La mafia non lascia tempoUomo d’onore, killer, pentito: l’educazione criminale dei mafiosi raccontata dal più importante collaboratore di giustizia dopo Buscetta. Sono nato a Palermo il 5 febbraio 1940, nel quartiere di Pallavicino, e sono cresciuto tra i vicoli di Mondello e Partanna. Sono un collaboratore di giustizia.

Sono stato un furfantello, un ruba-macchine, prima ancora un ragazzino svogliato. Ho imparato a rubare guardando le donne del mio quartiere. Non era proprio un rubare, ma un prendere reciproco, di nascosto. Tra le case c’erano dei giardinetti con alberelli di limoni, di arance, con degli orti, se c’era bisogno di qualcosa per cucinare, lo si prendeva: facevano tutte così. A volte scoppiavano liti per questo, roba di poco conto, urla tra donne, spesso comari, parenti, che non intaccavano i rapporti di forza tra i loro uomini. A scuola andavo poco, a nessuno interessava troppo quello che facevamo noi ragazzini.

Gli adulti si sfiancavano per portare qualche soldo in casa. Mio padre aveva un posto fisso, guidava l’autobus, ma in famiglia eravamo in sei: oltre me, c’erano tre sorelle e un fratello, Giovanni. Mia mamma, che in gioventù era stata una sartina, si ammalò che avevo circa dieci anni. Cominciò ad avere disturbi mentali, a entrare e uscire dai manicomi, e condusse questa vita fino agli ultimi anni, quando trovò pace andando a vivere un po’ con me e un po’ con una delle mie sorelle, Giacomina, fino alla sua morte nel 1981.

Poco prima che compissi i diciotto anni, mio padre si rifece una famiglia ed ebbe altri figli, due maschi e quattro femmine. Con loro avevo pochi rapporti, avevo ormai iniziato la mia vita.

Vivevo per strada, in una realtà in cui i mafiosi erano gli unici che stavano bene. Anche le forze dell’ordine – a loro modo – li rispettavano, non c’è quindi da stupirsi se per molte famiglie disagiate poter affidare l’educazione del proprio figlio a Cosa Nostra fosse considerata una fortuna.

Per molti ragazzini, l’alternativa era diventare un ladro, un contrabbandiere. I più fortunati, invece, i cui parenti avevano conoscenze, finivano sotto l’ala protettrice dei mafiosi di quartiere. Fu così anche per me.

Il fratello di mia madre era un soldato di Borgovecchio e faceva riferimento al capofamiglia Leopoldo Cancelliere, un esponente della vecchia mafia palermitana. Così, quando compii tredici anni, fecero un favore a mio padre.

Mi misero a lavorare presso l’officina di un certo Salvatore Vetrano, della famiglia di Paolino Bontade. A scuola ci andavo sempre meno, finché la lasciai del tutto per trascorrere le mie giornate nell’officina di via Montesanto, accanto alla Standa, tra via Divisi e via Roma. Diventai un meccanico. E un ladro.

I primi furti sono sempre i più semplici. Smontavo i fanalini posteriori delle auto, oppure prendevo le ruote di scorta. Era la Palermo della metà degli anni Cinquanta, città povera, ci si accontentava. Portavo già qualche soldo a casa.

Durante l’adolescenza e fino ai vent’anni, era l’inizio degli anni Sessanta, vivevo in simbiosi, si può dire, con un certo Giuseppe Panzica, figlio della sorella del padrone dell’officina. Abitava a Pallavicino e lo conoscevo fin dai tempi della scuola.

Giuseppe fece una brutta fine. Rimase coinvolto nell’omicidio di una prostituta, una certa Maddalena, uccisa a pugnalate. L’avvocato che lo difendeva credeva nella sua innocenza: non era stato lui e tutti sapevano che il vero assassino era un magnaccia di Borgovecchio, un cocchiere che, con la scusa di girare per il suo lavoro, teneva tutto sott’occhio.

Fra Giuseppe e Maddalena si era creato un rapporto e il cocchiere voleva mettere fine a questa frequentazione. I due ragazzi però non volevano saperne di separarsi, e allora il magnaccia ricorse alla violenza.

Ammazzò Maddalena e in questo modo incastrò Giuseppe.

Gli dettero l’ergastolo che era ancora un ragazzetto. Morì in carcere, molti anni dopo.

 

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