Il rumore dei morti

«Nel silenzio profondo, il rumore dei morti – a saperlo ascoltare – diventa musica. I morti hanno fretta più dei vivi che giustizia sia fatta e di andare… dove devono andare». La frase del professor Federico Gerace, protagonista di questo romanzo sui generis, esprime appieno le intenzioni degli autori: descrivere uno spaccato nascosto del crimine, in cui un tema della morte è trattato con «rispetto, delicatezza, attenzione, silenzio».

La storia ruota intorno a tre fatti di cronaca nera realmente accaduti e rivisitati: la morte del piccolo Jerry, un indifeso bambino cingalese, della prostituta Alba, innamorata di un camorrista e, infine, di un uomo bonario che dovrà fare i conti con la sua opaca vita parallela. Il patologo forense contribuirà con le sue autopsie a capire le dinamiche che hanno causato tanta sofferenza.

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Giancarlo Umani Ronchi è medico legale, professore emerito all’Università la Sapienza di Roma. Per decenni ha partecipato all’attività dell’obitorio comunale di Roma anche come responsabile. Occupandosi dei più significativi fatti di cronaca nazionale e internazionale, ha pubblicato numerosi testi scientifici e, nel 2008, Non avere paura di uccidere per Edizioni Libreria Cortina. È membro del Comitato Nazionale di Bioetica.

Anna Vinci, scrittrice e giornalista, ha lavorato come autrice, regista e conduttrice a Radio Due, RaiSatExtra e Rai Educational. Per Chiare Lettere ha pubblicato La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi e, tra i suoi romanzi, Marta dei vocabolari, per Voland.

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Erano già trascorse più di due ore da quando si erano salutati e una certa apprensione era cresciuta. Federico restava convinto della sua scelta, tuttavia non poteva non considerare che, quando gli aveva affidato il caso, il dottorino, pur accettando con un moto di orgoglio e una certa baldanza, non era riuscito a controllare la propria agitazione. Con eccessiva disinvoltura gli aveva detto che prima di andare a casa sarebbe ripassato in obitorio e, nel caso il professore si fosse trovato ancora lì, gli avrebbe raccontato come si erano svolti i fatti. Gerace aveva convenuto che, se il lavoro l’avesse trattenuto, sarebbe stato utile scambiare qualche informazione. Non voleva dargli l’impressione che il suo interessamento era più paterno che professionale.

Santi rientrò che erano passate le nove. Gerace, appena lo vide, dopo che aveva bussato alla porta con tocchi ancora più lievi del solito, si rese subito conto che era affranto e l’impatto con la realtà era stato peggiore di quanto avesse potuto immaginare.
«Com’è andato l’incontro?».
«Lo vuole sapere?».
«Pietro, certo ti ho… ti ho pensato. Ho pensato al caso».
«Il convivente è rimasto tutto il tempo in silenzio».
«Dovrebbe parlare italiano».
«Infatti, ma sembrava che fosse capitato per caso in quella storia. La madre, lei, continuava a discolparsi, dicendo che amava il figlio tanto da riportarlo in Italia, che lavorava per i figli. Davanti alla richiesta di una spiegazione delle lesioni riscontrare sul corpo di Jerry, ha avuto un sussulto. Ho sperato che mostrasse dolore, disperazione, invece lo sguardo era… era cupo e con voce stridula ha solo ripetuto: “Che altro potevo fare? Che altro?”. Piangeva tanto. Piangeva sempre. Il sostituto procuratore ha insistito, le ha detto che il bastone da passeggio trovato accanto al materasso – neanche si era presa cura di nasconderlo – era quello che presumibilmente aveva lasciato i segni sul corpo del figlio, poi ha proseguito acquisendo il fatto come certo e le ha chiesto perché lo avesse colpito, se l’avesse colpito solo lei. E quella, niente, lo guardava come fosse cieca, annuendo leggermente».
«Tacendo, ha ammesso le botte. Ciò facilita il compito dell’accusa. Le cicatrici lineari allungate che abbiamo riscontrato sul corpo rispondono alla dinamica dei fatti. Siete riusciti a sapere se fosse solo lei a infierire sul figlio?».
«Ho quasi paura di pensare che addirittura picchiasse il figlio per far stare in pace il suo uomo, o forse temeva, essendo lui spesso ubriaco, che succedesse qualcosa di peggiore: peggio della morte del ragazzino, forse era per lei la perdita dell’uomo. In ogni modo non si rendeva conto della gravità del fatto. Da non credere. Di fronte poi alle insistenze del sostituto procuratore per capire quanto è andato avanti quel massacro, lo ha guardato a lungo. Giuro, professore, sembrava cieca. Infine ha esclamato esasperata: “Ero stanca e lui non smetteva, non smetteva”».
«Siete riusciti a capire esattamente perché lei non l’ha curato, il perché delle sole pomate? I dolori e il pianto del bambino avrebbero potuto essere evitati con la giusta cura».
«Sul discorso cura non rispondeva, sembrava ipnotizzata, insisteva su questa idea del pianto; ma perché avrebbe dovuto smettere, quel povero bambino? Perché, perché?».
E Santi sembrava rivolgere la domanda a qualche divinità che però era rimasta lontana, anche dai Dogon dell’Africa e dai loro canti compassionevoli.




La borsa-valigia della giornalista aveva riportato il professore indietro negli anni. Era impreparato a quel fuori programma, così come lo era ai ricordi che spingevano per venire in superficie; lui li portava in sé, confusi nel fluire della vita. Anche dopo la morte della moglie, il suo atteggiamento non era mutato. Quando venivano a galla, involontariamente o affettuosamente stimolati dagli amici, gli comunicavano un senso di impotenza: erano lì presenti, ma sempre in loro mancava qualcosa che non si riusciva a ricostruire e poi potevano essere talmente fallaci. Quanto spesso aveva visto crollare rovinosamente i ricordi ai quali si aggrappavano i parenti delle vittime.
Soltanto del primo morto da lui sezionato, quando era ancora specializzando, Federico avrebbe ricordato tutto senza omissioni e lo avrebbe custodito dentro di sé chiaro e vivo, insieme all’attraversamento del corridoio che l’aveva condotto alla sala incisoria.

Stava percorrendo il corridoio grigio, un cunicolo stretto tra pareti stinte. Procedeva spedito, gettando un rapido sguardo alle barelle poste ai lati. Ma l’ultima barella, prima della seconda sala incisoria, catturò la sua attenzione: un foglietto con poche righe usciva dalla giacca di una salma. Federico avrebbe voluto avvicinarsi e leggere il messaggio. Ma gli sembrò di invadere un territorio privato: privato? C’era di che sorridere: presto quel corpo, come tutti quelli che giungevano all’obitorio, sarebbe stato adagiato nudo, supino e senza difese sull’acciaio del tavolo anatomico.
Entrò infine e fu accolto da un brusio sordo: «Quanto è bella, è bella…», si fermò, si voltò indietro e ascoltò meglio. Ebbe l’impressione, per un attimo che gli parve lunghissimo, che anche dal corridoio provenissero le voci. Si avvicinò al tavolo, dove giaceva una ragazza bellissima, nonostante il corpo fosse sporco di sangue e imbrattasse vistosamente gli abiti lacerati da numerosi squarci e la morte gli apparve irreale. Bisognava tagliare gli abiti, pulire il corpo della giovane, descrivere le lesioni da punta e taglio che interessavano il torace e l’addome, fotografarle, analizzare, invadere, tagliare ancora e ancora tagliare.
Si ritrovò a immaginare il viaggio della salma su una barella senza copertura, stretta tra altre barelle nel furgone della polizia giudiziaria mentre attraversava la città, nel traffico; il via vai frettoloso dei passanti, lo strombazzare dei clacson, la vita della donna ridotta a poche note sulla modalità del ritrovamento del corpo. Il resto era niente: una tedesca ventenne, ammazzata sul pianerottolo della casa dove abitava una sua amica. Uccisa in piena notte mentre chi sa quanti pensieri aveva, quante attese, chi sa perché si stava dirigendo a casa dell’amica. Forse per confidare un segreto? Forse spaventata, inseguita da chi le avrebbe inferto i colpi mortali? Domande senza risposte.
L’amica, durante l’interrogatorio, disse che non aveva sentito nulla, che Erika – così si chiamava la vittima – non aveva nemici, era piena di vita, sembrava non avere problemi. Era proprio quando le vittime avevano apparentemente una vita lineare che era più difficile trovare l’assassino. Così come – vera beffa del destino – era raro che un innocente accusato poi fosse scagionato. Gli assassini che hanno premeditato il fatto sono, il più delle volte, forniti di alibi – anche se destinati a crollare – e attenti a liberarsi di tracce e indizi, mentre gli innocenti si ritrovano in un vortice di sospetti dai quali faticano a liberarsi. Federico preferiva non pensare al numero di crimini rimasti impuniti, le cui cifre erano sempre un attentato alla fiducia nella giustizia che, per il suo mestiere, doveva continuare ad avere.
Anche nel caso di Erika, la fede di Federico fu messa a dura prova. Solo a distanza di anni identificarono l’uomo distinto, il misterioso «signore in blu», incrociato da alcuni inquilini mentre scendeva le scale dal pianerottolo dove era stato commesso il delitto: era diventato un accattone. Non servì, ai fini della condanna, il ritrovamento nel vagone ferroviario (che era la sua «abitazione») del diario dalle pagine ingiallite che descriveva un delitto dagli straordinari punti di coincidenza con la dinamica dell’uccisione della ragazza. Fu arrestato e processato più volte fino alla cassazione, ma nei vari gradi di giudizio la sentenza fu sempre la stessa: prosciolto per incapacità di intendere e di volere. La giustizia era arrivata troppo tardi. Gerace, misurandosi nel corso degli anni con i crimini rimasti impuniti, avrebbe sempre ricordato la frase del procuratore generale che si era occupato dell’omicidio di Erika, riferendosi all’imputato: «È stato molto sfortunato, andando incontro a una serie di elementi che lo inchiodano, oppure è stato lui l’autore dell’omicidio».

Federico Gerace avrebbe bevuto un’altra tazzina di caffè, per una volta sarebbe arrivato in ritardo a un appuntamento: che il dottor Manfredo aspettasse.
Mentre preparava la macchinetta, ripensò alla giovane giornalista: doveva sicuramente avere paura dei morti, anche se non l’ammetteva. Era qualcosa che Federico non aveva mai provato. Quando entrava in sala incisoria, gli bastavano pochi secondi per approdare in un’altra dimensione. L’immobilità dei corpi indifesi, le luci forti, il silenzio dell’inizio del lavoro erano un anestetico alle emozioni.
Tuttavia, davanti a certe donne che conservavano intatta la loro bellezza e la loro seduzione femminile, provava ritegno e imbarazzo. Quando gli occhi erano chiusi, si poteva avere l’impressione che esse dormissero e aspettassero una carezza per risvegliarsi. La cosa più difficile in quei casi era tagliare gli abiti, toccarli, stringerli tra le mani, misurarne la consistenza; le stoffe, le forme delle vesti anche imbrattate di sangue racchiudevano il senso prepotente della vita e dell’eros. In quei casi non sopportava barzellette, commenti scurrili ai quali si lasciavano andare tecnici e medici, benché sapesse quanto le parole lontane da ogni pietà fossero il modo per prendere una distanza cautelare dall’emotività, la peggiore delle consigliere.

 

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