Apertamente

di Federica Montevecchi da Striscia Rossa del 16/5/2018 - Nel corso della storia la riflessione sul rapporto fra sapere e politica, che è tutt’una con quella sulla qualità della politica, è stato un modo di reagire alle varie forme di decadenza. Tornare a pensare la praticabilità di quel rapporto può essere utile in tempi esangui come il nostro, dove la politica è in modo sempre maggiore esclusiva espressione di forza, gli intellettuali sembrano scomparsi e chi si occupa di sapere e di formazione nei diversi gradi del sistema statale, se agisce pubblicamente, lo fa troppo spesso in maniera simbiotica con un potere sempre più oligarchico e al tempo stesso pervasivo. Azione politica in senso stretto, azione culturale e la cosiddetta opinione pubblica sono di fatto indistinguibili e contribuiscono, in maniera più o meno consapevole, a rafforzare un dominio che ha come esclusiva finalità la conservazione di se stesso, tanto che quanto accade di positivo assume spesso il carattere dell’accidentalità. Si tratta di una situazione in cui le voci dissonanti, per natura minoritarie, sono talmente marginali da risultare di fatto silenziose: quanto più numerosi sono i mezzi di comunicazione, che moltiplicano e rinvigoriscono modi di pensare e comportamenti convenzionali, tanto meno si aprono possibilità concrete di riflessione e di espressione. Basti pensare a come in televisione, o sulla stampa cartacea, il ruolo intellettuale abbia assunto un carattere standardizzato al punto che persino il disaccordo, spesso enfatizzato, quindi veemente, se non urlato, sembra l’esito di un copione farsesco, ripetitivo e noioso.
La rete non è migliore: le riviste culturali online maggiormente note, ad esempio, sono così emule di quelle cartacee tanto che, come queste ultime, sembrano ambire anzitutto al ruolo di portavoce delle produzioni delle grandi case editrici, blasonate soltanto nei nomi, ma ormai guidate da manager dediti quasi esclusivamente al profitto. Senza parlare poi della rincorsa ai cosiddetti eventi, che moltiplicano di città in città i festival sui temi più disparati, simboli del soddisfacimento narcisistico della potenza, sopratutto economica, di chi li organizza. È quasi sempre il puro narcisismo, infatti, a guidare anche l’azione di quei singoli che fanno del loro sapere una semplice forma di erudizione, volta alla ricerca del successo personale, che non ha, e non si propone di avere, alcuna ricaduta pratica.
Va da sé che, stando così le cose, ripensare il rapporto fra sapere e politica non può riportare a dibattiti antichi e superati, volti a riflettere sull’identità dell’intellettuale e a stabilire se egli debba essere dedito alla conoscenza disinteressata, cioè un chierico alla Benda, erede per certi versi del tipo aristotelico di studioso, o all’opposto, impegnato nella riflessione teorica necessaria all’azione politica, vale a dire engagé come voleva Sartre, che si poneva in tal senso in continuità con Platone. Si tratta di una questione poco feconda anche perché nei casi migliori oggi chi si dedica sul serio alla conoscenza la considera opposta alla politica, quindi un’occupazione privata, o fra pari, la cui ricaduta è soltanto individuale: fra Aristotele e Benda, da una parte, e Platone e Sartre, dall’altra, sembra infatti avere vinto Epicuro.
Lontanissime sono poi le riflessioni di Marx sui filosofi chiamati a trasformare il mondo o quelle di Gramsci, che riteneva un dovere dell’uomo di cultura il dedicarsi all’impegno partitico per cambiare la società: la difficoltà di capire la realtà così com’è rende di fatto impossibile, oltreché poco sensato, ipotizzare come essa dovrebbe essere, per non parlare dei partiti odierni, che hanno assunto la forma di veri e propri fan club.
Tutto ciò sembra indicare che una rinnovata qualità della politica può trarre linfa soltanto da un’azione intellettuale che discenda dall’esperienza, non da astratte visioni teoriche. E per esperienza si intende proprio la conoscenza diretta della realtà, più precisamente di quella parte della realtà in cui si vive e dove le azioni condivise possono avere ricadute osservabili e concrete.
Si sa che parlare e discutere con le persone nei luoghi pubblici in modo pianificato e con continuità, non nella forma dei cosiddetti eventi, è una maniera concreta di agire intellettualmente, che favorisce la volontà di capire e di pensare, quindi le occasioni di sottrarsi agli automatismi che impoveriscono mente e parola o che chiudono nel proprio privato.

In un tempo orfano di progetti politici e di ideali, e della gratuità che è loro propria, ripartire dalla parte di realtà che ci è dato in sorte di abitare e dai tempi lunghi propri della riflessione e della conoscenza condivise sembra l’unica possibilità di provare a vivere, e di conseguenza a pensare, il rapporto fra sapere e politica, con la consapevolezza che le esperienze minoritarie, se non eretiche, aprono da sempre inediti punti di vista e di azione.
Dal momento che la storia ha sconfitto definitivamente gli ideali che muovono dalla pura teoria non si può che scommettere su un ideale che paradossalmente si definisce di giorno in giorno a partire dall’esperienza.

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