Nel corso di appena un ventennio il termine precarietà ha assunto una rilevanza
davvero significativa all’interno delle ricerche, delle analisi e delle teorizzazioni
delle scienze sociali.

Ciò è avvenuto nell’ambito di un dibattito internazionale
intrecciato con altri temi cruciali nello studio delle società contemporanee: la
globalizzazione dell’economia, la disoccupazione, le trasformazioni produttive
e dell’organizzazione dell’impresa, la crisi finanziaria ed economica, la questione
delle disuguaglianze sociali. Il termine precarietà rappresenta uno di quei casi
in cui gli sforzi delle scienze sociali di definire e studiare un fenomeno sotto gli
occhi di tutti contribuisce altresì ad alimentare la funzione riflessiva della società
su sé stessa.
Un’abbondante mole di contribuiti sulla diffusione e le cause della precarietà
del lavoro si è così accumulata in quest’ultimo periodo. Il fenomeno è stato ampiamente
indagato. Diverse ipotesi sono state proposte nel tentativo di fissare i
motivi di questa diffusione così pervicace e ciascuna disciplina delle scienze sociali
ha contribuito ad analizzarne i diversi effetti per la popolazione.
Se qui riproponiamo il tema è soprattutto per fare, attraverso uno sguardo
multidisciplinare, il punto su alcuni nodi teorici cruciali: la questione del confronto
storico con le forme passate della precarietà, il ruolo delle decisioni politiche
che hanno spianato la strada alla deregolamentazione dei mercati del lavoro,
la convergenza tra precarietà occupazionale nei paesi del Nord e lavoro informale
luca salmieri
ariella verrocchio
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nei paesi del Sud del globo, la finanziarizzazione dell’economia, il passaggio dal
modello fordista a quello post-fordista, le politiche di austerity, lo smantellamento
del welfare e la crescita della disoccupazione, i driver economici e finanziari
che hanno ampliato le disuguaglianze1. Abbiamo poi ritenuto fondamentale declinare
queste riflessioni in un’ottica di genere, poiché la precarietà del lavoro ha
radici storiche e lontane che, in spazi e tempi diversi, richiamano quasi sempre
condizioni di lavoro femminili peggiori di quelle maschili, con statuti di diritti e
protezioni residuali rispetto agli standard garantiti agli uomini: il fatto che storicamente
il lavoro femminile sia stato considerato aggiuntivo o complementare
rispetto a quello maschile, che ancora oggi disoccupazione, sottoccupazione, povertà
economica e vulnerabilità sociale colpiscano prevalentemente le donne e
che il dilemma della conciliazione tra lavoro familiare non retribuito e lavoro per
il mercato abbiano rappresentato una problematica tutta al femminile attestano
che il lavoro delle donne può essere ricostruito senz’ombra di dubbio come una
precarietà ante-litteram.
L’analisi della precarietà inoltre reca automaticamente con sé la necessità di
chiarire sovrapposizioni e distinzioni rispetto al concetto e alla pratica della flessibilità,
altro lemma solitamente coniugato in chiave femminile. Infatti, la flessibilità
oggi richiesta e praticata pressoché in tutti gli ambiti lavorativi ricorda
sommariamente la duttilità e le capacità di adattamento che un certo essenzialismo
di genere accorda alle donne come qualità estrinseche al sesso, consolidando
così il binomio stereotipato di flessibilità-femminilità2.
L’occasione è dunque utile prima di tutto per riconfermare ulteriormente la
distinzione netta tra precarietà e flessibilità, due fenomeni diversi che, sebbene
spesso si accompagnino, hanno origini diverse, mostrano possibilità indipendenti
di applicazione e producono effetti differenti3. In seconda battuta questa
distinzione consente anche di mettere meglio a fuoco il rapporto tra genere e
precarietà e tra genere e flessibilità. Infine, aspetto ancora più importante per
le sue implicazioni ‘‘politiche’’, i diversi saggi di questa raccolta e in particolare
quello di Jan Breman e Marcel van der Linden, consentono di esplicitare con fine
precisione cosa è la precarietà e come deve essere inquadrata nello scenario sociale
attuale. Essa si riferisce alle condizioni di instabilità lavorativa, di fragilità
economica e di subordinazione del lavoro rispetto alla forza del capitale al cui interno
viene a trovarsi una massa crescente di soggetti nel quadro dell’economia
1 Questo volume prende le mosse dal workshop “Di condizione precaria. Sguardi tra lavoro e
non lavoro” promosso e organizzato dall’Istituto Livio Saranz nella giornata del 1° ottobre 2014
presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Trieste.
2 Al riguardo ci permettiamo di rimandare a: L. Salmieri, Dentro, ma in basso. Le donne nel mercato
del lavoro post-fordista, in A. Bellavitis, S. Piccone Stella (a cura di) Flessibili/precarie, in “Genesis”,
vol. VII, n.1-2, 2008, pp. 63-85.
3 Parimenti alle precise definizioni dei due fenomeni – flessibilità e precarietà – che ricorrono
nei saggi di questo volume, segnalo anche la distinzione analitica presente in L. Salmieri, Coppie
flessibili. Progetti e vita quotidiana dei lavoratori atipici, Il Mulino, Bologna 2006.
introduzione 9
globale. Da tale condizione discendono tutte le perdite di sicurezza sociale che
si osservano nell’arena simbolica e nel piano concreto dell’impoverimento delle
capabilities e dell’accesso alla piena cittadinanza nei regimi europei di democrazia
sociale dove l’altra faccia della stessa medaglia è data dalla crisi del welfare, dalla
privatizzazione dei servizi pubblici e dalla riduzione dei salari reali.
Sebbene non siano mancate numerose sottolineature del grave errore di
sinonimia tra precarietà e flessibilità, ancor oggi i due concetti viaggiano insieme,
laddove il secondo tende a giustificare e legittimare nella sua inevitabilità
l’estrema consequenzialità del primo. Si è precari perché bisogna essere
flessibili! In parte la sovrapposizione è provocata dalla frequenza con la quale
effettivamente le modalità flessibili di organizzazione del lavoro scivolano nella
precarietà, laddove l’assenza di diritti e regole depotenzia le istanze dei soggetti
che vorrebbero aver maggior voce in capitolo nel definire tempi, luoghi e risorse
– materiali e immateriali – del proprio lavoro. Tuttavia, poche volte si è abbastanza
sottolineato che si può essere (e spesso lo si è) flessibili, senza per questo
subire la precarietà.
Il fatto è che la supposta equivalenza tra flessibilità e precarietà è stata e continua
ad essere l’espediente ideologico grazie al quale la sburocratizzazione degli
assetti organizzativi della società fordista ha fruttato un doppio risultato: da un
lato, la rottura delle rigide gabbie in cui erano formalizzati e imprigionati i processi
routinari e le competenze del lavoro – rottura avallata e in parte persino
auspicata dai movimenti operai che intendevano così liberare il lavoro dalla ripetizione
alienante di marca taylorista – dall’altro la profonda de-regolamentazione
dei rapporti e delle forme di negoziazione e compromesso tra lavoro e capitale. E
così, sebbene la flessibilità abbia a che fare con specifiche modalità di organizzazione
(individuale o di gruppo) del lavoro che non per forza comportano condizioni
di precarietà, quest’ultima invece riguarda una condizione di vulnerabilità
economico-sociale derivante dall’assenza o dalla parziale presenza di quei diritti,
tutele e protezioni – una volta formalmente regolamentate e sostanzialmente garantite
– dipendenti dalla status occupazionale delle persone. Fondere i due concetti
in uno stesso significato, approfittando di una realtà che li rende integrati,
portare cioè le condizioni precarie del lavoro a scomparire dal discorso pubblico
per essere inglobate nel refrain di mitizzazione della flessibilità del lavoro, significa
“privatizzare”, nascondere e individualizzare l’esperienza dell’instabilità
lavorativa e del lavoro senza diritti. In altre parole renderla soggettiva, unica e
priva di potere identificativo delle condizioni di vita di molti.
Del resto, su un altro versante, lo sganciamento del capitale dalle basi materiali
e personalizzate dell’imprenditore, del datore di lavoro, del tycoon o del capitalista
e la sua smaterializzazione finanziaria sotto forma di moneta di debito e
di credito sottoposta ai capricci aleatori dei mercati delle scommesse e delle speculazioni
di breve termine, ha prodotto una sorta di progressiva emancipazione
del capitale rispetto al lavoro. Tale nuova forma di autonomia si scorge laddove
il profitto viene perseguito secondo le regole della rendita e della speculazione
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finanziaria, gli investimenti si territorializzano per poi de-territorializzarsi,
precarizzando ulteriormente le basi produttive e cognitive del lavoro. È proprio
questo il passaggio storico che sancisce le differenze con le forme di precarietà
che pure hanno contraddistinto diverse fasi della modernità, prima che i Gloriosi
Trenta del secondo Novecento portassero a completamento i processi di compromesso
tra stato, mercato e famiglia4.

 

 

 

 

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