di Maria Pia Monteduro da Vespertilla - Inserito nell’interessante collana di gialli I luoghi del delitto, grazie alla quale “i lettori possono indagare aspetti sconosciuti di città notissime o di intere regioni”, il romanzo di Elena De Vecchi si svolge nella zona di confine Gorizia-Nova Gorica. L’ambiente, come si evince chiaramente dalle coordinate della collana editoriale, è importante, se non addirittura decisivo. La storia si sviluppa e ha la sua ragion d’essere in un crocevia di lingue, culture, tradizioni popolari, retaggi storici che, finalmente, nel primo decennio del XXI secolo, hanno trovato la strada della pacifica convivenza e del reciproco rispetto.

L’ispettore di polizia di Gorizia, Giuliano Kaucich, e il capo dell’anticrimine
di Nova Gorica, Marko Devetak,collaborano tranquillamente e senza alcun senso di rivalsa reciproca, tesi solo a
risolvere enigmi e ad assicurare alla giustizia,italiana o slovena che sia, i malfattori.
Anche l’arrivo presso la Questura di Gorizia del nuovo sovrintendente Vincenzo Casertano,
trasferito per sua sicurezza personale dalla terra dei fuochi, non altera
l’equilibrio delle due unità di polizia, ma si integra con professionalità e tanta umanità.
La vicenda ruota attorno alla sparizione (volontaria? rapimento?) di una donna
“tranquilla”, Emma Torriani, e coinvolge un’intera zona storico-geografica. Questo è,
per così dire, il casus belli, ma, in effetti, il motore della vicenda è collegato a un antico
fenomeno storico-sociale che la De Vecchi inserisce con grande stile nella storia, per
così dire, locale del noir: il fenomeno delle aleksandrinke. Trattasi precisamente di
donne del goriziano che vanno a vivere per lavoro ad Alessandria d’Egitto. Il fenomeno
di massa dell’emigrazione femminile dal Goriziano in Egitto inizia nella seconda
metà del XIX secolo, poiché durante la costruzione del Canale di Suez, e ancor più
dopo la sua apertura (1869) aumenta il numero di uomini d’affari in Egitto, che si stabiliscono
principalmente ad Alessandria e al Cairo. Le ragazze e le donne, quasi tutte
d’origine contadina, trovano lavoro presso ricche famiglie europee come cuoche, cameriere,
badanti dei bambini, balie, governanti, sarte, eccetera. Di fatto, le donne
nubili svolgevano questa professione a vita.
Mediamente tornano a casa solo per brevi
vacanze, nel paese nativo fanno ritorno definitivo
solo dopo il pensionamento. Il termine
specifico aleksandrinke, alessandrine,
diffusosi nel Goriziano, è segno che si trattava
di quello che oggi viene definito fenomeno
di massa. Il guadagno inviato a casa
per posta o, a volte, tramite parenti e amici,
inizialmente serviva alla sopravvivenza
della famiglia e di seguito per l’istruzione
dei bambini della famiglia e per la costruzione
o ricostruzione della casa e/o della
stalla. Le ultime donne del Goriziano che
hanno lavorato in questa situazione in
Egitto sono della fine degli anni ‘60 e inizio
degli anni ‘70 del XX secolo, ma certamente
il fenomeno inizia a calare drasticamente
dopo la Seconda Guerra Mondiale. In Egitto
queste donne venivano chiamate “les Goriciens,
les Slaves, les Slovenes”. Che ci fossero
stretti rapporti non solo commerciali,
ma anche sociali tra la zona giuliana-goriziana
e l’Egitto è confermato, ad esempio,
dal fatto che presso gli uffici anagrafici del
Comune di Trieste, sotto l’Impero Austro-
Ungarico, esisteva una sezione particolare
dedicata ai cittadini alessandrini che vivevano
a loro volta a Trieste, anche per brevi
periodi, ma continuativi, così da avere una
sorta di “facilitazione burocratica” per documenti,
certificati, e così via. Questo inquadramento
storico, molto dettagliato e
fulcro della vicenda, non appesantisce il
racconto, anzi, gli dona una prospettiva autentica
molto interessante e stimolante,
oltre che anche istruttiva. Traspare da molte
pagine del romanzo la voglia di pace e serena
coabitazione dei popoli transfrontalieri
che hanno subito uno tra i confini più
assurdi e decisi “a tavolino” della storia
dello scorso secolo. La narrazione della De
Vecchi è sovente ironica, talvolta elegantemente
dissacrante, e conferisce al libro una
facilità di lettura lodevole, ma, nel contempo,
induce ad acute riflessioni sulla
vita, sui rapporti interpersonali, sul conflitto
generazionale e sulla voglia che
ognuno ha, lecitamente, di conoscere il proprio
passato e le proprie origini.

 

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