito contribuiti a pioggia ai piccoli contadini e imprenditori, finanziato politiche assistenziali e per la famiglia (tradizionale, si intende), diffondendo un certo benessere anche sempre inferiore a quello dei vicini cechi e polacchi. Per fare questo ha prodotto un sempre più significativo buco nelle casse pubbliche che Bruxelles non sarà in grado di ripianare all’infinito, il tasso di povertà resta alto a circa il 15% della popolazione e, nonostante tutte le misure prese, la fuga dal Paese di giovani e lavoratori specializzati continua incessante.
Per mantenere il potere Orban e il suo partito Fidesz (ancora amorevolmente accolto tra le braccia dei popolari europei) ha occupato ogni luogo di potere, dalla Banca Centrale, alla Corte Costituzionale, dalle aziende pubbliche, all’informazione. Un potere quasi ossessivo che il recente voto del Parlamento europeo che ha sancito l’incompatibilità delle politiche del governo magiaro con lo spirito dell’Unione europea, appare più un tardivo segno di attenzione da parte dell’Europa che una reale volontà di sfidare Orban e la sua ideologia.
In fondo dovrebbero averlo capito tutti: finché l’Europa è rigore e fiscal compact i piccoli autocrati avranno vita facile e abbondanti consensi.
A Budapest la storia fa lunghi e tormentati giri, come le anse del Danubio, così dove si mise fine al Novecento tagliando il filo spinato, oggi ne è stato eretto uno perfino più alto. Aspettiamo che il fiume della storia percorra un’altra curva, ma anche i fiumi andrebbero aiutati a compiere il loro percorso.

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