Apertamente

di Henri Schmit da LaVoce.info del 4/4/2018 - Con le elezioni del 4 marzo i cittadini hanno eletto un parlamento che rischia di rimanere senza maggioranza. L’intransigenza di partiti e gruppi parlamentari potrebbe dipendere dalle rigidità della legge elettorale e in particolare dalle liste bloccate. Piani post-elettorali stravolti. Negli intenti di coloro che l’hanno progettata, la legge elettorale 165/2017 doveva tenere a bada il Movimento 5 stelle e garantire una vittoria facile a una coalizione fra le due principali forze moderate, Partito democratico e Forza Italia (vedi dichiarazioni di Francesco Boccia, Omnibus La7, 21 marzo 2018). Il marchingegno che doveva assicurare l’esito è l’attuale sistema proporzionale a riparto nazionale con soglie differenziate per liste autonome o apparentate e con collegi uninominali congiunti che funzionano come leva a favore di quelle localmente più votate. Ma non è andata come intendevano i promotori della legge. Perché?
L’omogeneizzazione del Pd intorno al suo leader ha fatto uscire diverse correnti minoritarie che temevano di essere svantaggiate da liste bloccate, pluri-candidature e uninominale congiunto. Dopo l’approvazione della nuova legge alcuni scissionisti hanno formato la lista indipendente Liberi e uguali.
Tre partiti del centrodestra, al contrario, hanno saputo accantonare le loro differenze e presentare liste e candidati uninominali comuni. Forza Italia è un partito compatto in cui ogni dettaglio, in particolare l’elenco e l’ordine di elezione dei candidati, dipende dal leader, il quale difende da sempre le liste bloccate come un requisito irrinunciabile. La Lega beneficia invece di un discreto pluralismo interno che riflette la relativa indipendenza e responsabilità individuale di numerosi esponenti quali eletti locali.
Il M5s infine ha voluto presentarsi non più come gruppo chiuso di protesta, ma come partito aperto sulla società civile; ne testimoniano i toni moderati utilizzati durante la campagna e la presentazione prima del voto di una squadra di governo selezionata al di fuori dal movimento, nel mondo professionale.
A quel punto mancava solo il voto. Nonostante l’illusione di una scelta articolata, locale e uninominale, il sistema in realtà permette di scegliere solo uno schieramento nazionale, nient’altro.
Sappiamo com’è andata. La struttura monolitica generata dopo tre legislature elette con liste bloccate ha fatto perdere al Pd milioni i consensi che LeU ha saputo raccogliere solo in parte. Il Pd è stato punito doppiamente, nel proporzionale e nell’uninominale. Le soglie differenziate hanno prodotto l’effetto desiderato, ma in misura insufficiente: le preferenze per la lista alleata +Europa, che non ha raggiunto la soglia del 3 per cento, sono state contate per il Pd. Numerosi elettori di sinistra hanno preferito l’alternativa radicale di protesta del M5s al partito tradizionale compromesso e troppo omogeneo.
Lo stesso fenomeno si è verificato all’interno del centrodestra, che complessivamente ha beneficiato più di tutti dell’uninominale. Ma pur sapendo gestire l’ordine dei candidati di lista e la ripartizione dei candidati uninominali fra i tre partiti, i dirigenti di FI non hanno previsto che il voto di protesta potesse spostare quote importanti di preferenze verso la Lega.
Il M5s ha saputo attrarre consensi da diversi gruppi elettorali e migliorare leggermente il risultato complessivo con l’uninominale, mentre LeU, presentatasi da sola. non ha vinto nessun seggio uninominale. Sarebbe inutile lamentarsi che il sistema non ha prodotto una maggioranza di lista, perché è stato inventato e scelto proprio per questo. Qual è allora il vero vizio del sistema?

Le rigidità della legge

La normativa prevede numerose rigidità (liste bloccate locali, pluri-candidature, soglie differenziate, l’uninominale congiunto) non indispensabili e di dubbia costituzionalità, nonostante le sentenze 1/2014 e 35/2017 favorevoli a liste bloccate parziali o brevi. Il vizio profondo della legge vigente è lo stesso di quelle precedenti, entrambe censurate dai giudici: pretendono di creare artificiosamente una presunta maggioranza certa, di lista o di coalizione, un obiettivo comunque contingente, sempre aleatorio visto che vale il libero mandato. Il vizio più grave, solo mollemente sanzionato dalla Consulta, è lo stratagemma delle liste bloccate che permette ai partiti di nominare gli eletti e trasformarsi in nomenclature monolitiche che si riproducono per cooptazione. La natura chiusa del sistema di voto si ripercuote sulla qualità degli eletti, non più responsabili davanti agli elettori, ma unicamente davanti alla direzione del loro partito; e si ripercuote sulla produzione legislativa, sull’indirizzo politico e sull’efficienza del governo. Questi vizi del sistema elettorale favoriscono il voto di protesta populista come unico rimedio legale (oltre il referendum abrogativo, comunque di incerta efficacia) contro il presunto abuso di un’élite autoreferenziale disposta a tutto per mantenersi al potere.
Tre sono gli scenari futuri possibili. Si reintroduce la preferenza individuale singola, con o senza liste in circoscrizioni plurinominali o in collegi uninominali; oppure si continua a votare con un sistema di liste bloccate, nell’attuale versione più proporzionale o in una versione precedente super-maggioritaria. La terza soluzione consisterebbe nel completare l‘evoluzione degenerativa in atto dal 2005 verso un sistema perfettamente partitocratico, sostituendo il libero mandato con un mandato di partito. Forza Italia e M5s già prevedono espressamente l’abolizione del libero mandato dei deputati e dei senatori nel loro programma elettorale.

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