Apertamente

di Giuseppe Di Stefano - Il pensiero politico di Hannah Arendt (recuperiamo l’originario significato del concetto di libertà politica). In questo breve articolo intendo trattare un argomento molto importante per la cultura “occidentale”: il vero significato del concetto di “democrazia”. Ciò, credo, nella speranza di trovare nuove strade che guidino l’azione politica, che in questi tempi difficili è in grande crisi, soprattutto di credibilità. La parola democrazia deriva dal greco, appunto, da demos (popolo) e kratos (potere). Il termine democrazia (demokratia) può essere inteso in vari modi connettendo le parole popolo e potere: ad esempio la democrazia può essere definita come potere del popolo, cioè esercitato dal popolo o in nome del popolo, oppure può essere definita come potere esercitato a vantaggio del popolo. Questa ultima definizione è necessaria per introdurre un concetto, che però per i Greci dell’era classica, era del tutto estraneo, ovvero la differenza fra una democrazia diretta e una democrazia rappresentativa (che è quella attualmente più diffusa), come forme alternative e/o coesistenti di governo di tipo democratico. Infatti per un cittadino greco dell’epoca, che godeva dei “diritti politici”, era semplicemente inconcepibile farsi rappresentare, in quanto egli considerava, l’esercizio delle “libertà politiche” come la massima aspirazione a cui un essere umano potesse ambire e quindi non avrebbe mai delegato a nessuno questo tipo di “attività”, semmai era disposto a sacrificare la propria attività “professionale”, per potersi dedicare “all’esercizio” della politica.

Per i Greci le cose erano più semplici: democrazia era uno dei tipi di costituzione che si affermarono nella Grecia al passaggio tra l’età arcaica e quella classica, in particolar modo ad Atene, il cui modello costituzionale democratico del V e IV secolo a.C. è per noi un po’ il modello della democrazia antica. Quel che caratterizzava la democrazia ateniese era il fatto che il cuore del potere politico, ma anche giudiziario era l’Assemblea dei cittadini, e cioè degli Ateniesi maschi, adulti, nati da persone che a loro volta erano cittadini.
Il potere politico era esercitato attraverso la partecipazione ai lavori dell’Assemblea e degli altri organi costituzionali. Non vi era nessuna forma di rappresentanza, né di mediazione, né vi erano degli enti di aggregazione intermedia al fine di organizzare la rappresentanza, come ad esempio i sindacati, i partiti politici, le associazioni di categoria.

Oggi si è soliti liquidare, credo in modo eccessivamente frettoloso, questo tipo di forma di governo democratico diretto, come non più adatto alle società moderne, enormemente più complesse rispetto alla semplicità delle dinamiche della polis ateniese.

Dobbiamo ad Aristotele la famosa tripartizione delle forme di governo delle poleis che ancora oggi riteniamo valida. Come sappiamo Aristotele identificò la democrazia come potere di tutti in contrapposizione al potere di uno, la monarchia o di pochi l’oligarchia. Ciascuno di questi regimi politici aveva una propria possibile degenerazione, e per la democrazia Aristotele propose quella che oggi chiamiamo demagogia.

Per capire il concetto “classico” di democrazia, che, per una persona contemporanea potrebbe risultare incomprensibile, ci indica una possibile “chiave” di lettura contemporanea la Arendt la quale afferma: “ (…) Ciò che tutti i filosofi greci, anche se contrari alla vita nella polis tenevano per certo è che la libertà risiede esclusivamente nella sfera politica, mentre la necessità è soprattutto un fenomeno prepolitico, caratteristico dell’organizzazione domestica privata, e che la forza e la violenza sono giustificate in questa sfera perché sono i soli mezzi per aver ragione della necessità – per esempio, mediante il dominio sugli schiavi – e diventare liberi. Poiché tutti gli esseri umani sono soggetti alla necessità, essi sono disposti alla violenza verso gli altri; e questa non è altro che l’atto prepolitico di liberarsi della necessità della vita in nome della libertà del mondo. Questa libertà è la condizione essenziale di quella che i greci chiamavano felicità, eudaimonia, che era una condizione oggettiva legata prima di tutto alla ricchezza e alla salute. Essere poveri o essere ammalati significava essere soggetti alla necessità fisica, ed essere schiavi significava essere soggetti, in aggiunta, alla violenza umana. Questa duplice e raddoppiata “infelicità” della schiavitù era del tutto indipendente dal reale benessere soggettivo dello schiavo. Così un uomo libero povero preferiva l’instabilità di un lavoro che mutava quotidianamente al lavoro regolare, che, limitando la sua libertà di fare ogni giorno ciò che gli piaceva, era vissuto come servitù (douleia); anche un lavoro duro e penoso era preferito alla vita facile di molti schiavi domestici. (…) (Hannah Arendt, Vita Activa, pagine 23 e 24, Traduzione italiana di Sergio Finzi, Edizioni Tascabili Bonpiani, Milano, 2008; Titolo Originale: The Human Condition, The University of Chicago, Chicago U.S.A. , 1958.)

Questo breve passo ci illustra con chiarezza quanto fossero estranei, per i Greci, alla sfera politica i temi “economici”, che invece occupano nella così detta agenda politica di oggi tanto spazio. Ci illustra, inoltre, quanto il concetto di necessità non potesse coesistere con la sfera politica, che invece era il “regno” della libertà.

Quindi se “liberamente” accettiamo come forma di governo una democrazia rappresentativa a suffragio universale e facciamo nostro il concetto di sfera politica come sfera in cui i cittadini, anche se indirettamente, esercitano le loro libertà civili, allora il concetto, oggi tanto di moda, di “riforme politiche impopolari, ma necessarie per il bene comune e delle future generazioni” è privo di senso storico, filosofico e democratico.

Se anche la politica è il “regno della necessità e della tecnica” allora quale è il “regno umano della libertà”?

In quale ambito gli uomini possono realizzare il loro destino di auto-determinazione?

La strada di Atene verso la democrazia “compiuta” si snoda così tra le Guerre Persiane, che sono un complesso di episodi militari che opposero i Greci e i Persiani all’inizio del V secolo a.C., a seguito di un tentativo sistematico, condotto su vasta scala e senza economia di mezzi, dell’Impero Persiano di spezzare l’autonomia delle città greche delle due sponde dell’Egeo e dell’interno.

La guerra ebbe due fasi principali (precedute e seguite da vari altri episodi militari, perché la conflittualità tra il mondo greco e quello persiano si estese ben al di là dei limiti cronologici delle Guerre Persiane vere e proprie).

Essere riusciti a sconfiggere le forze persiane, tanto superiori dal punto di vista strettamente militare, fu un fatto vissuto dai Greci come una prova della superiorità delle loro istituzioni democratiche e del loro modello di civilizzazione. Da questo punto di vista le Guerre Persiane furono un episodio centrale della storia della civiltà greca, che ebbe conseguenze su tutto il modo di percepire la propria cultura nell’età classica.

Fu con Pericle (495 - 429 a.C.), che proseguì il piano di riforme democratiche fino a far raggiungere alla democrazia ateniese la piena maturità, ottenendo, per prima cosa, che i giudici popolari fossero indennizzati per le loro funzioni: questo segnò una svolta nella vita politica, ampliando la sfera dei cittadini coinvolta direttamente nella vita politica.

Pericle poi diede vita a tutta una serie di riforme, anche economiche, sempre nel segno di “liberare”, anche i cittadini più poveri, dei “pesi” della povertà e consentirgli di partecipare alla vita politica della città.

Il periodo di quasi cinquant’anni che intercorsero fra Salamina e il 432 a.C., durante i quali la civiltà attica conobbe il massimo splendore, si concluse bruscamente e per sempre al momento dello scoppio del conflitto peloponnesiaco.

La politica ateniese iniziò quindi un lungo periodo di instabilità associato ad un processo di progressivo deterioramento, soprattutto morale.

La democrazia ateniese si avvitò, così, in una crisi che, alla morte di Pericle nel 429 a.C., aprì alla fine la porta, dopo la guerra del Peloponneso, all’abolizione della costituzione democratica e alla dittatura dei cosiddetti Trenta Tiranni nel 404 a.C.

Quest’ultimo episodio ci insegna due cose: che la democrazia non è mai una conquista definitiva e che i periodi di crisi, militare e/o economica che siano, possono essere il preludio per l’istaurazione di regimi “dittatoriali” o addirittura “totalitari”.

Concludo citando sempre la Arendt: “(…) bios politikos denotava esplicitamente solo il regno degli affari umani, insistendo sull’azione praxis necessaria per istituirlo e mantenerlo in vita. Né il lavoro né l’opera sembravano avere sufficiente dignità per costruire comunque un bios, un modo di vita autonomo e autenticamente umano; poiché essi servivano e producevano ciò che era necessario e utile, non potevano essere liberi, indipendenti dalle necessità e dalle esigenze umane. La vita politica sfuggiva a questa condanna perché la concezione greca faceva della polis una forma di organizzazione peculiare e liberamente scelta, non una mera forma d’azione necessaria per tenere uniti gli uomini in modo ordinato. Questo non vuol dire che i greci o Aristotele ignorassero che la vita umana richiede sempre qualche forma di organizzazione politica, e che il governo esercitato sui soggetti potrebbe costituire un modo di vita particolare: ma quello tipico del despota essendo “meramente” una necessità, non poteva essere considerato libero e non aveva relazioni con il bios politikos. (…)” (Hannah Arendt, Vita Activa, pagine 11 e 12, Traduzione italiana di Sergio Finzi, Edizioni Tascabili Bonpiani, Milano, 2008; Titolo Originale: The Human Condition, The University of Chicago, Chicago U.S.A. , 1958.)

Quello che mi pare importante sottolineare, è che nella tradizione greca, che poi è, mutatis mutandis, la nostra, erano ben distinti e lontani i due concetti di “fare politica” e “governare”, che invece oggi ci sembrano confondersi.

Fare politica è un agire liberamente senza condizionamenti e necessità e ha a che fare con il coraggio, che è la principale virtù che un “politico” deve avere, e con la parola vera e franca e frutto di riflessione onesta che quindi è parola di verità, o meglio di verità come uno sinceramente la vede,  e non ha nulla a che fare con la chiacchiera che è figlia dell’opinione effimera e dell’esercizio irriflessivo e superficiale del senso comune.

Governare, invece, è “amministrare i beni pubblici”, siano essi materiali che immateriali e ha a che fare con la “tecnica”, ovvero con un “saper fare” che come tale e sotto il vincolo della necessità e quindi non è pienamente libero.

La politica, come esercizio libero dei diritti civili, che sono dei diritti naturali, ovvero connaturati nell’essere umano è superiore al governare. Il governare deve essere al servizio della politica e non viceversa. Come la politica deve governare l’economico, pur attenta non essere da questo disarcionata.  Se smarriamo questi concetti, smarriamo, in un certo senso, anche la nostra umanità.


***


BIBLIOGRAFIA ADOTTATA:
Hannah Arendt, Vita Activa, Traduzione italiana di Sergio Finzi, Edizioni Tascabili Bonpiani, Milano, 2008; Titolo Originale: The Human Condition, The University of Chicago, Chicago U.S.A. , 1958.
Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Traduzione italiana di Maria Magrini, Giulio Einaudi editore S. p. A., Torino, 2009 ; Titolo Originale: On Revolution, Hannah Arendt, 1963.
Hannah Arendt, Le Origini del Totalitarismo, Traduzione italiana di Amerigo Guadagnin, Giulio Einaudi editore S. p. A., Torino, 2004 ; Titolo Originale: The Origins of Totalitarism, , Harcourt Brace Jovanovich Inc., New York, 1979
Hannah Arendt, Tra Passato e Futuro, Traduzione italiana di Tania Gargiulo, Garzanti editore S. p. A., Milano, 2009 ; Titolo Originale: Between Past and Future: Six Exsercises in Political Thought, Hannah Arendt, 1961.

News - Notizie

Galleria fotografica

logo

L'Associazione, senza fini di lucro, ha lo scopo di promuovere e diffondere i valori e la cultura del riformismo, i valori della giustizia sociale e delle libertà civili. Nel solco della storia e della cultura del socialismo democratico e del liberalismo, l'Associazione si propone di affrontare i diversi temi politici, economici e sociali, attraverso il metodo dell'analisi e della discussione.
L'Associazione si propone di realizzare occasioni pubbliche di incontro e dibattito al fine di diffondere e radicare nella società un approccio intellettuale concreto ed oggettivo nell'analisi dei problemi del mondo contemporaneo, con particolare riguardo alla realtà locale/regionale.

Array

NOTA! Nel rispetto della Direttiva 2009/136/CE, continuando a navigare nel sito si accetta l'utilizzo dei cookies. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information